[photopress:president_homer_simpson_1.jpg,full,alignleft]Poi il resto è soltanto una sfumatura. Di suono. O di colore. Ciò che conta è il talento: e la chitarra elettrica è rimasta l’ultima palestra del virtuosismo rock a mani nude, quello senza magheggi tecnologici o chirurgie digitali a deformarlo neanche fosse il naso di una starlette. Perciò in questo senso Fender o Gibson pari sono, e aggiungeteci anche Ibanez o Jackson o altri marchi che spuntano qui e là sui palchi e negli studi di registrazione. Sfiancati dai campionamenti e appiattiti dai software, quasi tutti gli altri strumenti della musica leggera sono nelle mani dei computer e quindi addio virtuosismi: se sai come usare bene un pc, allora saprai anche inventare un suono di basso o di batteria che sia abbastanza chic. Ma la chitarra no: smanettate pure con il mouse, ma perdete solo tempo. Il suo suono dipende ancora da come appoggi il polpastrello sulle corde o da quanto premi con il plettro o ancora da quale pick up hai installato, dal ponte e persino dalla pedaliera di effetti. E poi bending, vibrato, tapping, hammer on, legato e via con tutte le tecniche possibili. Soprattutto, il suono dipende dal talento, dalla sensibilità e, insomma, dalla capacità di abbattere i filtri emotivi lasciando passare le emozioni direttamente dal cuore alle dita, così, come se fossero sulla stessa strada. I più grandi chitarristi di sempre, da Duane Allman a Ry Cooder, da Chuck Berry a Carlos Santana sono romanzieri che hanno scritto storie favolose con una lingua personalissima eppure comprensibile a tutti. Mescolando sentimenti a virtuosismi che si studiano ancora oggi, spesso senza riuscirci. Oggi la maggior parte dei nuovi chitarristi magari si diletta con una sofisticata ricerca delle chitarre, più rare e più storiche meglio sono. Ma mi sembra che non abbia ancora trovato uno stile personale, vincente e destinato a colorire un’epoca. La prima chitarra di Jimmy Page è stata una modestissima Grazioso, una robetta. Negli Yardbirds suonava per lo più una Fender Telecaster Paisliey, dal secondo album dei Led Zeppelin ha quasi sempre sfruttato una Gibson Les Paul Standard del 1958 che vale centocinquantamila euro. Ma l’assolo di Stairway to heaven, uno dei migliori in assoluto, è passato da una Fender Telecaster, pure quella del 1958. Insomma, lo strumento è una variabile, il talento no. Oggi il virtuosismo è meno centrale di un tempo, anche se, solo in Italia, Andrea Braido o Alberto Radius sono ancora forsennati talentuosi. Ma, in poche parole, la chitarra resiste al fascino perverso della tecnologia. Ed è forse l’ultimo baluardo. Perché, per fortuna, quell’intreccio inimitabile di sei corde, cuore e cervello sfugge alla logica matematica di un programma per computer (e speriamo lo faccia per un bel po’).