Sì certo, prima tutti a criticare il costo dei biglietti (fino a 1170 euro). Poi tutti a lamentarsi che il concerto è durato troppo poco, appena due ore e mezza. Il rock, in fondo, è musica di protesta. Dunque: Rolling Stones, cinquant’anni e farli sentire a volume spropositato. Li hanno festeggiati il 25 novembre alla O2 Arena di Londra gioiosamente tutta esaurita perché chi se lo perde l’evento musicale del 2012 per gli ultraquarantenni (avvistati in tribuna nonno con due nipoti: tutti e tre in stato di estasi adolescenziale). Code disciplinate all’ingresso, please. E poi applausi ma non troppo perché le «Their satanic majesties» (le loro maestà sataniche, come titolava un loro disco del 1967) erano concentrate nello show che non si sarebbero mai aspettate: quello per celebrare mezzo secolo di carriera. Proprio loro. Il simbolo della perdizione. Tossici. Pregiudicati. Esagerati. Con un suono che già alla prima canzone di ieri (I wanna be your man, scritta per loro nel ’63 da Lennon McCartney) si riconosce appena attacca la chitarra: secco, sporco, verniciato di glamour da un uomo piccolino e spesso mal vestito come Mick Jagger che, come sempre, è entrato in scena correndo e saltellando sotto un cappellaccio argenteo che subito ha buttato via. Attenzione: mezzo secolo (e rotti) dopo il primo concerto al Marque Club di Wardour Street a Londra. Ora il Marquee non c’è più. I Rolling Stones sì.
«Non abbiamo fatto il Giubileo per la Regina e neppure le Olimpiadi o una canzone per 007: però siamo qui», ha detto subito Mick Jagger. Non ci avrebbe mai creduto Keith Richards, chitarrista primitivo e geniale anche quando diceva: «Problemi con la droga io? No, ho problemi con la polizia». Né Ry Cooder, talentuoso e ribelle, che entrò negli Stones per il tour del ’74 ma poi scappò a gambe levate subito dopo perché loro erano troppo. Troppo sregolati. E perciò unici: ormai oltre duecento milioni di dischi venduti, pezzi capolavoro come Satisfaction, Brown sugar, Jumpin’ jack flash, Paint itblack, Under my thumb, Angie e qualche altra decina, impatto decisivo sul costume del Novecento e anche sul PIL della musica globale visto che il loro tour del 2005 è stato il più ricco di sempre: si parla di 560 milioni di sterline di incasso, capirai. Perciò per fare questo concerto di compleanno (che si replicherà sempre a Londra il 29 e poi negli States a dicembre) loro si sono concentrati, hanno provato brani vecchissimi come Not fade away o addirittura il dimenticato Bye Bye Johnny. Hanno invitato i loro ex compagni di viaggio come Mick Taylor (che voleva suonare Sway o Ventilator blues registrati negli anni ’70 con loro) o l’ormai 76enne bassista Bill Wyman che se ne andò nel 1993 dicendo serafico: «Mi sono stancato di trascorrere ore nelle sale d’attesa degli aeroporti».
Comunque, in una O2 Arena inglesemente caldissima, c’erano anche loro due, un po’ impacciati perché da decenni non si trovavano di fronte tanta gente e comunque ancora (troppo) legati a un suono ormai superato. Anche Jeff Beck, mostruoso chitarrista inventore di un rock potente e virtuoso negli anni ’70, è arrivato come ospite non dei suoi amici Rolling Stones ma proprio di un’altra epoca ormai impietosamente sorpassata. Ha suonato I’m going down, si è divertito, ha divertito ma poi basta. Molto più sensazionale la Gimem shelter con Mary J Blige, che è giovane ma anche lei svezzata dai suoni rhythm’n’blues che cinquant’anni fa fecero incontrare gli unici due simboli musicali capaci di convivere per mezzo secolo: Mick Jagger, il glamour pop, e Keith Richards, il blues ormai vintage. Dal loro contrasto sono nati i brani che li hanno portati fin qui alla O2 Arena entusiasta. Charlie Watts, austero e silenzioso, li ha scanditi con la sua batteria. Ron Wood li ha ricamati con una chitarra ritmica che non è granché ma serve da collante preciso perché la differenza, lo sappiamo, la fanno quei due: Mick figlio di un professore di ginnastica e clamorosamente in forma, e Keith sempre più minato dall’artrosi reumatoide alle dita ma sempre più calato nella propria parte. Lui è rock non appena il plettro scivola sulle corde della chitarra. Boom. Stilisticamente non è granché: ma il problema è che questo suono l’ha inventato lui e (quasi) tutti gli altri sono venuti dopo. Ecco perché chi si lamentava all’ingresso della O2 Arena, ha cambiato idea appena si sono accese le luci e gli amplificatori si sono dilatati: questa roba qui non la sa creare nessun altro. Un’alchimia magica. O magari solo fortunata. Però, nonostante gli inevitabili cali di voce di Mick Jagger e i soliti rallentamenti di Charlie Watts, i Rolling Stones ieri sera hanno dimostrato che rock si nasce. E che non contano i virtuosismi strumentali o i voli pindarici nei testi. Non conta neppure che in scaletta non sia finito il loro brano più famoso, Satisfaction. Conta che, dopo mezzo secolo, il rito rock che hanno inventato sia ancora attuale. Come è stato alla O2 Arena di Londra. E vediamo chi dice di no.

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