[photopress:Web2.jpg,full,alignright]Ecco qui un pioniere del rock’n’roll in Italia. Lui esordisce subito dicendo: «Anche io sono un ragazzo della via Gluck». E quando inizia a parlare, Gino Santercole srotola una vita incredibile in quasi tutto, anche nel particolare di cronaca: in questi giorni esce il suo primo disco addirittura dopo quarant’anni, Nessuno è solo (Sony). «Ogni tanto rinasco», dice con una bella voce rotonda, che nel disco diventa vibrante e colorata, con riflessi alla Paolo Conte. Anche se ha soltanto due anni in meno, è il nipote di Adriano Celentano, figlio della sorella Rosa, e, per alcuni anni, è stato anche suo cognato, avendo sposato Anna, la sorella di Claudia Mori. Cognato dello zio: più di rock di così. Gino Santercole ha iniziato con Adriano Celentano, per davvero: facevano gli orologiai insieme a Milano e insieme hanno scoperto Bill Haley e suonato il rock’n’roll nei Ribelli. Lui ha composto “Una carezza in un pugno” e “Svalutation”, è diventato solista di buon successo (“Stella d’argento” e “Questo vecchio pazzo mondo” volarono in classifica nel ’64 e nel ’67) e poi attore per i migliori in circolazione: Germi, Risi, Monicelli, Montaldo. In poche parole, è un pezzo di storia della canzone italiana. E lui la racconta così, ridendoci su come può fare uno che a settant’anni è ancora rock («Bada alle parole, li compio a novembre»).

In ogni caso, caro Santercole, il suo ultimo disco è del 1970 o giù di lì.
«In realtà ne ho fatto un altro sette od otto anni fa. Ma era un dischetto, avrà venduto sei copie».

Comunque non ha perso l’allenamento: «Nessuno è solo» è molto bello, sarà una sorpresa per chi l’ascolterà.
«Un paio di anni fa a Venezia – ero lì per la presentazione del restauro di Yuppi du, nel quale ho anche recitato – il presidente della Sony, Rudy Zerbi, mi dice: sono sempre stato un tuo fan, perché non incidi un disco? E io l’ho fatto: ho preso anche canzoni composte anni fa, e con Domenico Politanò le ho riarrangiate e ricantate».

Una è anche dedicata a Giovanni Paolo II.
«Sì “Cavomba” è il mio rock scritto per Wojtyla, che ho incontrato per caso mentre giravo un film a Roma, dove mi sono trasferito tanti anni fa».

Dalla via Gluck.
«Adriano e io siamo stati come due fratelli. Da ragazzini, quando arrivavamo, ci dicevano: arriva il terremoto. E sono tuttora il suo primo ammiratore. Abbiamo iniziato con le canzoni napoletane, ma dopo un po’ che noia. Poi…».

Poi?
«E’ arrivato Elvis, è arrivato Rock around the clock di Bill Haley che per noi è stato un fulmine. Sono stato il primo a Milano ad avere la mitica chitarra Fender. Eravamo in due in tutta Italia: l’altro era il fratello di Little Tony. Il rock’n’roll era la nostra vita, era l’unica lingua che riuscivamo a parlare».

Nel 1966 lei va al Festival di Sanremo con Celentano per «Il ragazzo della via Gluck», clamorosamente eliminata al primo turno. Due anni dopo appare in «Serafino» di Pietro Germi. E da allora recita e basta.
«Ho avuto grandi soddisfazioni. Avevo smesso di cantare anche perché continuavo a essere considerato il “nipotino di”. Eppure avevo già composto Una carezza in un pugno. Facevo anche fatica ad andare a promuovere le mie canzoni in tv. Mi dicevano: vieni con Celentano. E io rispondevo: “In valigia non ci sta”».

Ma ci sono stati problemi tra voi?
«Quando mi sono separato da mia moglie Anna, sorella di Claudia Mori, nel 1973, c’è stata un po’ di maretta. Ma ora Adriano ed io siamo tornati come quando eravamo bambini. Ci sentiamo al telefono, l’altra volta mi ha detto che ha un regalino per me. Come ai vecchi tempi. D’altronde lo dico sempre: questo è il mio anno felice».

Ce ne sono stati di brutti?
«Negli anni Settanta ho vissuto molto tempo quasi da sbandato, ero depresso, ho fatto tanta psicanalisi e tutta quella roba lì».

Intanto recitava. E ha aperto anche due ristoranti.
«Uno a Milano, l’altro a Roma. Lì curavo anche la colonna sonora. Mi dicevano: ma che radio è? E io: Radio Santercole».

Tutto rock, naturalmente.
«Ma va. Dopo il rock’n’roll ho scoperto Sinatra e Armstrong, Ella Fitzgerald e Billie Holiday. E Ray Charles, è lui che mi ha portato al blues, al gospel, al soul. Non ho studiato molto, ma credo di avere talento».

Ha firmato «Una carezza in un pugno».
«L’altro giorno mi hanno detto che è la più suonata dalle orchestre nel mondo».

Ha sentito la cover che Fiorello ha fatto nel 1992?
«Preferisco sempre la versione di Celentano. Anche Ornella Vanoni l’ha cantata con l’orchestra. Bellissima. Ma non è mai stata pubblicata. L’ho cantata anche io».

Magari adesso, dopo il cd, le toccherà anche di fare dei concerti. A 70 anni.
«Ho già avvisato una band: ehilà ragazzi, state pronti».

Ma allora lei è sempre rock.
«Ammazza se sono rock’n’roll».

Il rock non ha quasi mai rimpianti. E lei?
«Direi di no. Anche adesso preferisco che il mio cd non venda una copia
ma che sia apprezzata la mia musica. Per me non è importante il successo ma l’essere. Sto con Frommm: meglio essere che avere».