[photopress:Keith_Richards_1.jpg,full,alignright]Qualche volta parliamo di cifre. Dopo aver letto l’intervista di Enrico Ruggeri pubblicata su questo blog, Enzo Mazza, il presidente della Fimi che è la Federazione Industria Musicale Italiana, ha scritto un breve intervento che, facendo numeri incontrovertibili, disegna quanto sia grave l’impatto della pirateria in Italia. Nei settori di cinema, serie tv, musica e software, si parla di 1,4 miliardi di euro persi e 22.400 posti di lavoro bruciati. Ripeto: ventiduemila e quattrocento disoccupati. Naturalmente il settore musicale è a tutt’oggi il più colpito e da lì viene la maggioranza dei disoccupati. Tra poco, visto l’andamento fluido della pirateria (che diminuisce ma cambia forma), andranno a casa anche i dipendenti delle industrie cinematografiche e, in un futuro non tanto lontano, anche quelli della televisione (quello sarà il momento in cui chi di dovere inizierà davvero a preoccuparsi). In Europa si sono persi dieci miliardi di euro e 185mila posti di lavoro. E questo è il risultato, si legge, dello streaming online e del p2p illegale.

Qualcuno, per rancore contro le major, se ne fregherà o continuerà a pensare che sia giusto che decine di migliaia di persone perdano il lavoro, spesso senza colpa individuale, e che il danno economico sia incontestabilmente così mostruoso. Tanto per dire, le industrie “piratabili”, cioè quelle creative, in Europa sono il 6.9 per cento del Pil, cioè, in soldoni, 860 miliardi di euro.

Nel mio piccolo, credo che si debba andare oltre l’esame delle cause (colpa dei discografici, no colpa dei pirati, no della Siae, no dei governi) e iniziare a risolvere il problema. Si tratta di un problema gravissimo se, come è successo in Italia, persino un ministro dell’Interno (Roberto Maroni) può dire di scaricare illegalmente senza provocare la benché minima reazione concreta. E trovo incredibile che tanti ragazzi paghino Sky o Mediaset Premium per veder giocare gli strapagati Materazzi o Felipe Melo e non si sentano la coscienza sporca scaricando illegalmente le canzoni di loro coetanei che lavorano per anni solo per registrare un disco. E’ sempre così, l’ideologia legittima tutto. In questo caso, si crede che i discografici siano ladroni e quindi, per punire loro, si distrugge il settore. La pirateria è gravissima per la disoccupazione e anche per le conseguenze sulla musica in sé, privata della maggior parte degli investimenti e, quindi, della possibilità di individuare nuovi talenti. Se le cose continuano così, è molto difficile che vengano fuori band epocali come i Beatles o i Rolling Stones (nella foto Keith Richards) o chi volete voi. Perciò, per fortuna o purtroppo, adesso ci pensa la tv. L’importante è non scaricare brani a sbafo e poi lamentarsi dei talent show perché le due cose sono irrimediabilmente collegate: più pirateria ossia meno potere dei discografici e quindi più potere della tv.

In ogni caso, ecco l’intervento di Enzo Mazza.

“La società di ricerche Tera Cons. ha diffuso uno studio sull’impatto della pirateria digitale per l’economia del lavoro in Europa (la trovate su www.fimi.it/pdfddm/FINAL%20Executive%20Summary_Italien%20(3).pdf). Le industrie del cinema, serie tv, musica e software hanno registrato perdite pari a 10 miliardi di euro e 185 mila posti di lavoro. In Italia i danni sono stati di 1,4 miliardi di euro con 22.400 mila posti di lavoro persi. Dati preoccupanti che riguardano settori rilevanti per l’economia dei media.
Secondo lo studio, le industrie creative hanno contribuito per il 6,9% o circa 860 miliardi di euro al Pil dell’Unione Europea, con una quota del 6,5% dell’occupazione, pari a circa 14 milioni di lavoratori. In assenza di cambiamenti significativi nelle politiche governative, considerata la crescita delle perdite legate alla pirateria, si prevede che i posti di lavoro persi annualmente siano definitivi. La perdita secca per l’Unione Europea sarebbe di circa 610 mila unità entro il 2015, rispetto ai poco più di 185 mila nel 2008.
In un altro scenario, che tiene conto sia di streaming online che p2p ovvero l’impatto massimo della pirateria digitale, si prevede che il traffico dei consumatori sulle reti internet cresca più del 24%. Se la crescita della pirateria digitale nell’Unione Europea dovesse allinearsi su questo dato, il settore registrerebbe nel 2015 perdite per 56 miliardi contro i 10 miliardi del 2008. Posti di lavoro persi non compensati dalle professionalità che nascono grazie alle opportunità della rete e questo perché fino ad oggi internet non ha avuto uno sviluppo naturale dettato dall’innovazione in un contesto competitivo e sereno. Pensiamo solo alla musica: l’industria ha oggi una risposta in nuovi modelli distributivi, tipo iTunes, resta però un competitor senza regole: la pirateria. L’alternativa illecita, con punte fino al 95% della musica distribuita sulle reti digitali, è la grande incognita nel futuro sviluppo dei media. Se i governi non si impegneranno, il mercato non potrà consolidarsi. La musica è stata la prima a trovarsi di fronte alla diffusione senza regole che sta colpendo oggi anche altri settori. Spesso si afferma che internet deve essere libero, che l’accesso all’informazione deve essere salvaguardato, che tutti devono poter esprimere il proprio pensiero. Questo è corretto, ma non può trovare giustificazione nell’abuso di tali diritti. Non è censura quando un giudice «spegne» o limita l’accesso ad un sito che offre musica o film illegalmente. In Francia è stata adottata una normativa che mette al primo posto la tutela della cultura rispetto al diritto di accedere indiscriminatamente ai contenuti, fino a giungere al distacco di internet a coloro che scambiano contenuti illeciti. Nel Regno Unito il «Digital Economy Bill», oltre ad una politica per la diffusione di internet tra i cittadini, detta le regole per combattere la pirateria. I dati sui posti di lavoro persi nel settore creativo per la pirateria sono solo la faccia più drammatica, quella sociale, dei danni. Ma ve ne è un’altra: la riduzione degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo di nuovi talenti”.