Metti un pomeriggio con Paul McCartney. Londra, solita pioggerella. Lui stanchissimo, sopracciglia spioventi per overdose di chiacchiere promozionali, parla a tratti ma che gli importa: sta per pubblicare un disco che a 71 anni quasi tutti se lo scordano (la rivincita dei settantenni, già). E non è neppure più impantanato nella nostalgia come nell’ultimo ‘Kisses on the bottom’ o nel giovanilismo di ritorno dei Fireman e The Bloody Betroots. «Il mio disco è ‘New’ di nome e di fatto», dice tra le righe tanto che si siede al tavolo di un hotel dietro Oxford Circus, dove ha imposto aria condizionata polare e luci basse da club privé. Molto rock. Insomma ora Macca è Macca dopo autoemotrasfusione creativa: i cromosomi sono gli stessi ma sai che energia. E difatti queste dodici canzoni sono più Beatles dei Beatles se ancora ci fossero. Dalla chitarra tesa di Save us a Queenie eye con una voce filtrata che sembra arrivare da Sgt Pepper’s. «Non volevo sembrare un tipo vecchio stile ma essere terribilmente aggiornato», dice mentre si tende i revers della giacca blu. E a modo suo lo è, eccome.

Però, sir Paul, non è che tutta questa frenesia sia una risposta all’età che avanza?
«No è il risultato della mia carriera, che non è così breve come si sa. Ma anche dell’incontro con alcuni produttori come Mark Ronson (il deus ex machina di Amy Winehouse – ndr), Paul Epworth (il creatore di 21 della best seller Adele – ndr) e anche Giles Martin, figlio di George storico producer dei Beatles. Loro sanno davvero che cosa sia la contemporaneità».

Ossia?
«Ho detto: non voglio che un mio brano in radio possa sembrare vecchio al confronto di quello che viene trasmesso dopo».

Non per nulla la canzone New è nella colonna sonora di Piovono polpette 2, film d’animazione che arriva in Italia a Natale. Non proprio un film vintage.
«Ho visto il primo episodio con mia figlia Beatrice quando aveva dieci anni e lei si è divertita da matti. Così spero che anche questo capitolo sia all’altezza».

Però scusi, da Live and let die della colonna sonora di 007 fino al nuovo video di Queenie Eye con Johnny Depp e Sean Penn, lei ha sempre avuto un filo diretto con Hollywood. Mai pensato di comporre una intera colonna sonora per un kolossal?
«Ahia, il mondo del cinema è così volatile… Una volta ho scritto una canzone per Il paradiso può attendere di Warren Beatty ma non l’ha neppure accettata. Di più: manco mi ha mai spiegato perché».

Rifiutare un pezzo di McCartney non è da tutti.
«Perciò meglio lasciar perdere, quel mondo è folclore».

Ecco, qui parla da rockstar disillusa. Come nel testo di Early days dal nuovo disco, che sembra un elogio dei bei tempi
«No, io amo la memoria, ma non in senso nostalgico. La amo perché io sono l’unico titolare dei miei ricordi».

Ormai i Beatles sono memoria di tutti.
«Ma io non sono come Napoleone all’Isola d’Elba. Posso ancora parlare. Torno a Liverpool un paio di volte l’anno per andare al College of Art e, quando arrivo là, ricordo tutto: le strade della mia gioventù, il negozio di dischi dove andavo con John, la bottega dove compravamo insieme il cioccolato. Perciò quando nel 2009 Sam Taylor Wood ha diretto Nowhere boy, il biopic sulla gioventù di John Lennon, ho avuto molto da ridire».

Ad esempio?
«Si racconta un episodio in cui John mi butta per terra. O si dice che la prima canzone che abbiamo scritto nei Quarrymen con John e George Harrison fosse ispirata alla malattia della madre di John, morta poco dopo. Non sono particolari autentici. E allora mi sono detto: i ricordi sono miei e, finché sono vivo, sono io che li posso raccontare. O no? Da qui mi è venuta l’idea di scrivere Early days».

Però nel brano On my way to work lei parla della vita normale. Va bene tutto, ma cosa può sapere sir Paul McCartney, da mezzo secolo uno degli uomini più famosi del mondo, della vita normale?
«Prima di entrare nei Beatles ero normale: arrivavo in ritardo a scuola e mi mettevano in punizione. Poi anche con i Beatles all’inizio eravamo ragazzi ordinari. E comunque ho sempre cercato di restare quel che ero. Non voglio limousine o biglietti del cinema gratis o guardie del corpo. Faccio da solo».
In effetti a Londra la vedono spesso fare la coda al cinema o in giro per mano con sua figlia.
«Nella mia vita ho incontrato le persone più potenti del mondo, dalla Thatcher a Clinton a Obama. Ho incontrato i divi di Hollywood e le rockstar. Ma nessuno è meglio della mia famiglia, che mi ha insegnato tutto: era pazza e piena di anima. Molto all’italiana, non trovi?».

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