Sono una predatrice. E non amo perdere.

 

Marla Greyson non era una samaritana. Anche se si prendeva cura degli anziani. Averli a cuore, nel suo personalissimo vocabolario, significava spolparli. E, per questo aveva messo in piedi una rete di complicità con direttori di case di riposo, giudici stolti o forse “comprati” a suon di quei dollaroni che si metteva in tasca dopo aver internato il nonnetto di turno in una di quelle strutture che sono molto peggio di tanti penitenziari. Si entra con le proprie gambe e si esce orizzontali. Marla si nascondeva dietro un dito, quello della legalità, perché per lei la legge era appunto sottilissima. A modo suo la rispettava e non c’era volta che uscisse dal tribunale con una condanna. Anzi. Sempre con il sorriso. Finché, imbattersi in Jennifer Peterson, significò confrontarsi con un’altra delinquente perché questa era l’unica parola che descrivesse in modo esatto quella fauna in azione fra le pieghe dell’umanità. Non avendo eredi, Jennifer è quindi la vittima perfetta e teneva nascosto un piccolo tesoro di diamanti senza padrone. Quindi facilissimi da rubare. Tuttavia, l’anziana è legata da oscuri legami d’affari con un criminale russo (Peter Dinklage, noto per Il trono di spade) che non ha intenzione di fare sconti nemmeno a una bionda avvenente, peraltro poco interessata agli uomini – ancor meno se affetti da nanismo – e molto attratta dalle donne, in particolare dalla morettina Fran (Eiza Gonzales già incontrata in Benvenuti a Marwen), sua socia in affari. Le premesse per lo scontro sono chiare ma evitiamo dettagli perché I care a lot di J Blackston è un thriller e va assaporato scena dopo scena per individuare quello che è il tema di fondo del film.

Ci si accorgerà infatti che definire criminale la protagonista Marla (Rosamund Pike, apprezzata in L’amore bugiardo e Hostiles) è operazione corretta ma, per un sottile gioco di ambiguità, anche erroneo. La predatrice si fa scudo di comportamenti leciti ma crudeli e forse la parola che più le calza è quella di un rapace che addenta e spolpa le sue prede per avidità. Il mosaico di fotografie delle sue vittime la dice lunga su una carriera che si spinge ben oltre la spudoratezza e sconfina senza mezze misure nello sciacallaggio più spinto. Al punto che l’unico personaggio umanamente condivisibile è il barbuto energumeno figlio dell’ultima preda di Marla Greyson che si rende conto del tranello e la porta davanti al giudice. Ma soccombe. L’inganno corre sul filo di un termine inglese che traduce non tanto il concetto di badante quanto quello di tutore civile responsabile di persone non in grado di badare a loro stesse. E qui si cade a piè pari nell’imbroglio. Chi stabilisce se un vecchietto è mentalmente autosufficiente… Un assistente sociale corrotta, forse. Il responsabile di una casa di riposo prezzolato. Un giudice incapace di riconoscere un delinquente da una persona onesta.

Questo è il perimetro di I care a lot, nel catalogo di Prime video. E, se tutto questo si riveste di un presunto senso di onestà virtuale, si comprenderà perché nessuna delle figure che si agitano su questo palcoscenico di un Massachusetts spudorato e disumano riesce a conquistare simpatia e lo spettatore in fondo non ne uscirebbe poi addolorato se morissero tutti. Fortunatamente è finzione che più finzione non c’è e questa galleria di tipologie disgustose di esseri umani repellenti, privi perfino del coraggio della propria disonestà, resta una passerella da guardare con il solo gusto dello svago. Il film è tutto qui. Un trama avvincente, raccontata con qualche sbavatura narrativa, un cast sicuramente sufficiente e una candidatura ai Golden Globe che negli anni d’oro forse non sarebbe arrivata. Di più è ingiusto pretendere e difficile offrire in una congiuntura disastrata come l’attuale, in cui si fa sentire sempre più la nostalgia per tanti noir dei decenni andati. Dove il cattivo del caso non sarà stata una figura esemplare ma non destava il ribrezzo umano di Marla Greyson e il microcosmo di subumani che le gravitano attorno. Però purtroppo il cinema è spesso una prospettiva in scala ridotta di quelli che siamo, quindi davanti a certo disgusto occorrerebbe un esame di coscienza sociale collettivo.

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