[photopress:LAPRESSE.JPG,full,alignleft]Ma allora ci hanno preso in giro. Anzi, ci siamo presi in giro noi giornalisti che per sei mesi abbiamo blaterato sul presunto crack di Michael Jackson, morto in bolletta per far fronte, di volta in volta, a guai giudiziari, guai psicopatologici, guai finanziari e via dicendo. Proprio nel giorno in cui i suoi eredi, anzi gli esecutori testamentari, hanno stipulato un accordo da duecentocinquanta milioni di dollari con la Sony Music (di cui 200 andranno alla famiglia), basta fare due conti per rendersi conto che sull’impero di Jacko non tramonterà mai il sole. Intanto le sue società sarebbero esposte per quattrocento milioni di dollari. Ma il patrimonio è di circa 600 milioni (500 di proprietà, 75 milioni di diritti d’autore). Il suo repertorio sarà tra i più comprati nei prossimi vent’anni esattamente come, ai tempi, accadde a Beatles ed Elvis Presley. E il montepremi di canzoni inedite e altre rarità che Michael Jackson ha accumulato in tutta la sua vita basta e avanza per garantire un’esposizione sul mercato per chissà quanto. Si comincerà a novembre, con il primo album di inediti. Poi arriveranno la riedizione di Off the wall, alcuni dvd, addirittura un videogame. Insomma, tutto come al solito e ciascuno pensi se sia giusto o meno questo mercimonio post mortem. Rimane però che Michael Jackson non era quel pazzo dilapidatore che è stato descritto da (quasi) tutti con la solita ferocia che si riserva a chi non può più rispondere. E, forse, togliere dalla sua memoria anche questa falsità è un modo di dirgli addio migliore di tanti altri così pieni di retorica.