Una vita in platea per poter poi lavorare. Gian Piero Brunetta, professore emerito di Storia e critica del cinema all’università di Padova, è uno che di film ne ha visti e rivisti tanti. E il volume che arriva in libreria fresco fresco di stampa e di penna, concepito nei mesi del lockdown che, come avrebbe detto Umberto Eco, sono un’occasione imperdibile per studiare, è uno di quei testi che passano la settima arte ai raggi x. Una radiografia personalissima che non si limita certo a catalogare i vari titoli tra i buoni e i cattivi – cioè belli e brutti – su un’ipotetica lavagna di carta, perché Brunetta è troppo intelligente per sottoporsi a un’operazione tanto banale e analizza invece quella forza oscura che il grande schermo esercita sul pubblico nella sua variabilissima forma e sostanza. Ogni spettatore è un occhio nuovo e ogni persona coglie e subisce fascino e suggestioni diverse. Anche un docente di illimitate conoscenze in materia, come l’autore de Il cinema che ho visto (Carocci, pp. 231, euro 15). Per questo ha senso il sottotitolo “Frammenti di un’autobiografia” in cui l’autore non si abbandona a ricordi del passato, visti da un uomo “diversamente giovane”, ma si racconta come spettatore. Smettendo quindi i paludati abiti del professore universitario e sedendosi, più o meno comodamente, nella platea del tempo. Lasciandosi scorrere di fronte le immagini di una vita. Mute e sonore. Come le gesta di Maciste o il razzo di Méliès che entra nell’occhio della luna nei primi decenni di vita della nuova industria artistica. Oppure il discorso di Adenoid Hynkel nel Grande dittatore e alcune delle più celebri frasi del cinema da quel “Suonala ancora, Sam” di Casablanca al “Francamente me ne infischio” di Via col vento.

Non è dunque una lezione accademica, quella che esce dalle pagine di Brunetta ma una panoramica personale di questo secolo e oltre. Da quella sera in Boulevard des Capucin a questo recente presente, fatto di un virus microscopico che chiude migliaia di cinema in tutto il mondo e, quando li riaprirà, non saranno più inevitabilmente uguali a quelli che abbiamo lasciato. Il cinema che ho visto è il libro che concettualmente tutti potrebbero scrivere ma in pochi possono permetterselo, vuoi perché un esame ad ampio spettro può farlo solo chi di film ne ha visti molti e di diversi generi ed epoche, vuoi perché dalle esperienze personali di Brunetta esce un racconto e retroscena che guardano il grande schermo con un occhio insolito. E, per accorgersene, è sufficiente dare un’occhiata all’indice che articola capitoli come Storia e mito, caratteri e identità, immaginario, persistenza retinica, visibilità, censura e tagli. E via elencando. Con l’onestà intellettuale di uno scrittore che nel capitolo più immaginifico – quello dei film intramontabili – non detta regole o impone gusti e giudizi ma ammette candidamente  che “ognuno può aggiungere o togliere i propri”. Per chi avesse voglia di leggere tra le righe, insomma, si parla di metodo non di un museo delle cere della classicità. Il primo è eterno. Perpetuo. Variabile in rapporto agli scopi e alle tesi da dimostrare. Il secondo è chiacchiera da bar sport, sterile e fine a se stessa. Il contrario delle pagine di Brunetta.

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