All’apparenza Anthony è un anziano come tanti. Attaccato alla figlia più presente. Devoto a quella che non viene mai. E soprattutto nemico delle badanti che devono solo aiutarlo perché, sempre all’apparenza, Anthony è perfettamente autosufficiente. Eppure, in questo quadretto teoricamente fin troppo normale, c’è qualcosa che non funziona ma affiora fotogramma dopo fotogramma. Perché qui il protagonista non è l’anziano ma la demenza senile, inquadrata in una prospettiva sorprendente. Il filone non è nuovissimo e tanto meno originalissimo ma lo è l’esposizione narrativa di The father di Florian Zeller, collaudato regista teatrale al debutto sul set, che ha confezionato un’opera di livello assoluto, benché si rapporti al nulla degli ultimi dodici mesi causa pandemia. E allora, è questo il vero vincitore degli Oscar andati invece a piene mani al normalissimo Nomadland, compitino cinese sullo stato di salute – scarsissima – degli anziani americani dopo la crisi. Non è un caso se il protagonista, Anthony Hopkins, ha disertato perfino la cerimonia di consegna. E The father è il trionfatore morale proprio per la novità della narrazione che non inquadra la malattia ma, per così dire, la riprende in soggettiva.  Lo spettatore insomma si trova per un’ora e mezza nella mente di un anziano, vedendo e provando quello che lui stesso averte nella sua dannata quotidianità malata, in cui diventa impossibile dare una forma a cose e persone.

La claustrofobica storia di Anthony – provenienza diretta dal teatro che spiega le riprese interamente in interni – è la prospettiva del pubblico, chiamato a riconoscere ciò che non distingue. Perso tra una figlia che dice di volersi trasferire a Parigi con l’uomo che ama e il marito di quest’ultima tranquillamente abbandonato sul divano. I furti inesistenti di cui si ritiene vittima, causando il licenziamento di innocenti badanti. Storie fin troppo note che, nel film, si accavallano senza sosta, causando nel pubblico lo stesso disorientamento di chi perde la bussola tra le frasi della figlia e il finto compiacimento rallegrato della nuova candidata all’assistenza di un anziano, che alterna l’esuberanza di un balletto in salotto all’irascibilità improvvisa dopo pochi secondi. Il frullatore di personaggi con ruoli diversi e, in certi casi, addirittura difficili da collocare, perfino per un pubblico lontanissimo dalla schiavitù di quella patologia, rappresenta la cifra che rende The father completamente diverso da tutti gli altri titoli che hanno messo a fuoco l’Alzheimer. Dopo le prime scene si arriva a guardare con gli stessi occhi di Anthony. Sentire con lo stesso cuore di Anthony. E pure i suoi scatti di collera risultano altrettanto comprensibili e condivisibili.

Su questo crinale si apre un’ulteriore riflessione, riguardante stavolta gli interpreti – Anthony Hopkins nel ruolo del padre e Olivia Colman in quello della figlia Anne – che risultano fondamentali perché il film si regga su basi solide. Più che in ogni altra opera, qui la forza e il carisma degli attori diventano fondamentali e imprescindibili, filiazione anch’essa diretta dal teatro dove una minor capacità recitativa equivarrebbe a far crollare l’intensità della materia trattata. Un riflesso che vale anche per il cinema e l’abilità di Hopkins, indimenticato Hannibal Lecter del Silenzio degli innocenti, sta proprio in quella sorprendente capacità di alternare la propria espressività, riproducendo gli stati di disordine mentale e attitudinale del protagonista di un’opera nata come piéce teatrale e poi arrivata sul grande schermo in un percorso contrario rispetto a ciò che solitamente avviene. E, se sul palcoscenico, la recitazione può essere difficoltosa ma interamente in successione e nell’arco di qualche ora, in uno spettacolo per il cinema risulta più complicata per la natura stessa della finzione. Girare una scena con determinate caratteristiche, dal nulla di un contesto impersonale, impedisce all’attore di avere la stessa immedesimazione nel personaggio in una sorta di continuum più esteso che invece il teatro rende possibile. E, se tutto questo viene fatto da un protagonista con la sindrome di Asperger, cioè una specie di autismo, si capirà ancora maggiormente la valenza professionale di Hopkins. Provare per credere. Se guardando il film non ci capirete nulla e farete fatica a ricomporre il mosaico di trama e personaggi, state tranquilli. Avete guardato in faccia l’Alzheimer.

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