Josep Bartolì era nato in quello scorcio di secolo in cui c’era tutto da perdere e nulla da guadagnare. Non era venuto al mondo nel posto sbagliato perché tutto era sbagliato e lui se ne accorse da giovane, quando prendere partito e lasciarci la pelle è tutt’uno. E a metà degli anni Trenta aveva imbracciato le armi contro l’avanzata franchista. Uno come tanti. Costretto a scappare e ad approdare in una Francia che quegli spagnoli proprio non li voleva. Eppure, nel baratro dell’abisso, si era accesa una luce. Quella dell’amicizia. E l’impossibile sembrava accadere. Un secondino – di quelli adibiti al controllo dei fuoriusciti, poi stipati in campi di raccolta per non dire di concentramento – si era rivelato meno inflessibile e crudele dei suoi colleghi e il loro incontro non durò il solo spazio di una fine. Se Bartolì riuscì a salvarsi fu proprio grazie alla complicità di quell’uomo che lo lasciò andare. Senza sapere che tutta la vita successiva di Josep Bartolì sarebbe stata una fuga. Un esodo. Un rincorrere le chimere della pace. Uscì dalla Francia ma dovette fuggire di nuovo. Prima Casablanca, poi il Messico, dove conobbe Frida Kahlo. Oggi, a Barcellona, una statua lo ricorda ma conquistarla fu un’odissea attraverso le sciagure. Come si arrivò al monumento del ricordo lo racconta un film, Josep, che attraverso un disegno animato rievoca le vicissitudini di uno dei disegnatori più noti del secolo scorso. A girarlo è stato un giovane collega francese, Aurel, che ha usato appunto il linguaggio comune.

Tratti di penna spiegano una vita da tragedia come se fosse una favola. Un ragazzo veglia il nonno al capezzale ma, sulle pareti della camera, fa sfoggio di se uno schizzo che non piace a nessuno. È l’anziano a narrarne la storia e le origini perché il secondino buono era stato lui. E di quel legame con un giovane che voleva sconfiggere la dittatura era rimasto proprio quel quadretto, denigrato da tutti. Il meccanismo che innesca dunque l’aprirsi del racconto non è certamente originale né innovativo. Lo è invece tutto il resto, a partire dal modo di fare luce su un personaggio attraverso una tecnica – il cartoon – solitamente spensierata e dedicata ai più giovani. Qui invece non c’è nulla da ridere perché Josep è un film per adulti che si inserisce nel collaudato filone delle opere che, per mezzo del cinema, parlano di dittatura e in particolare dell’età dei totalitarismi europei. Un universo di storie sommerse, destinato a emergere che sta appunto prendendo questa forma narrativa per rievocare i decenni più bui del secolo scorso, non più attraverso le armi ma sulla linea di ricordi, rievocazioni, tratti di vita che l’oblio ha sepolto e ora la memoria recupera. E avrebbe meritato platee più ampie che solo la malasorte gli ha tolto. Selezionato per il festival di Cannes 2020, ha fatto parte dell’unica edizione cancellata negli ultimi vent’anni. Un’ingiustizia che solo il covid poteva realizzare.

 

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