Il cinema è anche e soprattutto un grande caleidoscopio di storie. Raccontate come se un magico cantore trovasse avventure diverse per affascinare platee diverse. Il primo stadio del sogno. Immaginarsi e proiettarsi in una dimensione astratta – talvolta concreta ma irreale – e trasmettere sensazioni nella stessa misura in cui si vorrebbe provare emozioni. E in oltre centovent’anni di vita la settima arte, di fiabe piccole e grandi, vere o inventate, ne ha narrate infinite. In bianco e nero e a colori, a lieto o tragico fine. Commuovendo o suscitando ira. Talvolta – ed è stato il caso di tanti film storici e di guerra – ha rievocato disgrazie reali sulle quali un insospettabile velo d’oblio sembrava essere caduto inevitabilmente. E quei pezzi di esistenza sono tornati alla luce per non essere  più dimenticati. Ebbene, come si articola la tecnica di questa narrazione, capace di assumere profili diversi e toccare tragedie, stemperandone i contorni con garbo leggero e altre volte precipitando invece nel cupo dramma… A tentare di rivelarne i meccanismi sotterranei è il volume Che cos’è la narrazione cinematografica (Carocci, pp.127, 12 euro) di Andrea Bellavita e Andrea Bernardelli che intraprendono un attento viaggio in un secolo di cinema, individuandone i cambiamenti, trovandone le novità e spiegandone le tecniche. Naturalmente i titoli citati sono numerosissimi dagli albori della settima arte con i fotogrammi colorati a mano dal funambolo dell’immagine George Méliès al mondo degli Avengers e alla serie di Fast & Furious.

E in questa ampia forbice c’è un po’ di tutto. La Hollywood classica e la New Hollywood. Neorealismo e Nouvelle vague, progenitori illustri della Nour Val rumena di questi ultimi anni. Il passaggio da moderno a postmoderno, attraverso l’opera dei fratelli Coen e di Quentin Tarantino, solo per citare un paio di riferimenti, attorno ai quali si sviluppa il discorso. E le riflessioni vanno lontano, toccano la contaminazione dei generi, ai quali è dedicato un lungo e dettagliato capitolo finale al termine di questa odissea, in un mare tempestoso che potrebbe far naufragare studiosi poco accorti. Ne esce un quadro affascinante in cui trovano posto anche riflessioni sulla finalità narrativa degli autori. Un caso per tutti è proprio il Tarantino di Bastardi senza gloria, Django unchained o ancora C’era una volta a Hollywood che, in tutti e tre i casi, ha capovolto l’andamento dei fatti, dando corpo a realtà diverse, spesso catartiche nella capacità di esorcizzare drammi che hanno lasciato ferite profonde. Il cinema di cui siamo stati appassionati spettatori fino all’inizio del lockdown è figlio di una classicità che teorizzava precise norme ed è passata attraverso rivoluzioni tecnologiche comuni anche a questo nuovo millennio. La scomparsa della celluloide a vantaggio del digitale è l’ultimo capitolo di una successione di passi che hanno allargato l’offerta cinematografica fino allo scoppio di una pandemia che ha mandato in corto circuito l’intero sistema. Mezzi tecnici a disposizione di larghe fette della popolazione mondiale hanno annacquato, in tante fattispecie diverse, la raffinata qualità tipica di molti autori, rendendo necessaria un’ulteriore selezione che di fatto separi dilettantismo amatoriale da professionismo. E da questa palude risorgerà probabilmente il cinema che verrà.

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