[photopress:Kravitz.JPG,full,pp_image] Va bene tutto, d’altronde gli affari sono affari. Per far cassa, uno può anche trascorrere vent’anni della sua vita facendo finta di essere la versione rock di Rocco Siffredi. E così Lenny Kravitz (44 anni) ha convocato puntualmente i fotografi ogni volta che usciva per strada con Nicole Kidman, Vanessa Paradis, Penelope Cruz e Natalie Imbruglia o Adriana Lima. C’è stato un periodo in cui sembrava che lui fosse la crocerossina da materasso delle star, facendo schiumare di invidia tutti, maschi, femmine e rotocalchi obbligati a paparazzare ogni sua presunta evoluzione sessuale e persino il suo metraggio intimo, visto che più volte si è dichiarato ultradotato. Poi le sue classifiche di vendita si sono fatte piatte e per digerire il penultimo cd “Baptism” ci voleva l’Alka seltzer tanto era pesante. Adesso esce il nuovo “It is time for a love revolution” che già dal titolo annuncia un rivoluzione che lui stesso ha confermato nella solita intervista pilotata al momento giusto: “Non sono più interessato come in passato al corpo di una donna. Sono tre anni che non faccio sesso e non ne sento la mancanza”. Ma che caso. Però poi uno pensa: chissenefrega, tutta questa purezza sarà il frutto di una profonda conversione, di una riflessione quasi mistica e di sicuro piena di ispirazione. E allora ascolta con interesse le 14canzoni14 del cd che esce il 5 febbraio. Scordatevi l’ispirazione. Scordatevi pure le melodie. L’unico buon lavoro è quello che Lenny Kravitz fa alle chitarre (e difatti anche il suo assolo di “Are you gonna go my way” nel cd di Live Earth dell’anno scorso è molto buono). Ma il resto è da castità, nel senso che è meglio non praticare. I testi inutili o persino, come in “Good morning”, avvilenti per superficialità. Hanno due estremi: la confessione di “A long and sand goodbye”, dolorosa quanto vuoi ma poetica zero, per l’abbandono del padre con la parola “papa” ripetuta fino allo sfinimento. E il solito ritornello anti guerra di “Back in Vietnam”, con uno slogan pacifista che in tutta la storia del rock non è mai stato così banale. E poi gli arrangiamenti sono elementari, le melodie strasentite come in “I’ll be waiting” che però sta andando abbastanza bene in radio. E infine la sua voce. Ancora più del solito, è la via di mezzo tra Prince con la laringite e Paul Stanley dei Kiss senza toni bassi. Così monocorde che alla fine del disco uno si ritrova quasi ossessionato. Insomma, non è un disco brutto. E’ un cd inutile, che è ancora peggio. Soprattutto è un cd che lo squalifica perché Lenny Kravitz adesso è un rocker in cerca d’autore. Non è né carne né pesce. E’ un vegano del rock e, purtroppo per lui, non ha più nessun sapore.