[photopress:Pavarott.JPG,full,alignleft]Alla fine, nei camerini immersi nella sabbia, erano tutti entusiasti. Laura Pausini sorrideva, Jovanotti commentava il suo duetto con lei in ‘Caruso’, Zucchero salutava tutti (come fa sempre) e Sting chiacchierava con la sua Trudie in attesa che la regina Rania di Giordania passasse a salutarlo. Nello scorso fine settimana a Petra, in un lembo di terra della Giordania schiacciato tra Israele e l’Arabia Saudita, tutti questi artisti (più Andrea Bocelli, il soprano Angela Gheorghiu, il flautista Andrea Griminelli e ancora altri, tutti accompagnati dala Filarmonica di Praga) hanno festeggiato quello che sarebbe stato il 73esimo compleanno di Luciano Pavarotti. E lo hanno fatto in due modi. Sabato sera si sono riuniti in un luogo favoloso, il cosiddetto Tesoro del Faraone, che è una piccola radura compresa tra i monti al termine di una gola lunga un paio di chilometri e profonda un centinaio di metri. In questo spiazzo, davanti alla facciata di un tempio scolpito nella roccia migliaia di anni fa, tutti gli amici di Pavarotti – c’erano anche la principessa Haya, Caterina Caselli, Carla Fracci e un tale soprannominato “Panocia”, un signore meraviglioso, emiliano e simpatico, che per quarant’anni è stato il confidente del Maestro – hanno parlato di Pavarotti, di che cosa hanno condiviso con lui e di che cosa ricordano. Niente retorica, per carità. Sarà stato per il posto oppure per il vento freddo, eppure nessuna parola ha richiamato la lacrima facile, quella furbetta che poi evapora subito. Ma il bello è venuto il giorno dopo, quando in un altro posto, distante alcuni chilometri, c’è stato il concerto. E dovevate vederlo, il palco (qui una foto di una delle due immagini del tenore ai lati del palco, con i militari che presidiavano l’area). Era in un campo beduino, protetto da immense rocce rosa, immerso nella sabbia del deserto. Lì sopra ci sono stati momenti di musica emozionanti, come l’esibizione di Sting con un liuto (nella foto), [photopress:Evento_S.JPG,full,alignright] una strepitosa versione quasi jazzata di ‘Guarda che luna’ di Fred Buscaglione fatta da Jovanotti, la ‘Miserere’ di Zucchero in duetto virtuale con Pavarotti, la ‘Mattinata’ tratta dal ‘Leoncavallo’ eseguita da un Bocelli inizialmente molto emozionato e poi più sciolto, sempre più sciolto. Insomma un grande concerto, bisogna dirlo. Grande perché ciascun artista non aveva obblighi promozionali, non doveva fare le solite marchette, era libero. Grande perché la musica ha toccato picchi altissimi, con la Filarmonica diretta dal bravo Eugene Kohn capacissima di adattarsi ai ritmi, alle cadenze e ai bisogni elementari del pop. E grande perché l’atmosfera era quella dell’evento unico, con una regina, una principessa, il presidente della Camera Fini, nobili e diplomatici in mezzo a persone qualunque (in tutto eravamo 500) tutti uniti dal ricordo di uno dei più grandi tenori del Novecento (bisogna dirlo: qui hanno anche cantato Placido Domingo e Josè Carreras, ma non c’è confronto, davvero). Se bisogna celebrare un musicista, ci vuole bella musica, nient’altro. E a Petra, un posto che è una delle sette meraviglie del mondo, c’è stata nel modo più bello possibile: quello sincero.