Insomma il rock sembra sempre più roba da vecchi. Sembra per carità. E per tanta critica indubbiamente lo è diventato. Basta scorrere le classifiche che le bibbie del settore puntualmente pubblicano a fine anno: sono una sfilata di ultrasessantenni. Specialmente ai primi posti. Sia chiaro: qui non si parla di vendite discografiche, di copie fisiche o liquide di ciascun album. Si parla, o si vorrebbe parlare, di valutazioni critiche. Da sempre queste classifiche sono un vezzo dei critici, un orgoglio per i musicisti coinvolti (o un disonore, dipende) e un divertissement per il pubblico. E sapete come nascono queste graduatorie: ciascuna redazione si riunisce, pondera, valuta e alla fine srotola l’elenco di ciò che merita di esser ricordato. Quarant’anni fa, e anche meno, ai primi posti c’erano tutti ragazzini, come erano (per lo più) ragazzini i critici. Adesso la sintonia anagrafica è rimasta: ma si alzata l’età media. Per capirci: l’edizione americana di Rolling Stone ha la manica molto larga premiando Wrecking ball di Bruce Springsteen (63 anni). E nella top ten infila Tempest di Bob Dylan (72 anni) e Psychedelic pill di Neil Young (67, nella foto). Fa ancor meglio l’inglese Uncut, mensile peraltro dedicato «a uomini tra i 25 e i 45 anni»: al primo posto piazza Old ideas di Leonard Cohen (78 anni), al secondo Bob Dylan e al quarto Dr. John (72), lo psichedelico Neil al nono e il Boss al decimo. Capirai.
Mojo, che è molto fighetto e forse ultimamente pure troppo, incorona (meritatamente) il Blunderbuss di Jack White, che peraltro ha una cifra sonora molto old fashioned. E poi non dimentica di inserire Cohen al quarto posto e Dr. John all’ottavo. Insomma la tendenza c’è: e premia il passato. Persino Jon Pareles, un peso massimo visto che scrive sul New York Times, ha piazzato tra i suoi primi dieci favoriti Bob Dylan e Bettye LaVette, che ha sessantasei anni e nel 2012 ha festeggiato nientemeno che mezzo secolo di carriera. E via elencando: nel campionato annuale del miglior disco, ovunque l’età media dei premiati è cresciuta e le classifiche sono piene di pensionandi. Per carità: scelte legittime. E spesso, come nel caso di Leonard Cohen e Neil Young, anche condivisibili. E dopotutto sia chiaro: questa è una tendenza, non una regola assoluta. Ad esempio, Pitchfork ha puntato sull’hip hop del 25enne Kendrick Lamar. E il New Musical Express ha messo in cima l’elettronica dei canadesi Crystal Castles. Però è evidente che i gusti, specialmente in materia di rock, sono sempre più tradizionalisti. Sia quelli del pubblico, che quelli della critica. Lo conferma naturalmente Rolling Stone che inserisce nella top ten i Green Day di !Uno! o il duo canadese Japandroids ma relega solo al 26esimo posto i rockettari londinesi Django Django e si dimentica addirittura i Tame Impala meravigliosi rockers australiani pieni zeppi di originale psichedelia che invece su altre testate sono riusciti qui e là persino a piazzarsi sul podio. Certo in queste lenzuolate spesso troppo lunghe (Uncut fa 75 nomi, una scelta da manuale Cencelli) i nomi nuovi non mancano. Ma le scelte più innovative, e quindi coraggiose, riguardano essenzialmente l’hip hop, il nu soul o l’elettrodance. Il rock no.
Oltretutto, in queste classifiche conta arrivare primi. E a vincere è spesso la vecchia guardia. Lasciando un dubbio. O la critica musicale è sempre più seduta su comode poltrone conservatrici. O le giovani leve non hanno più quella scintilla creativa capace di spazzar via i vecchi padri. Chissà.

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