
Arriva un momento preciso in cui la materia smette di essere roccia o tronco per farsi spirito. Per Pierre Margara, questo istante si ripete da oltre cinquant’anni tra le vette dell’Alta Savoia. Se Megève oggi non è solo una prestigiosa stazione sciistica, ma un museo a cielo aperto dove l’eleganza si fonde con la forza della natura, lo si deve in gran parte a lui: lo scultore che ha saputo tradurre il silenzio delle montagne in forme fluide e universali. Mentre la località celebra la monumentale retrospettiva “L’Intuition des Cimes” presso lo spazio d’arte Edith Allard, emerge il ritratto di un uomo che è diventato, egli stesso, parte del paesaggio savoiardo. Margara non è solo un artista, è il custode di una memoria collettiva, un figlio di immigrati piemontesi che ha scalato le vette dell’arte internazionale partendo dalla polvere di un’officina di ebanisteria.
Nato nel 1946 ad Aix-les-Bains, Margara ama ricordare le sue origini modeste. Suo padre, ferroviere, e sua madre, casalinga, gli hanno trasmesso il valore del lavoro. La sua “chiamata” arrivò in modo turbolento: studente poco incline ai libri, venne mandato dal padre come apprendista presso il Maestro Rosso, uno scultore specializzato in decorazioni per mobili. Quello che doveva essere un correttivo disciplinare divenne una rivelazione. «Colpire la materia, darle vita: fu un colpo di fulmine», racconta spesso l’artista.
Nel 1970, con l’ambizione di chi sente di avere un messaggio da dare al mondo, scelse Megève come suo rifugio e palcoscenico. All’epoca la cittadina era il fulcro del jet-set internazionale, un crocevia di artisti, musicisti e celebrità. Margara si inserì in questo contesto non come un semplice decoratore, ma come una forza creativa capace di dialogare con i grandi del tempo.

Lo stile: la ricerca dell’essenziale
La scultura di Margara è una danza di sottrazioni. Il suo processo creativo è incentrato sulla purificazione: rimuovere l’inessenziale per liberare l’emozione. Che lavori il noce, il tiglio, il marmo o il bronzo, il risultato è sempre una linea che sembra scorrere come l’acqua o il vento tra i passi alpini.
Le sue opere sono famose per la loro “fluidità organica”. Non c’è spigolosità nel suo universo, ma una tensione verso l’alto, verso quella “serenità” che è diventata il suo marchio di fabbrica. Per Margara, la scultura è teatro: ogni colpo di scalpello è un gesto unico, irripetibile, che non ammette errori. Rifiuta la modellazione industriale, preferisce il contatto diretto, quasi fisico, con il materiale.
Uno dei capitoli più affascinanti della sua carriera riguarda l’opera dedicata a una delle canzoni più celebri della storia: My Way. Margara è legato da una profonda amicizia a Jacques Revaux, il compositore originale del brano (reso immortale da Frank Sinatra).
Nel cuore di Megève, la scultura che celebra questo inno all’individualità e alla determinazione – due mani sottili che sembrano sfiorare i tasti di un pianoforte invisibile – è diventata un luogo di pellegrinaggio. Recentemente restaurata, l’opera simboleggia perfettamente la filosofia di Margara: l’arte che nasce dall’incontro tra talenti e che si fa monumento per la comunità.
Megève come galleria diffusa
Camminare per le strade di Megève oggi significa imbattersi continuamente nel genio di Margara. Dalla monumentale “M” di Megève davanti al Municipio, all’iconica scultura in marmo in Place Baronne de Rothschild, fino alle opere che adornano gli hotel più prestigiosi come Les Fermes de Marie o l’hotel Mont-Blanc. Ogni statua sembra essere lì da sempre, perfettamente integrata nell’architettura vernacolare e nel paesaggio circostante. È questa la sua più grande vittoria: aver reso l’arte contemporanea non un corpo estraneo, ma un elemento naturale del villaggio alpino. L’attuale mostra a Megève, che rimarrà aperta fino a maggio 2026, è l’occasione per comprendere la vastità della sua produzione. Oltre cento sculture accompagnate da disegni preparatori e calchi rivelano il “dietro le quinte” della creazione. Il visitatore è invitato a un viaggio in tre tappe che esplora il rapporto dell’artista con la verticalità, l’amore e la pace.
Particolarmente toccanti sono le opere nate per commemorare momenti storici, come il memoriale per le vittime del tunnel del Monte Bianco a Chamonix o la statua “Europe” per le Olimpiadi di Albertville del 1992. In queste occasioni, la mano di Margara si fa più solenne, capace di dare forma al dolore e alla speranza collettiva.
L’eredità di un Maestro
Oggi, a quasi ottant’anni, Pierre Margara non accenna a posare lo scalpello. La sua fama ha varcato i confini della Savoia, raggiungendo collezionisti in tutto il mondo, da Saint-Tropez a Rotterdam, fino agli Stati Uniti. Eppure, il suo cuore rimane ancorato alle sue radici.
«Scolpisco per amore», dichiara con la semplicità di chi ha trovato il proprio posto nel mondo. In un’epoca di arte concettuale spesso fredda e distante, Margara ci ricorda che la bellezza risiede nella materia toccata dalla sensibilità umana. Le sue sculture sono inviti al silenzio, alla riflessione e, soprattutto, a guardare verso l’alto, dove le cime delle montagne incontrano il cielo.
Chi visita Megève quest’anno non troverà solo una località di villeggiatura, ma l’eredità vivente di un artista che ha saputo rendere eterno l’effimero splendore della neve e della luce alpina. Pierre Margara non ha solo scolpito il legno e il marmo, ha scolpito l’anima stessa di una montagna che ora, grazie a lui, parla a chiunque sappia ascoltare.
Pierre Margara in numeri
1946: Anno di nascita ad Aix-les-Bains.
50+: Gli anni di carriera dedicati alla scultura.
100: Le opere esposte nella retrospettiva attuale a Megève.
Materiali d’elezione: Noce, tiglio, marmo di Carrara, bronzo.
Sito ufficiale: pierremargara-sculpteur.com