La morte ci insegue, la vita ci afferra. Per un po’.

 

In galera, Daniel ci è finito dritto come un fuso, dopo quella maledetta rissa in cui ci era scappato pure il morto. Di responsabilità da scontare ne aveva, insomma. Però, un delinquente, lui non lo è stato mai. E in cella ha scoperto una passione. Scrivere haiku. Pensieri in poesia. Soffici voli pindarici per sognare un presente lontano dall’incubo di giorni grigi. E libertà a pezzi. Il giorno che esce, riceve una strana telefonata dalla sua ex moglie, Sylvie (Ariane Ascaride già incontrata ne La casa sul mare) che nel frattempo si è rifatta una vita. La loro figlia (Anaïs Demoustier vista in Alice e il sindaco) ha avuto una bambina. Il clima è sereno, anche i rapporti con l’attuale marito di Sylvie sono ottimi. Tuttavia, dietro la facciata presentabile, Daniel scopre che la sua famiglia – o quello che ne resta – è allo sbando. Peggio di come si trovava lui stesso in quella cella di prigione. A ferire uomini e donne liberi sono i giorni e le apparenze. Le ambizioni distrutte e le speranze negate. La vigliaccheria arrogante e l’ipocrisia. La disoccupazione e i maltrattamenti sociali. Il sopruso e la vendetta. Il lavoro nel sottobosco della disperazione e le ritorsioni ai danni di altri pezzenti. In breve, i giorni nostri. Fatti di collera sociale e individuale. E un riscatto che non sembra esistere per nessuno.

Gloria mundi di Robert Guediguian è preceduto da altre due parole che invece sfuggono. Seminascoste. Sic transit. E, accoppiate, formano quel detto latino che non viene adottato o trasferito nel titolo del film per un dotto vezzo del regista, ma perché sintetizzano la teoria di un film che spiega il passaggio da una collettività in cui i sacrifici pagavano a un’altra in cui il collega – e perfino un parente – è diventato un elemento da sopprimere. Calpestare. In nome della propria affermazione personale e del piacere nello sfruttare l’altrui miseria come leva per la propria ricchezza. Lontanissimo da effetti speciali e divi da passerella e totalmente privo di artifici tecnici di una regia che si concentra sui fatti – ossia trama e sceneggiatura – invece che privilegiare le apparenze, provocando stupore negli spettatori per nascondere il nulla eterno di un pensiero assente, il film di Guediguian presenta una galleria di personaggi, studiati con attenzione e la solita raffinatezza, senza voler celare il dramma che ogni giorno viviamo. La figlia di Sylvie e Daniel diventa madre mentre lotta con un lavoro a tempo determinato che non offre sicurezze perché, un volta giunto a scadenza, il posto va a un nuovo venuto a costo zero. È il caporalato del terzo millennio che si specchia nel florido profitto ai danni di chi impegna le proprie cose per pochi spiccioli. La sorellastra (Lola Naymark, già apprezzata nel L’armée du crime), nata dal secondo matrimonio di Sylvie con Richard, sfrutta i disgraziati. Rileva oggetti per pochi spiccioli. Strangola il povero. E suo marito se la spassa con lei e la sorella, facendo il finto amico del cognato.

È il trionfo dell’ipocrisia e del disprezzo. Lo svilimento di ogni rapporto e considerazione. Raccontati da Guediguian come se fosse una cosa normale. Come se, in fondo, fosse proprio così che deve andare il mondo. Con i tassisti che spezzano le braccia al “rivale”, autista privato. O il conducente di autobus sorpreso dai vigili al telefonino durante la guida, multato e sospeso dal datore di lavoro. Non c’è pietà, insomma. Solo disperazione. I personaggi di Guediguian sono scolpiti con lo scalpello di un società che suscita vergogna. Se ne approfitta. E, quel che è peggio, come se tutto questo fosse normale. Anzi. Come se fosse così che il mondo deve andare perché tanto “se non li strangoliamo noi i poveri lo farà di sicuro qualcun altro”. È un mondo che ha totalmente perso il significato dei valori a vantaggio del valore. Una schiera di persone incapaci di rinunciare a far del male perché altrimenti ci sarà comunque qualcuno a farlo. la morte del principio e dell’etica. Un sopruso sdoganato sull’altare della consuetudine e non sulla discriminazione di ciò che è giusto ed eticamente corretto a differenza di ciò che invece non lo è. Anche per questo si parte dalla scena di una nascita. Un bambino qualunque. Purezza destinata alla contaminazione. Il cinema di Guediguian non ha bisogno di eroi per stupire. Si serve di mostri. Nascosti negli abiti di ognuno di noi.

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