Anche se gli ultimi dati confermano che tutti i grandi network perdono ascolti nel corso dell’intero 2014 (la peggiore è Radio Radicale, -20%, la meno peggio Radio Italia, – 1,4%), il nuovo corso della radio ne conferma una centralità imprevedibile fino a pochi anni fa. Anzi, intorno alla fine degli anni Dieci, i soliti strateghi apocalittici consideravano la radio tradizionale come destinata a perdere drasticamente influenza e ascoltatori. Sarà il web, si diceva, a sostituirla, anche grazie alla capacità attrattiva delle nuove tecnologie. Ed è partita la corsa dei network ad adattarsi, a modificare i palinsesti, a mettere nel conto una inevitabile e drammatica flessione. Per ora non è capitato, anzi. E anche il Festival di Sanremo conferma che si pensa ancora alle radio quando si parla di musica. A dirla tutta, forse oggi si pensa di più di quanto si pensasse un lustro fa. Ma è tutto il quadro dell’informazione a ridare al primo grande media nato nel Novecento il ruolo che ha avuto per quasi un secolo. Renzi, ad esempio, che è molto attento ai mezzi di comunicazione, ha fatto annunci importanti durante le interviste mattutine a Rtl 102.5 (tuttora la più ascoltata in Italia). Perciò la radio vive una nuova vita che prescinde dall’oscillazione più o meno positiva, più o meno marginale, delle percentuali d’ascolto. La realtà è che, dopo la sbornia iniziale, il web non ha ancora mostrato sufficiente capacità di fidelizzare il pubblico e, allo stesso tempo, di trasformare in mercato redditizio la fedeltà di lettori/ascoltatori acquisiti. A dimostrazione che, nonostante tutto, la qualità e l’affidabilità pagano ancora. In ogni senso.