[photopress:gorillaz_feel_good_inc.jpg,full,alignleft]Dunque, senza tanti giri di parole il concerto dei Gorillaz a Londra il 29 aprile è stato un autentico capolavoro. Va bene, il pubblico è impazzito e in platea alla Roundhouse c’erano anche tanti vecchi arnesi del rock che lì si sono fatti le ossa seguendo per decenni concerti bellissimi. In poche parole i Gorillaz ci hanno finalmente messo la faccia per davvero, piantandola lì di essere quella che è entrata nel Guinness dei Primati come «band virtuale più famosa del mondo». Sul palco c’erano proprio loro, Damon Albarn in testa e addirittura Mick Jones e Paul Simonon dei Clash che tornavano insieme dopo trent’anni. I Gorillaz hanno smesso di nascondersi dietro ologrammi come agli Mtv Europe Awards di Lisbona. Ci hanno messo proprio la faccia. Sudore vero. E talento puro. Volendo, lo show ha celebrato una nuova fase: il superamento definitivo della rigida distinzione tra generi musicali perché questa band li mescola tutti, ma proprio tutti, dal rock al drum’n’bass fino al jazz e al soul e all’hip hop, cavandone fuori un’amalgama così fluida che non ha caratteristiche standard pur sfoggiando un’identità fortissima, una sorta di pop a geometria variabile che da Last living soul passando per Rhinestone eyes o Gliter freeze cambia sempre connotati senza cambiare identikit. Seguendo una tendenza individuata, per altri versi, anche da Umberto Eco, i Gorillaz hanno cancellato la linea di discrimine tra musica alta e musica bassa, passando indistintamente da arrangiamenti tribali a versioni techno, da complessi impasti soul a linee di basso quasi punk e ritornelli di un pop zuccheroso. Il tutto con un successo golosissimo, visto che a marzo il loro nuovo album Plastic beach è stato uno dei più venduti al mondo, consolidando un successo nato per scherzo e per scherzare sulla schiavitù del pop alle classificazioni di genere e sulla dipendenza iconografica delle band dal «frontman» e dal suo look o dalle sue mattane. Nell’epoca dell’ultraesposizione mediatica, i Gorillaz hanno seguito un’altra strada, che, tra l’altro, sostanzialmente nega la famosa teoria di Mcluhan secondo la quale “il mezzo è il messaggio”. Il messaggio dei Gorillaz passa attraverso il mezzo, ma non ne rimane intaccato né coincide. I Gorillaz negano tutto: sono stati creati a fine anni Novanta da Damon Albarn dei Blur e si sono visivamente presentati solo grazie a personaggi creati dal fumettista Jamie Hewlett, così bravo che ha ispirato anche lo staff di Celentano per gli spot tv di Rock politik. Missione chiara: destrutturare la musica, giocandoci su, ma facendo sul serio, essendo virtuali ma esistendo per davvero. Risultato chiarissimo: per dire, nel 2008 i Gorillaz sono stati la band più popolare del mondo su MySpace senza neanche avere un album nuovo in promozione.
Insomma, Roundhouse, zona Camden: un’arena circolare, con il soffitto di legno, poche migliaia di posti tutti esauriti per due concerti, la culla ideale per coccolare i suoni e stringere vicini gli artisti al pubblico. Due batterie sul palco, dominato da un megaschermo fondamentale per lo show. Una sezione archi composta di sole donne vestite alla marinaretta, esattamente come Mick Jones, agile ma non decisivo, e Paul Simonon, violentissimo e preciso, con quelle sue movenze dinoccolate che lo resero celebre già ai tempi dei Clash. Poi coristi, le tastiere e lui, Damon Albarn, che ha resistito per un po’ con il giubbotto di pelle nella fornace della Roundhouse prima di rimanere con una maglietta a strisce da gondoliere veneziano: cantava sul proscenio oppure se ne stava nelle retrovie a suonare le tastiere. Essendo i Gorillaz a geometria variabile, sul palco è stata una processione di ospiti, fisicamente e no. Intanto, dopo un’introduzione orchestrale, l’iniziale Welcome to the world of the plastic beach è stata sostanzialmente cantata in video da Snoop Dog, poi in Broken empire è arrivata Little Dragon (idem mezz’ora dopo in To binge). In White flag sul palco è salita addirittura l’Orchestra nazionale siriana con Bashy e Kano. Per Superfast jellyfish sono arrivati Gruff Rhys e i De La Soul (tornati poi per Feel good inc). Dare è stata trasformata in un evento da Shaun Ryder degli Happy Mondays e sua maestà Bobby Womack, 66 anni, è apparso in Cloud of unknowing, dicendo anche le uniche parole (a parte i versi delle canzoni) che in tutto il concerto siano state pronunciate da uno dei musicisti/cantanti: “Thank you”. Ma quando il gruppo ha suonato il singolo Stylo, enfatico e teso come un’esecuzione capitale, mentre sullo schermo andava il relativo videoclip con Bruce Willis, una sorta di Duel metastilistico perché mescola cartoon e realtà, allora si è capito davvero che i Gorillaz sono un passo avanti e, ridendo e scherzando, hanno portato il futuro molto più vicino di dov’era.