[photopress:Ruggeri.jpg,full,alignleft]Enrico Ruggeri manda a stendere gli attori. E chiama a raccolta gli altri cantanti. Immediato e preciso. E senz’altro in sintonia con quello che pensano in molti. L’altra sera Enrico Ruggeri ha visto in tv la cerimonia di consegna dei premi David di Donatello e ha seguito una per una tutte le lamentele degli attori e dei registi, dalla Sandrelli all’immancabile Bellocchio: dateci più soldi, governo irresponsabile eccetera. E ha sbottato: «Non si può battere sempre cassa, piuttosto difendiamo i nostri diritti».

Caro Ruggeri, finalmente qualcuno lo dice forte e chiaro.
«Premetto che a me piace il cinema italiano: è un mondo per il quale faccio il tifo».

Però.
«Bisogna anche accorgersi di quello che ci capita intorno: ci sono gravissime crisi economiche, il mondo sta cambiando. E occorre un senso di responsabilità diverso».

Ossia?
«La battaglia vera e moralmente corretta non è continuare a domandare soldi a uno Stato che, tanto più ora, ha giustamente priorità diverse».

Qual è allora la battaglia giusta, secondo lei.
«Quella che riguarda i diritti. Per noi cantanti, ad esempio, per quale motivo l’Iva su di un libro di Flavia Vento è al 4 per cento perché è considerato un prodotto culturale, mentre sui cd di De André o De Gregori, due nomi a caso, è al venti per cento perché i dischi sono considerati beni di lusso? E poi c’è la pirateria, che devasta sia musica sia cinema. Tra poco i cinema saranno vuoti e la gente si guarderà a casa in Dolby surround i film piratati. Perciò cantanti e attori ormai sono sulla stessa barca. E queste sono le battaglie da fare: non bisogna solo chiedere soldi».

La pirateria ha distrutto le case discografiche.
«Quando sono arrivato alla Cgd nel 1983, c’erano 670 dipendenti. Adesso è stata assorbita da altre aziende, ma i dipendenti saranno una ventina. È un disastro epocale ma se ne parla pochissimo. Se il De André del 2020 nel frattempo avrà cambiato mestiere, è perché le case discografiche non hanno più fondi per investire. Questo è un autentico problema che passa sempre in secondo piano».

Forse perché c’è un pregiudizio verso le major.
«Ci si lamenta sempre che i cd costino troppo cari. Ma avete mai comprato un giochino per la playstation? Costano carissimi ma nessuno dice niente. Eppure tra i due tipi di cose c’è una bella differenza. Voglio dire, le tremila lire che ho speso per ‘Sergent Pepper’s’ hanno un peso ben diverso rispetto a un giochino elettronico. Perciò non è questo il problema. Il nostro problema, nostro di cantanti e attori insieme, è la tutela dei diritti».

Però gli attori si fanno sentire. I cantanti no.
«Sì, il cinema è più corporativo della musica. Tutte le volte che si presenta un film, cominciano le lamentele. Noi invece protestiamo di meno, forse perché siamo sempre in tournée e tocchiamo con mano l’affetto della gente».

Voi sul palco in mezzo al pubblico. Loro sul set ma lontani dagli spettatori.
«E poi, come si sa, le proteste nascono più facilmente a cena tutti insieme piuttosto che alle tre di notte mangiando da soli un “Fattoria” all’Autogrill».