Jacob è un uomo a metà, origine coreana e sogno americano. Dopo qualche anno in California l’ambizione di diventare grande e far vedere ai suoi figli che lui è uno di quelli che ce l’ha fatta stride con la mediocrità di una moglie adatta a tutto ma non al rischio. Quest’ultima “importa” la madre dalla Corea per completare un quadretto familiare di tre generazioni sotto lo stesso umilissimo tetto, ma la scommessa del marito è di quelle insidiose anche se poco appariscenti. La terra. Gli ortaggi. L’agricoltura. Dopo anni a stabilire il sesso dei pulcini, Jacob vuole un traguardo più nobile, a costo di partire da zero. Ed è quello che accade in quella casa su quattro ruote, dove si vive accampati e con il batticuore del piccolo David, cardiopatico dalla nascita. È un gruppo di famiglia con tempesta – per parafrasare un titolo recente – che la bufera piega dapprima realmente e successivamente si fa sciagura quando la suocera, reduce da un ictus, causa un involontario incendio. Minari di Lee Isaac Chung è una storia di immigrazione e integrazione, lontanissima dall’attualità del popolo dei barconi e di minoranze etniche in fuga dal passato. È un tocco di storia personale di un coreano d’America che ha vissuto l’una e l’altra avventura. L’abbandono del suo Paese e l’inserimento in una nuova cornice. È un racconto intramontabile che evoca suggestioni di ieri e sapori di oggi. E l’unico pedaggio che è costretto a pagare è conseguenza di tutto questo e sta nella sua prevedibilità anche se il finale va decisamente controtendenza.

Minari è il nome di un’erba  spontanea dalle proprietà decisamente benefiche che cresce in ambienti umidi dell’Est asiatico e in Italia. È una sorta di prezzemolo giapponese, molto utilizzato in Corea per le sue proprietà curative. Ed è la pianta che manca al giardino di Jacob, in perenne lite con la moglie dopo il lungo trasferimento dalla California all’Arkansas, dove l’uomo ha acquistato un appezzamento di terreno. Il lungo viaggio, il tentativo di restituire vita a una terra affaticata, il problema idrico, la crescita di un’attività dal nulla sono i tratti in comune che non possono non far pensare a una celebre pellicola degli anni Trenta – ovvero quasi un secolo fa – che mostra queste stesse attinenze. Anche Nostro pane quotidiano, girato da King Vidor nel 1934, tocca questi problemi e queste emergenze. Le battaglie e le sconfitte di ieri riecheggiano negli occhi di chi oggi guarda Minari con  lo spirito attento di chi non dimentica la cinematografia del Novecento, allora in anni successivi all’ingresso del sonoro e oggi in una fase decisamente più delicata e difficile. In questa cornice, però, il film di Chung – che coglie l’occasione per inserire anche dettagli della propria esperienza familiare di immigrato americanizzato – si spinge oltre e propone una galleria di volti e di personaggi interessantissimi e assai ben studiati e portati sul set.

Il piccolo, discolo e malato, è in tanti casi il contraltare di una nonna sopra le righe – premiata con l’oscar per l’attrice non protagonista – anticonformista e controcorrente che si entusiasma per il wrestling e si siede per terra a gambe incrociate. L’uno guarisce quando l’altra si ammala e faticano a parlarsi perché quell’anziana è tanto bizzarra da “non sembrare una nonna”. Jacob è una sorta di “tu vuo’ fa l’americano” che verrà e si specchia inesorabilmente in Paul, il reduce yankee che aveva combattuto proprio in Corea e ora aiuta quell’uomo a domare un terreno difficile. E per molti aspetti è il suo contrario. Un malato di mente che, di domenica, fa la via crucis e, per rendere rigogliosa la terra, si affida a sortilegi ed esorcismi tanto goffi quanto fuori luogo. Monica, la moglie di Jacob, è la faccia adulta di Anne, la figlia maggiore che all’occorrenza fa da bambinaia al fratellino e sorvegliante della vecchia malata. Ma, inevitabilmente, è il volto serio e quasi riflessivo di una madre che si abbandona all’aggressività verso il marito. Contraddice la scelta di aver voluto lasciare il Paese natale e rimpiange la California dove conduceva la vita soffocata di una modesta impiegata. Coppie che possono essere anche scomposte e risultano ugualmente coerenti in una specie di proprietà commutativa dei personaggi in cui, cambiando l’ordine delle affinità, il risultato non muta. E allora il piccolo David è l’americano di domani che tuttavia “usa il cervello come un coreano”, prolungamento esistenziale di uno Jacob che non si arrende ma sogna in grande e un fazzoletto di terra assomiglia a un impero. Paul e la nonna sono i due lati di una follia composta, secondaria in un caso a una malattia e in un altro alle conseguenze devastanti della guerra a livello mentale. Mentre moglie e marito diventano i due contendenti di una sfida che dal piano professionale si trasferisce sul terreno della valorizzazione del proprio prestigio personale. Un bilanciamento che rende Minari una piccola scala di tante microrealtà contemporanee dell’immigrazione regolare e tutt’altro che clandestina.

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