Dopo tutto quello che ha fatto, a Dio, non avrei nulla da dire.

 

Al festival di San Sebastiàn, il critico e docente cinematografico Mort Rifkin era andato solo per stare alle costole della moglie, in odore di adulterio, stregata dal giovane regista di cui doveva promuovere il film. Inutile dire che lui, Mort, non era più… competitivo, per così dire. Ma, come spesso accade, e come sempre accade nei film di Woody Allen tutto si capovolge e si complica. L’ansioso protagonista si scopre apprensivo in seguito a decine di piccoli e grandi allarmi che lo portano sul lettino di una giovane cardiologa, abile anche come medico di famiglia ma in difficoltà a scegliere un uomo. Gli ingredienti ci sono tutti perché la moglie di Rifkin (Gina Gershon) subisca le attenzioni del talento della cinematografia francese (Louis Garrel, recentemente incontrato in Piccole donne e L’ufficiale e la spia), mentre l’attempato Mort (l’alleniano Wallace Shawn protagonista di molti titoli dell’autore di Manhattan) sia stregato dalla dottoressa Jo Rojas (Elena Anaya, presenza familiare di film targati Almodòvar come Parla con lei e La pelle che abito). Tuttavia, ridurre a questo esile intreccio il valore di Rifkin’s festival ultima creazione di Woody Allen, destinato solo ai cinema, sarebbe un peccato mortale. Come al solito, Woodie dà molto di più e quest’opera è assai articolata perché non c’è solo la trama a rendere intrigante e importante un film ma anche ciò che dice e rappresenta. Allen, per nulla propheta in patria e odiato a casa sua a causa delle ingiuste chiacchiere e controversie di cui si è occupata la cronaca scandalistica, deve contare su un cast di fedelissimi visto che è stato snobbato dal jet set hollywoodiano e dintorni.

Spunta così Wallace Shawn che è la controfigura del regista e ne interpreta parole, sentimenti e sensazioni. Rifkin’s festival propone infatti l’antologia completa dei temi cari a Woodie. La religione in generale e l’ebraismo in particolare. Il rapporto tra uomo e donna, definiti “irrazionali, pazzi e assurdi” nella chiosa finale di Io & Annie e, da allora, ogni sforzo è teso a dimostrare il teorema. L’ipocondria. Lati e aspetti che compongono l’universo ideologico e intellettuale del regista che qui si avventura però in territori nuovi. La condanna del cinema di sperimentazione è evidentissimo nell’atteggiamento di Rifkin che demolisce il nuovo che avanza personalizzato in quel l’autore idolatrato pure dalla moglie. Il vecchio, insomma, è millanta volte meglio di innovativi ma incomprensibili film di firme cosiddette emergenti, destinate a scontrarsi con la stampa che, inevitabilmente, ne esce a pezzi. E c’è forse da capirlo se il maestro decide di togliersi qualche sassolino dalle scarpe dicendo al mondo quanto sono brutti i giornalisti di casa sua. Non a caso i contrasti sono espressi a quella moglie, irretita da nouvelle vague che il marito elegantemente boccia. Così Woodie, quello vero, trascina lo spettatore in un gioco a incastri disseminando il film di citazioni eccellenti, sottolineate dalla virata in bianco e nero per evitare che si perdano in un marasma pericoloso.

In questa prospettiva rielaborazioni di spunti noti richiamano a Quarto potere di Orson Welles e Otto e mezzo di Fellini, Persona di Ingmar Bergman e Il settimo sigillo dello stesso autore con un Christoph Waltz che gioca a scacchi con la morte e si sente raccomandare “una bella colonscopia ogni tanto” e “tanta frutta e verdura, mi raccomando” perché “il giorno che ci rivedremo mi dirà che sarà sempre troppo presto. Però ci rivedremo…”. Non basta. C’è il Buñuel de L’angelo sterminatore e il Truffaut di Jules et Jim, a proposito di triangoli amorosi. Sono le ossessioni del passato che prevalgono nei sogni a occhi aperti di Mort, costretto a guardare il mondo dietro il solito diaframma di cristallo in cui viene piazzato come ogni vestigia d’antichità. E le citazioni sono antiche  come pure alcune delle battute folgoranti messe letteralmente in bocca ai protagonisti. “Ho smesso di fumare, vivrò una settimana in più ma quella settimana pioverà a dirotto” diventa “Ho sempre paura di sentirmi dire dal medico che è l’ultimo mese che mi resta. E con la fortuna che mi ritrovo sarà febbraio”. Solo un esempio del grande gioco dell’oca che il regista intesse con il pubblico amico, quello che andando a vedere il film ritroverà molti pensieri di Woodie. Anche qui, però occorre un’avvertenza. Chi volesse pensare che l’anzianità abbia offuscato la creatività si sbaglia. Di vecchio in Allen non c’è alcunché. E quella che ritorna è solo convinzione.

Tag: , , , , ,