Nella radice di alluminio si nasconde la parola lumen. Una spia. Un denominatore che unisce tre soggetti. Occhio. Fotografia. Arte. Tutto questo è Annalaura Di Luggo, creatrice di sculture di alluminio riciclato, da lei stessa concepite e realizzate e protagonista di Napoli Eden di Bruno Colella, un documentario con l’ambizione di spingersi il più possibile verso l’Oscar. Le selezioni sono iniziate, a dita incrociate, un po’ per sfida un po’ per scommessa. Decisamente per l’amore nei confronti dell’arte, in questo caso con un risvolto sociale, perché nel progetto sono entrati alcuni ragazzi con un passato nel carcere minorile di Nisida. Annalaura Di Luggo ha voluto donare loro quella seconda opportunità che, a suo giudizio, la collettività spesso preclude. Il docufilm, insomma, ha molte anime e oltre alla brillantezza della solarità partenopea coniuga il riutilizzo di un materiale di risulta che acquisisce una nuova vita come i giovani che sbagliano, invitati nell’atelier dell’artista. Il tono è biografico. Racconta vite, umane e chimiche. Speranze. E soprattutto luce. La stessa con la quale Di Luggo concepisce le sue sculture e l’Italia sogna di invadere un pezzettino di Hollywood. Una brillantezza che per ora ha avvolto le piazze di Napoli, CityLife a Milano dove è stato esposto un albero di Natale stilizzato nelle feste più tristi e gli studios De Paolis a Roma in novembre durante l’ultima Festa del cinema.

In questo sciagurato 2020 cinematografico che vita ha avuto «Napoli Eden».

«Tre anteprime italiane e lo sbarco negli Stati Uniti. In Florida i cinema funzionano e Miami ospita una sala che fa parte del circuito degli Oscar».

Reazioni…

«Un critico, advisor dell’Academy, ha speso parole lusinghiere. Molti americani mi hanno lasciato messaggi sui social e testimonianze spontanee. In Italia alle anteprime di Roma, Milano e in Campania ho visto addirittura persone commosse».

Ha scelto l’anno peggiore…

«Mentre tutto il mondo era in lockdown, io ho fatto il lockchair. Sono rimasta incollata alla sedia in collegamento continuo con Stanley Isaacs, il produttore che mi ha aiutato a presentare la candidatura e con il quale sto girando un programma per la tv in cui un gruppo di artisti devono raccontare opere significative in giro per il mondo».

Come mai ha deciso di tentare la sfida all’Oscar.

«Credo sia impossibile dire che qualcosa è fuori portata se non si prova a realizzarlo. E io ce l’ho messa tutta».

Riassuma le sue sculture in poche parole.

«Un’esplosione di luce».

Che cosa la affascina di questa radiosità.

«È vita e amore. Tutti dovremmo lasciare che questa luce esca dalla nostra anima e abbracci il prossimo».

Il mondo è fatto di invidia e cattiveria. Non ha mai pensato che qualche vandalo potesse accanirsi sulle sue sculture…

«Mi sono posta il problema e le dirò. Fa niente. L’alluminio ha una proprietà, se si sfilaccia e se ne tirano i brandelli moltiplica la sua rifrazione. In fondo, per certi versi sarebbe quasi un bene».

A proposito, perché ha lavorato con minori dei Quartieri Spagnoli.

«Volevo cercare di dar loro un’opportunità per inserirsi nel lavoro. Non pretendo l’impossibile, ho cercato di dare una mano».

E ci è riuscita?

«Non lo so, però qualcuno di loro ha individuato una strada. Un ragazzo, ad esempio, collabora con Sorrentino. Speriamo bene».

Che rapporto ha costruito con loro.

«Inizialmente è stato quasi un gioco. Mi hanno fatto scherzi, mi rubavano la macchina fotografica, mi prendevano in giro…».

E lei…

«Ho cercato di coinvolgerli. E di essere sincera. “Non mi ha mandato nessuno da voi. Io sto qui”».

In passato ha lavorato con ragazzi più difficili.

«Nel progetto Never give up il direttore del carcere mi ha segnalato un gruppetto. Siamo andati d’accordo, tutto sommato».

In che senso, tutto sommato.

«Un giorno, uno di loro ha minacciato di aggredirmi. Gli ho risposto: “Tu non mi puoi fare nulla di male perché io ti ho già perdonato”. E questo spunta le armi a chiunque. È destabilizzante. Se si perdona, l’altro non può aggredire».

Le sculture uscite dal suo laboratorio sono state sistemate in punti strategici dei Quartieri Spagnoli. Come mai in una zona così delicata?

«Ho voluto che fossero messaggi positivi di rinascita etica e culturale. E non solo. Salvaguardare l’ambiente, restituendo nuova vita a un materiale di scarto, risponde alla stessa necessità di inclusione che mi ha spinto a coinvolgere quei ragazzi».

«Napoli Eden» racconta il suo amore per la fotografia. Che cosa l’attrae.

«Ritraggo gli occhi. Ho messo a punto una macchina apposta, per riprendere l’iride. Non esiste nulla di più bello che guardare le pupille. Sono tutte diverse, una sorta di carta d’identità unica».

Le ha schedate?

«Ogni immagine si accompagna a una breve intervista in cui cerco di cogliere le emozioni della persona che ho fotografato. È un lavoro molto intimo».

Ha posato per lei anche qualche personaggio famoso?

«A Hollywood ho catturato l’occhio di Antonio Banderas e Jeremy Irons».

Luce. Perdono. Occhi. Sembra di cogliere in lei un rapporto profondo con la fede. È vero?

«È lo spirito che muove la mia vita. Sono sicura che non finisce tutto qui. E ci sarà sempre. Luce».

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