Tamàs non se lo aspettava. D’altra parte chi mai può immaginare l’addio di chi ama, soprattutto se il sentimento è ancora vivo… Tamàs e Ana non sono l’unico caso. Lui vuol vivere con lei ma lei non più. E non perché abbia destinato ad altri il suo cuore. La ragione sta in quegli insondabili meandri di un sentimento che, in qualche caso, si raffredda improvvisamente senza una causa scatenante. Ana, insomma, si eclissa e Tamàs soffre. Storia non nuova, pezzi di vita vissuta. Cinema, letteratura e arti varie ne hanno parlato tra teatro e palcoscenici di varia foggia e in diverse lingue. Quella del protagonista di Bad poems, firmato da Gabor Reisz, che ne è anche interprete nei panni di Tamàs, è una reazione introspettiva. Perde la capacità di amare ad ampio spettro. Non quindi un’altra persona, in particolare, ma tutto ciò che è. E che è stato. La fine del suo amore coincide con l’inizio di una nuova vita che, quasi inevitabilmente, ha gli stessi contorni di quella vecchia. In buona sostanza dell’amore ci si accorge quando viene a mancare. Un tratto che non nobilita l’uomo. Lo deprime, anzi, a soggetto incapace di dare un valore a ciò che ha. Percorso drammaticamente fin troppo simile all’atteggiamento che gli uomini hanno nei confronti della salute. Talmente scontata che ci sia da accorgersi della sua importanza solo nel caso in cui scarseggi.

E Tamàs ripercorre la sua esistenza a ritroso. Mentalmente e pragmaticamente. Il suo essere bambino e il suo presente di adulto. Desideri e aspirazioni di un tempo e quelle vive dopo il crac sentimentale. Una rottura non scelta e non voluta che rimette in discussione un’intera esistenza e non solo. È possibile continuare ad amare e – volendo andare a ben vedere – ad amarsi, dopo una storia che finisce senza apparente propria colpa… L’interrogativo resta sospeso a mezz’aria e attraversa trasversalmente la tecnica di narrazione utilizzata da Reisz che si serve di simbolismi e paradossi. Quadri immaginari e immaginifici. Descrive i percorsi della mente e del cuore che improvvisamente si intersecano, servendosi di collegamenti visivi e ideali, come quando, bambino si ritrova avvolto nel filo rosso dei suoi pensieri che legano – stavolta di fatto –  oggetti e significati della quotidianità, ripresentandoli o reinserendoli nella cornice della memoria. Cose che esprimono se stesse e riattivano contemporaneamente altri ricordi, riemersi da un’adolescenza  normale. Intrisa di lacrime e vento. E simbolico è pure il fotogramma utilizzato per la locandina. Una coppia divisa da un porta, sorretta a mano, che divede lui e lei. Uomo e donna. Sospesa nel nulla di esistenze disordinate su un ponte che, volutamente, non collega una riva all’altra. Siamo nel mezzo. In una terra di nessuno.

Non a caso, l’amore ferito è una terra di nessuno che non c’è creatura in grado di abitare. E il viaggio di Tamàs continua nell’incomunicabilità di un concerto che ha per platea un pollaio in una stanza. Manca un cielo. In definitiva manca la natura. Niente è al suo posto. E il cantante suona nel buio ovattato della sola sua mente. Isola di un arcipelago inesistente dove sfuma il sogno. Si ammorbidisce il pensiero. Resta l’amarezza. C’è qualcosa che sfugge. Non identificato. A malapena percepito. Nutrito di effimero.  Anoressica bulimia della disperazione. E solitudine nel traffico di mille anime. Infiniti suoni. Echi musicali lontani e suggestioni sprecate. Bad poems è un’esperienza. Un viaggio nella mente e nel petto, custode di un cuore instancabile e fratturato, in cerca di un nuovo ossigeno che non ha il sapore dell’aria pura. Non si può vivere il futuro senza la consapevolezza del passato.

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