Giosuè non era un assassino, tutt’al più un lazzarone. Un perdigiorno. Uno di quei tipi senza arte né parte che ciondolano senza sosta in cerca di un baricentro che non c’è. Soprattutto aveva una colpa. Era siciliano solo a metà. L’altra metà era francese che poco c’entra con l’isola, insomma non era uno di loro. Finisce che un giorno il forestiero, cresciuto tra sole e mare mediterraneo, fa un incidente e provoca la morte di due persone. Il sindaco crede, a quel punto, di interpretare il comune sentire dei paesani e vieta la sepoltura del lazzarone. Ad aiutarlo – o meglio aiutarla, perché trattasi di una donna, meglio conosciuta come Enza  ma senza cognome – è il maresciallo dei carabinieri. A voler invece donare una meritata quiete perpetua a Giosuè è il fratello Gaetano, sostenuto dalla figlia del primo cittadino che ne è la compagna. Il braccio di ferro è la storia di un cadavere conteso, nottetempo inumato e all’improvviso disseppellito. Enza e Gaetano sembrano giocare con il puntiglio di una volontà espressa a mezza bocca, come nel costume siciliano, per boicottare un riposo tutt’altro che eterno. Amare amaro di Julien Paolini è un film indipendente che forse rischia di passare inosservato e non se lo merita perché il tono è alto, le sequenze sono estremamente ponderate e l’ambizione è spiccata, anche se un occhio distratto potrebbe banalizzarlo. E sarebbe un peccato mortale perché questa coproduzione italo-francese – meridionale il cast, transalpina la regia – dimostra che è possibile fare film belli anche al di fuori dei circuiti più frequentati con i bellocci di turno in declinazione maschile e femminile.

Gente comune, dunque, per una trama che troppo comune non è. L’antecedente è infatti l’Antigone di Sofocle, riadattata in una chiave che esibisce tratti polizieschi ad altri decisamente western, in un’epoca in cui il genere soffre di desuetudine. Tuttavia resta una tragedia. E l’andamento viene rispettato così come pure la falsariga di una trama che subisce lo stravolgimento, dettato da epoche diverse con costumi differenti. E se nell’antichità il defunto era Polinice, che aveva la colpa di aver assediato Tebe e per questo si era meritato un decreto con cui il re, Creonte, ne aveva appunto proibito la sepoltura, nel terzo millennio questo ruolo di maschia sovranità è rivestito da una donna senza corona ma con eguale potestà. La vittima non ha tentato di espugnare Terrasini, dove la vicenda è ambientata, ma non ha conquistato l’onore dei popolani, rimanendo tendenzialmente un estraneo in una “casa” solo in parte anche sua. Il profilo di Giosuè evidenzia attinenze con il modello classico. Polinice, espulso dalla comunità, vuole riconquistare il trono che divide con il fratello. C’è quindi un ritorno con una componente di aggressività come quella rivendicata da un estraneo in cerca di autorità. E il lazzarone ha il carattere dell’escluso – la collettività non lo riconosce e ne diffida – perché appunto un estraneo per le origini e soprattutto per essere avulso da una società in cui si dimostra un corpo estraneo senza alcun desiderio di integrazione.

Gaetano è un’Antigone rovesciata che vuol dare sepoltura alle spoglie del fratello, pur riconoscendone la fragilità. La sua non appartenenza. Il suo essere estraneo alla società. Al contrario del defunto, egli è parte della piccola Tebe-Terrasini. Non ne è totalmente al di fuori ma si oppone all’autorità a prescindere. Enza non spiega la ragione della sua decisione di negare un posto al camposanto per Giosuè e – come Antigone, aiutata dalla sorella Ismene – Gaetano può affidarsi a una persona che ama per opporsi al volere “sovrano”. Mettere in discussione i dettami del volere del potente è il senso della lettura tematica della tragedia di Sofocle. A determinare l’attualità di quel testo che risale al 442 a.c. e ne rende plausibile una versione adattata ai tempi correnti è proprio il motivo di fondo che pone in primo piano lo spessore di un singolo. Un cittadino. Un suddito che non accetta il decreto. Si oppone, anche a rischio della propria stessa vita. Amare amaro è una rilettura, non un calco. A distinguerlo dal modello classico sofocleo ci sono molti aspetti, non ultima la dinamica che porta alla morte di Polinice, in uno scontro dove resta ucciso anche il fratello Eteocle. Il regista, Julien Paolini, ne è consapevole e convinto. A suo modo il film mostra una sottotraccia precisa perché, all’estremo opposto di Gaetano non c’è solo il sindaco-Creonte, spalleggiato dal maresciallo, ma – in una sorta di biforcuta rivalità – tutto il paese che continua a vederlo come avulso dalla società non tanto in un’ottica di mancata integrazione dello straniero come non indigeno, quanto invece nell’omertoso atteggiamento dei popolani, inclini ad accettare acriticamente il decreto dell’autorità messo in discussione da Gaetano.

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