Uno dei libri che si vorrebbero sempre leggere e che, una volta arrivati in fondo, lasciano affiorare il dispiacere perché non resta più neanche l’indice, ormai anticipato all’inizio, è Il mistero del cinema (La nave di Teseo, pp. 108, euro 8) in cui il regista Bernardo Bertolucci si racconta, dalla nascita a Parma fino agli ultimi difficili anni. È una sorta di autobiografia senza esserlo. La narrazione nasce in concomitanza con una cerimonia ufficiale, quella che nel 2014 l’università della sua città natale organizzò per consegnargli quella laurea honoris causa che lo studente Bertolucci non conseguì alla Sapienza di Roma, dove ormai risiedeva, per la vocazione di fare cinema. E la sua esistenza, rievocata come se fosse un continuo e ininterrotto set, viene ripercorsa così, con lo stupore e la febbre dell’attesa che si contrae davanti a un mistero. Stanno qui le ragioni di un titolo che ben riflettono il modo di Bertolucci di interpretare il suo lavoro, lungo i 77 anni percorsi su questo pianeta dal 1941 al 2018. In un certo qual modo lo stupore dell’uomo di cinema è quello del lettore nello scoprire – pagina dopo pagina – la naturalezza di un autore che, nonostante abbia dato vita a una serie di capolavori, sia sempre così ingenuamente divertito e meravigliato dei misteri che la settima arte nasconde a ogni livello. E soprattutto a ogni passo. Il momento creativo e l’intuizione da cui germoglia una nuova storia. Il linguaggio della macchina da presa, naturalmente ma inevitabilmente intriso degli umori del cineasta che ne comanda l’utilizzo. Lo stile in cui l’esposizione per immagini si svolge. L’alchimia fantastica e impenetrabile tra luoghi, attori, luci, musica. Ovvero gli ingredienti che fanno grande un film.

Il mistero del cinema non nasce come un libro ma lo diventa. Quello che fu pensato come un discorso e ne conserva la dolce e leggera fluidità, diventa un testo per iniziativa della moglie, Clare Peploe, decisa ad allargare la platea di queste straordinarie pagine, delle quali, resta solo il rammarico  perché di ciò che è bello se ne vorrebbe sempre di più, ma a tutto c’è – fortunatamente o disgraziatamente – una fine. Al di là dei particolari sul suo rapporto con Pasolini, che lo introdusse nella carriera prendendolo come aiuto regista sul set di uno splendido film come Accattone, Bertolucci lascia un’eredità fatta dei racconti che spiegano la genesi dei tanti i capolavori alla base della strada professionale, da Strategia del ragno a Novecento, da La luna all’Ultimo imperatore, da Ultimo tango a Parigi a The dreamers passando attraverso Il conformista, Io e te, Io ballo da sola. L‘insegnamento forse più brillante che viene impartito ai lettori da questo libro è proprio la capacità di raccontarsi con onestà e candore senza porsi sul piedistallo. Senza falsi onori né – guarda guarda – celebrazioni particolari. Perché tutto è vita e merita di essere ricordata con lo stesso smalto e la stessa brillantezza con cui la si è vissuta. “Non ho mai pensato allo stile del film come a un progetto cui dovevo attenermi – sostiene l’autore -. Lo stile ha a che fare con la storia che si vuole raccontare, uno sguardo che attraversa gli ambienti, si posa sui personaggi e scorre tra le relazioni che si instaurano”.

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