[photopress:vcapossbgsf.jpg,full,alignright]Lo so, lo so, parlando di Vinicio Capossela qualcuno storce subito la bocca. Troppo simile a Tom Waits. Troppo simile a Paolo Conte. Troppo simile a chissà chi. L’altro giorno l’ho visto in un piccolo teatro di Milano mentre, entusiasta come un bambino, presentava il suo nuovo cd intitolato “Da solo”. Ha tenuto uno spettacolino cantando cinque o sei pezzi e blaterando più del solito, tutto preso com’era dall’entusiasmo di far sentire i nuovi pezzi. Poi si è seduto a tavola e, di fronte a un bicchiere di vino, ha parlato ancora, strologando, divagando, improvvisando parole. Lui è fatto così: inarginabile. Ma c’è qualcosa di geniale in questo artista stonato che non ha pretese di conquistare i mercati ma solo di tenere a bada le sue ossessioni. Mi è sembrato, lui sempre così ermetico e folle, più sereno del solito. E le canzoni del cd, che sono state composte “tanto che una zucca di Halloween appassiva”, quindi in pochissimi giorni, sono piccole fiabe musicali che hanno una dolcezza squisita, qualcosa fuori dal tempo, fuori dalle categorie, fuori da tutto. Vinicio Capossela è uno che ha qualcosa da dire. Parla del “Gigante e il mago”, di “Paradiso dei calzini”, di “Vetri appannati d’America” o del “Sante Nicola” e lo fa con un impeto poetico che ricorda quei forsennati cantastorie che giravano l’Europa (non gli Stati Uniti) ai primi del Novecento. Selvaggio. Incontrollabile. Perciò il suo cd è proprio bello, a patto che non si cada nel solito giochetto dei rimandi artistici. A chiunque assomigli, ci assomiglia con una personalità unica che lo rende inimitabile. Ascolti Capossela e puoi anche provare disgusto. ma non si può evitare di cadere senza rete nel suo mondo fantastico e nebbioso in cui si entra solo ad occhi chiusi. E senza pregiudizi.