[photopress:Baustelle.JPG,full,alignleft]Massì, avanti un altro: tanti in questi mesi sparano contro i talent show. Insulti più comuni: fanno schifo, uccidono la musica, prendono in giro tutti, creano mostri e disadattati. Non è così. Come tutti possono constatare, la musica non è mai stata così bene. Nella storia dell’umanità l’uomo non ne ha mai ascoltato così tanta e così liberamente. Il merito è senz’altro di internet. Però internet ha anche distrutto le case discografiche più importanti. Nei violentissimi j’accuse contro le major, tanti dimenticano questo particolare: i disoccupati della discografia sono migliaia in tutto il mondo. E si è arrivati a questa situazione senza che la maggiorparte dei giornalisti capisse o segnalasse che cosa stava accadendo. Spesso sono gli stessi che oggi criticano i talent show.
Mi spiego meglio.
Le grandi case discografiche erano il volano che consentiva ai talenti di crescere e, una volta cresciuti, di trovare una macchina efficiente che li facesse conoscere. C’erano i Righeira e Alan Sorrenti (anche) per trovare fondi da investire sugli allora sconosciuti Vasco Rossi o Franco Battiato. Un ruolo, questo, che internet difficilmente riuscirà a sostituire in tempi brevi. In questo contesto rientrano i talent show che hanno conquistato la fiducia delle principali case discografiche con enormi risultati, quasi tutti positivi. Non per nulla la stragrande maggioranza degli artisti che incontro o tratto per lavoro – da Madonna a Jeff Beck – ammette che, quand’era sconosciuto, avrebbe senz’altro partecipato a un talent show. E secondo me ci sarebbero andati pure i Beatles. E anche gli artisti italiani più lontani dalla logica del talent, come Venditti o Fossati o De Gregori o la Mannoia, ci hanno partecipato senza tanti problemi, nonostante le feroci critiche del passato. I talent show non peggiorano lo status quo. Non rubano mercato agli artisti già esistenti. Non impoveriscono nessuno, anzi. Portano invece a comprare dischi (o download) gente che altrimenti non l’avrebbe mai fatto o l’avrebbe fatto con molta minore frequenza. Chi compra il cd (molto bello) di Marina and the Diamonds o dei Baustelle (bellissimo, qui ci sono loro nella foto) difficilmente comprerà anche il cd di Loredana Errore. Chi invece compra il cd di Loredana Errore molto spesso invece non avrebbe comprato nessun altro cd. Quindi il mercato si allarga, non si restringe. E le conseguenze positive sono sotto gli occhi di tutti, anche di chi fa finta di non vederle. Se il bravo The Niro potrà promuovere il suo secondo cd (ascoltatelo, vale la pena) è anche perché la Universal ha raggranellato qualche soldino in più con le vendite di Emma Marrone.
E poi, fatte le dovute proporzioni, i talent show sono la versione moderna del Cantagiro o del Festival di Castrocaro o di altri simili. Da lì è uscito ogni tipo di cantante, anche i più volatili. Per dire, a Castrocaro nel 1961 ha vinto Anna Maria Ramenghi, nel 1966 Annarita Spinaci, nel 1988 Antonietta Buccigrossi e via con questi sconosciuti. Ma da lì sono anche usciti Gigliola Cinquetti, Zucchero eccetera. Così anche per il Cantagiro che, cito una data a caso, nel 1964 aveva nel cast Gianni Morandi e Paolo Mosca, un gigante e un nano in termini di popolarità successiva. Chiunque vincesse Castrocaro o il Cantagiro aveva una immensa popolarità immediata. Nessuno allora gridava allo scandalo, nessuno si lamentava della dignità musicale perduta, nessuno protestava, nessuno faceva l’offeso. Il tempo poi ha scremato gli artisti meritevoli da quelli meno. E così farà anche adesso. Perciò credo che i talent show come X Factor o Amici non danneggino nessuno e, anzi, aiutino molto più di quanto faccia comodo notare. A patto che, ovviamente, si consideri che la musica si divide soltanto in due categorie, quella che piace e quella che non piace. Chi è convinto di sapere aprioristicamente quale sia la musica degna e quella indegna, in realtà non è un autentico appassionato di musica.