Era un circo da niente, non per altro si chiamava Mezzapiotta che, a Roma, equivale a qualcosa che sfiora lo zero. In senso reale e pure metaforico. Erano gli anni cupi della guerra, nella fattispecie il ’43. E sotto quel tendone dove si esibivano fenomeni da baraccone in ordine sparso arriva l’onda lunga di persecuzioni e rastrellamenti. L’impresario aveva un nome che tradisce, Giorgio Israel, e sui camion non finisce per errore. Ma siccome era un uomo buono, amato da quei mostriciattoli ai quali dava da lavorare, i suoi orfani non si arresero alla tracotanza tedesca. Il compito non era più quello di far ridere i bambini ma restituire Israel alla vita, facendo leva su quelle armi, grazie alle quali sulle panche del Mezza Piotta, di gente, ne accorreva sempre. E così, la ragazza elettrica (Aurora Giovinazzo) accende non solo allegoricamente la ribellione ai nazisti. Il domatore di insetti (Pietro Castellitto) lascia irrompere le sue minuscole truppe di penetranti guastatori. L’uomo lupo (Claudio Santamaria) mena le mani, pardon le zampe e il nano magnetico (Giancarlo Martini) fa saltare il banco quando meno lo si aspetta. È una guerra sporca quella che costringe quattro mostri per le loro fattezze fisiche a combattere i mostri veri al seguito di Hitler. E, tra loro, si nasconde uno che è stato condannato da madre natura a vedere soccombere le proprie smisurate ambizioni, realizzate invece dal fratello. La colpa sta in quelle sei dita per mano che, a loro modo, lo rendono un diverso, un collega di quei disperati, anime del circo. E, se si aggiunge che il tedesco guida il Zirkus Berlin, con l’ulteriore caratteristica di presagire il futuro quando è in preda all’etere, il quadro è completo. Anche lui è un fenomeno da baraccone.

Freaks out di Gabriele Mainetti, il regista di Lo chiamavano Jeeg Robot, è un po’ di tutto come ben vuole questa era post-moderna che accavalla i generi, mescolando in questo caso dramedy (che è già un misto di suo), film in costume, fantasy e ammicca a precedenti celebri con citazioni per immagini che spaziano un po’ per tutte le direzioni. Il rimando più celebre è il Tarantino di Bastardi senza gloria, dove pure c’è una reazione alla prepotenza nazista con tanto di vittoria finale delle assatanate truppe agli ordini di Brad Pitt. Qui invece c’è da liberare l'”ebreo” Giorgio Tirabassi e nessuno si risparmia. L’ardore è certamente diverso ma il gusto di riscrivere la Storia accomuna il regista romano all’italo americano che, dal cinema di casa nostra, è sempre stato influenzato in modo direttamente proporzionale alla sua passione per titoli, spesso considerati di serie B. Ci troviamo insomma in un solco celebre, dove il gusto di rielaborare gli eventi reali si coniuga con la soddisfazione e il piacere di invertirli completamente, come se si trattasse del videogioco che non è. A suo modo, Freaks out non fa sconti. Spiega che i mostri sono un po’ dovunque e, tante volte, non occorre essere un nano, avere la fisionomia di un lupo o strane attitudini per fare dell’orrido la propria cifra distintiva. Quello di Mainetti non sarà mai un film politico e non ha l’ambizione di offrire interpretazioni su un periodo che ha seminato il terrore ad ogni latitudine ma, con i mezzi che ha, non risparmia uno sguardo sul Novecento delle dittature.

Siamo sotto il tendone di un circo, luogo di immenso fascino cinematografico, che ha ispirato alcuni fra i nomi più rispettati nel pantheon della settima arte. Così non si fa fatica a distinguere il profilo di Charlie Chaplin, autore della bruciante satira de Il grande dittatore,  in vari punti di quel Zirkus Berlin dove fenomeni da baraccone, senza il coraggio di mostrare il loro vero volto, fingono invece ruoli che non possiedono e ambizioni superiori alle proprie capacità. È il circo che si fa metafora ed entra nello spettacolo della vita. Ma anche il circo che mostra la faccia sporca della menzogna, cucita sul volto di teatranti che dovrebbero vergognarsi di loro stessi. In questo senso, il messaggio chiede di sciogliere quell’interrogativo su chi sia il diverso, inteso come colui che ha un aspetto poco raccomandabile ma si rivela più umano di chi invece si trascina le proprie sembianze normali ma nasconde un’indole decisamente più inquietante. Freaks out punta sullo scanzonato sorriso, su scenografie e costumi che aiutano a immergersi nella buffa e caricaturale esistenza dei circensi, senza nulla togliere alla cupa oppressione del periodo in cui sono calati. Fuori dal tendone esiste sempre un mondo. Ed è profondamente diverso dalla favola triste di un pierrot o una donna cannone.

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