Il problema sta sempre lì, sulla soglia di un rebus che si fatica a sciogliere. Il cinema tra verità e menzogna. Un incrocio diabolico proprio per colpa di quella natura menzognera della settima arte che però, proprio grazie al grande imbroglio, descrive – spesso minuziosamente – quella realtà che molte parole stentano a raccontare. Soprattutto quando sono gli stati d’animo al centro delle riflessioni. A tentare di sciogliere l’intricato dilemma si cimenta ora anche Massimo Donà, docente di filosofia teoretica all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, con il suo ultimo lavoro, Cinematocrazia (Mimesis, pp. 281, euro 20).  La premessa è, nemmeno a dirlo, concettuale  mentre i capitoli che seguono tendono a dimostrare, nella pratica filmica, quanto anticipato. Impossibile insomma muoversi se non dopo aver fissato i cardini dell’intero discorso. D’altronde però come si può delineare una realtà artefatta che racconti storie vere. Il confine è labilissimo e non a caso il cinema offre vari spunti. Uno fra tutti, la filmografia di Quentin Tarantino che, per ampi tratti, riscrive l’histoire evenementielle. Un’operazione collaudata con Bastardi senza gloria e ripetuta in Django unchained su cui l’autore si sofferma in un capitolo intitolato “L’America di Tarantino” che, per diritto di cittadinanza, dovrebbe comprendere anche l’ultimo C’era una volta a Hollywood in cui la stessa operazione di ribaltamento della realtà viene applicato a uno dei drammi più inquietanti che hanno sconvolto il mondo dello spettacolo e, appunto, del cinema.

Eppure, a questo proposito, lo scopo sembra capovolto. La bugia di Tarantino altera perfino la cronaca, benché almeno nel massacro di Sharon Tate il sovvertimento abbia un effetto liberatorio e catartico. Ebbene è il teorema dell’Altro impossibile. Ciò che non è stato e, a tanti conti fatti, avremmo preferito che fosse stato così. Dopo i corpi viventi è la volta di quelli trasfigurati, cioè rappresentati attraverso  modalità e contorni difformi dalla cronaca. Ci si continua a muovere nel solco dell’alterità perché è ad essa che ci si ricollega in questo viaggio senza bussola nei mari inquieti della realtà, raccontata attraverso la bugia. Un itinerario che tocca il cibo del grande schermo, attraverso l’esame di due capisaldi del genere come Il pranzo di Babette e La grande abbuffata benché siano molteplici i titoli del passato e del presente, dal momento che sul grande schermo il piacere della buona tavola – o semplicemente della tavola – è tra quelli maggiormente coltivati. In buona sostanza Cinematocrazia è una sorta di immersione nei meccanismi costitutivi della settima arte. I film non sono chiamati in causa ai fini di una loro analisi, che si dà per scontato come già condotta in altra sede, ma vengono utilizzati per mettere a nudo i gangli vitali del mezzo di comunicazione. La bugia usata per ricostruire la realtà è solo uno dei tanti dilemmi e delle infinite contraddizioni di un’industria che è anche arte e, come una sorta di dio bifronte, ha due facce e forse anche due anime, il più delle volte incompatibili fra loro. Eppur vive. Si rinnova. Rinasce da se stessa e si trasforma. Il segreto del suo successo.

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