[photopress:01.JPG,full,alignright]Adesso che è finita, si può dire: l’ultima volta, quando è apparso in pubblico per quello che sarebbe diventato il suo addio, Michael Jackson non era già più lui. Londra, O2 Arena, 5 marzo scorso (foto qui di fianco): il Re del Pop annuncia il suo grande ritorno, dieci, venti, cinquanta concerti per dimostrare di essere ancora il più grande. Biglietti subito esauriti, un milione e mezzo di richieste, fans in adorazione. Ma il viso non è più suo, neanche lontanamente, le mani sono immobili, la voce squittisce, farfuglia. Michael Jackson se ne è andato ieri a cinquant’anni e poco più (era nato a Gary, nell’Indiana, il 29 agosto del 1958) dopo che i medici lo avevano prelevato di corsa nella sua villa di Holmby Hills e trasportato in ospedale a Los Angeles dopo aver tentato un massaggio cardiaco. “La situazione non è affatto buona”, aveva detto suo padre poco dopo. No, non era buona. I fans subito arrivati fuori dall’ospedale sono rimasti zitti, a testa bassa. E così se ne è andato il cantante più misterioso del pop, il Fregoli che in quarantacinque anni (aveva debuttato a cinque anni a una recita scolastica) si era trasformato tante volte, lentamente oppure d’un botto, cambiando sempre volto senza che nessuno capisse mai davvero chi fosse. Senz’altro un interprete di altissimo livello che ha venduto 750 milioni di dischi, più di Elvis, più dei Beatles, più di chiunque altro. Un buon ballerino, visto che il suo moonwalk (lanciato mentre cantava Billie Jean il 16 maggio dell’83 al concerto per i 25 anni della Motown) ha fatto epoca. Ma anche un caso psichiatrico sul quale si è discusso e si discuterà chissà per quanto tempo a venire.
Michael Jackson è morto ieri a mezzanotte ora italiana, ma non c’era già più da chissà quanto tempo. Certo, molto dipende da quell’uomo dimesso e all’apparenza insignificante che ieri lo ha accompagnato per l’ultimo viaggio: Joseph, suo padre, neanche ottant’anni. Musicista di nessun rilievo, era ossessionato dal successo e con la moglie Katherine non ha fatto altro che allevare gioiose macchine da successo: tutti i suoi figli, da Jermaine a Tito.
Michael entra come percussionista nei Jackson Brothers che c’è ancora Kennedy alla Casa Bianca. Suona ovunque, senza sosta, come un burattino. Poi nel 1966 i figli dell’ossessionato Joseph diventano Jackson 5, firmano per la Motown e in quattro e quattr’otto sfondano in classifica perché la loro miscela di soul e pop e appena un po’ di rhythm’n’blues, musicalmente non granché, ha un’incredibile presa sul pubblico. Un fenomeno da baraccone o poco più, una band di bambini e ragazzini (Michael ha dieci anni quando i primi quattro singoli entrano nella Top 100) roba che oggi si urlerebbe alla violazione dei diritti dei minori.
Lì Michael Jackson ha iniziato a morire. Compresso in una macchina che lentamente gli sfugge di mano, si ritrova a vent’anni con l’esperienza di un cinquantenne: ha già avuto successo con i fratelli (e poi ha litigato). Ha già avuto successo da solista (iniziando con Got to be there del 1972, a 14 anni!). [photopress:Michael_Jackson.jpg,thumb,alignleft]Ha già avuto tutto. Gli manca solo essere il numero uno. No, gli manca realizzare il sogno di suo padre, quella ossessione che gli ha tolto l’infanzia, l’adolescenza e, da ieri, anche la vita. Ottiene il primato con l’album Thriller del 1982: oltre cento milioni di copie vendute, canzoni incredibili come Billie Jean o Beat it, immagine vincente, massaggi positivi: ecco il bravo ragazzo di talento che ce l’ha fatta. Negli anni Ottanta è il più grande e se ne accorge persino Ronald Reagan quando lo riceve alla Casa Bianca e si ritrova davanti al portone una folla inimmaginabile. Nessuno di quei ragazzi sulla Pennsylvania Avenue di Washington allora poteva intuire che Michael Jackson stava già sbiancandosi il volto, inseguendo quella cupa ossessione di voler perdere colore, di volersi annullare, di provare a cambiarsi per cambiar vita.
Dopo Thriller le sue fobie dilagano. Si diceva vivesse in una camera iperbarica, che si sentisse pedinato dai batteri, dai virus, dalle malattie. Da quel momento ci sono due parabole. La sua personale, tragica. E quella dei suoi fan, commoventi. Nel 1988 le due parabole iniziano ad affiancarsi nel Neverland, il ranch da 11 chilometri quadrati vicino a Santa Barbara in California nel quale è andato in scena il suo dramma. Lì avrebbe portato i ragazzini sui quali, pagati o convinti o ricattati, provare a dilettare il suo infantilismo castrato, esprimere una sessualità incompleta, lasciare che sgorgasse un po’ di quel disperato bisogno d’amore che si era rannicchiato in fondo al suo animo sin da bambino. Secondo l’accusa, un mostro, un pedofilo. Secondo l’opinione pubblica, pure. Per la sentenza finale (il processo durò tre anni), un pover’uomo innocente con tanti altri problemi tranne quello di andare in galera. Un pover’uomo sul lastrico o quasi. Aveva persino comprato i diritti delle canzoni dei Beatles, roba da cinquanta milioni di dollari vent’anni fa. Poi qualche flop, tour mastodontici e poco fruttuosi, spese folli, acquisti farneticanti. Ci sono ancora eserciti di creditori che aspettano denari nonostante Michael Jackson abbia venduto tutto quello che aveva e i suoi dischi continuino a fruttare milioni ogni anno. Ma lui non se ne accorgeva più. Gia quando mostrò i suoi figli piccoli sporgendoli fuori dal balcone di un hotel di Berlino nel 2002, non era più lui. Un Peter Pan volato via, uno strepitoso showman, un incredibile caso umano. Ora che una crisi cardiaca l’ha stroncato quand’era già morto da un pezzo, si srotoleranno i discorsi e le parole correranno più veloci della retorica. Invece lasciamolo stare. Adesso Michael Jackson, il più grande mistero del pop, è dove voleva essere da un bel pezzo: nel silenzio. Da solo.