È cinema meticcio quello di Abdellatif Kechiche, regista tunisino naturalizzato francese che sul grande schermo porta un incrocio di strade e di anime. Come se le avesse incontrate tutte. E tutte le avesse catalogate. Non conosce il tempo, o meglio, se ne disinteressa. La durata di una storia da narrare non lo tocca. E le ore si moltiplicano. Come ogni levantino che si rispetti, anche se Tunisi non è Oriente ma è pur sempre una fetta di Mediterraneo che sembra contaminare in un lungo abbraccio popoli diversi. E queste diversità si affacciano sul set di Kechiche – 61 anni da compiere a dicembre, al quale Emanuele Di Nicola ha dedicato l’interessante saggio La carne e l’anima (Mimesis, pp.125, euro 12) – senza ignorare i motivi di quell’essere diversi. Altro da qualcosa di prefigurato. Altro da tutto. Altro da niente. Casanova e gay che possono essere casanova a loro volta. Voyeur e guardati. Nel buco della serratura. Spiraglio di universalità. Nulla è straniero nei film di Kechiche, che non si ritiene straniero a nulla perché le storie che racconta non hanno passaporto. Potrebbero avere un’altra cornice ma ben poco cambierebbe. Anche se è Sète il suo teatro preferito. Rigorosamente su quel Mediterraneo che per i francesi non è l’unico mare possibile. A differenza dei tunisini e dei marocchini che, proprio da quel porto nel sud della Grandeur, s’imbarcano verso casa. E i maghrebini sono la presenza costante che trasforma la Francia in una frontiera. Un crogiuolo di razze dal baricentro indefinibile. Periferia che si fa centro di orizzonti e riflessioni. La scelta dei luoghi dell’autore franco-tunisino non è mai casuale, pur nei cardini inamovibili di un decentramento fisico che spesso fa rima con quello umano.

E allora per Adele che s’innamora di una compagna c’è una Ophelie che non sa che uomo scegliere, ma uno lo ha trovato se è vero che è rimasta incinta e non sa se tenere quel bambino che verrà. Da La vita di Adele a Mektoub my love: intermezzo la strada è lunga ma un aspetto non cambia. Si guarda e si è guardati. Dalla prospettiva artistica straniante a quella fotografica, figlia di una profonda immedesimazione dove l’occhio del curioso è, allo stesso tempo, quello dell’amico e del coetaneo. Mentre il regista s’intrufola in un dietro le quinte e osserva la protagonista al centro di un rapporto erotico. Non c’è confine tra sentimento e passione. Tra un fidanzato lontano e un altro inventato sul momento. Il disorientamento è strisciante come la danza del ventre di Cous cous che si specchia in un’altra diversità al confine con il mostruoso. La Venere nera Sarah che, da schiava, diventa fenomeno da baraccone. E lo sfruttamento continua dopo la morte a soli 26 anni e l’esposizione di quel corpo ridondante prima al circo poi all’università. Sudafrica, fine Ottocento. Parlare di schiavi non è un’offesa ma costume consolidato e Sarah attraversa una vita di sofferenze, finendo per essere scherno e dileggio. Ancora una volta è l’atto del guardare a orientare una monosensorialità che affida all’occhio l’intero cinema nel cinema di Kechiche. Uno sguardo panoramico sul diverso in declinazioni, appunto, diverse.

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