Poesia di un mondo che sopravvive a fatica. Fatto di inchiostro che sporca le dita ai lettori. Linotype che orchestrano un baccano, ucciso dal silenzio dei computer. Storia di un’informazione che fu, relegata al museo dei ricordi da ritmi di vita che triturano tutto. E muore anche la magia della lettura. Il quotidiano, mille storie. Stralci di esistenze a volte rapaci, in altri casi romantiche o addirittura buffe, come il diario di viaggio del cronista in bicicletta (Owen Wilson) nei quartieri malfamati della città. L’eterna lotta tra la follia di un pittore squilibrato in carcere (Benicio Del Toro) e i rapporti con la sua musa (Lea Seydoux) e un mercante d’arte spregiudicato (Adrien Brody). Cronaca di amore e morte sulle barricate della rivolta studentesca, dove i mestapopoli hanno il volto sognatore di  Zeffirelli (Timothée Chalamet) e l’ostinata Juliette (Lina Khoudri). La suspense creata dalla banda di malviventi, guidata dallo Chaffeur (Edward Norton), che – dopo aver rapito il figlio prediletto del Commissario (Mathieu Amalric) – ricatta il funzionario affinché sia liberato il contabile della mala (Willem Dafoe). Un cosmo tutt’altro che micro in cui si aggirano la critica Tilda Swinton, conoscitrice dei segreti dell’arte moderna e la saggista letteraria (Frances McDormand) che difende l’integrità giornalistica a penna tratta. E, se la scrittura ferisce come la spada, vanno bene sia la penna sia la spada.

Benevenuti a Ennui-sur-Blasé, fantasiosa cittadina francese dove ha sede il famigerato The french dispatch in un momento sciagurato della sua storia. La morte del mitologico direttore (Bill Murray), trovato morto forse a causa di un infarto. Un allegro scrittore che frequenta la redazione da anni senza aver mai scritto una riga, la correttrice di bozze, il vignettista, lo story editor e il consulente legale ne organizzano il colorito e colorato funerale. Un misto di sequenze in bianco e nero e a colori che impastano il racconto del cantastorie Wes Anderson. Un regista che sembra una creatura uscita dai suoi stessi film, nella misura in cui questi sono figli suoi. E la costruzione dei fotogrammi è curata e attenta, al punto da stupire per la loro estetica bellezza artistica che si alterna a riprese bicromatiche, esattamente come cambia il formato da widescreen a rapporto Academy (1.37:1) o i sottotitoli che sorprendono per il loro apparire in ogni angolo dello schermo.

The french dispatch, distribuito dalla Disney, ha pagato un terribile tributo al covid perché avrebbe dovuto aprire il Festival di Cannes dell’edizione 2020, saltata per la pandemia. Sembra un atto d’amore per il giornalismo, soprattutto quello di un tempo. E Anderson spiega “di essere un fan del quotidiano cartaceo, guardare poco internet ed essere abituato ad acquistare un giornale ogni giorno. E, ovviamente, a leggerlo”.

Un legame con il passato, fatto di buone maniere e gioco di squadra. “Oggi manca la figura di un direttore che faccia sentire una redazione come un gruppo compatto, ricco di coesione”. Truppe allo sbando e disorientate. “È più facile trovare chi si affida a qualcosa di sensazionale pur di vendere. Non c’è più nessuno, capace di fare filtro. La pubblicazione dovrebbe rappresentare in maniera giusta la realtà”. E i miti scompaiono come nel French dispatch. “Manca totalmente un mediatore che faccia rispettare le norme dei giornalisti, trasmettendo quel senso di appartenenza a una squadra unita. Molte notizie non hanno fondamento. E questa è disinformazione. Servirebbe qualcuno che rispetti i fatti o li distorca del tutto, quasi come una caricatura. All’attualità delle fake news io preferisco il passato”.

Giornali. Notizie. Storie. Per Anderson questo è il contesto. Non difende una categoria e aggiunge che “come regista devo preoccuparmi della riuscita del mio lavoro”. E questo è un altro… film. Un caleidoscopio. In cui sta tutto e il contrario di tutto, in un asse che spazia da De Sica al New Yorker. “Il periodico della Grande Mela mi ha sempre affascinato. Leggevo soprattutto le storielle iniziali, le più brevi e spesso più penetranti. Ho sempre desiderato conoscere chi stava dietro i nomi che incontravo. L’ispirazione parte da lì”. Ed è diventata un intreccio di aneddoti. “Come ne L’oro di Napoli. L’impostazione antologica è puramente italiana. Quando l’ho visto mi sono ripromesso di prendere esempio da un filone che unisce pure Fellini, Visconti e Pasolini. Ogni volta che scrivo una sceneggiatura spero di essere costretto a tornare a Cinecittà”.

Là c’erano Totò ed Eduardo, Sophia Loren e Paolo Stoppa, De Sica stesso e Silvana Mangano qui c’è la crème americana. “Eppure è un’opera francese. Francesissima. Abbiamo girato ad Angoulême con un migliaio di comparse e un’aria da vecchi studios, trasformando vicoli e angoli, costruendo alcuni set dal nulla. All’anteprima abbiamo riempito due cinema solo mostrandolo a coloro che erano entrati nelle riprese”. Un tocco d’America, uno d’Italia e un pezzo di Francia che però sembra meno evidente di quello che dovrebbe. “Siamo internazionali. Con me lavorano tutti, un burattinaio inglese, una costumista italiana, un tecnico indiano”.

Il giro del mondo continua con il prossimo progetto, ormai quasi a punto perché la pandemia non ha paralizzato proprio tutto. “Ogni film che faccio mi trasmette stimoli e l’ispirazione giusta per il successivo. È successo anche stavolta e le riprese sono terminate due settimane fa. Ho girato in Spagna benché sia ambientato negli Stati Uniti, dove ormai lavoro di rado. È stato molto divertente”. Asteroid city è una storia d’amore con dettagli top secret e il solito cast di stelle, da Scarlett Johansson a Margot Robbie, da Tom Hanks ai “fedelissimi” Adrien Brody e Bill Murray. Fantasia a colori.

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