{"id":1084,"date":"2020-08-08T09:04:23","date_gmt":"2020-08-08T07:04:23","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/?p=1084"},"modified":"2020-08-08T09:19:06","modified_gmt":"2020-08-08T07:19:06","slug":"la-rabbia-dei-vinti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2020\/08\/08\/la-rabbia-dei-vinti\/","title":{"rendered":"La rabbia dei vinti"},"content":{"rendered":"<p style=\"padding-left: 200px\"><em>Di seguito, l\u2019articolo integrale (pp.311-316) uscito sull\u2019ultimo numero de <\/em><strong>IL PENSIERO STORICO (Rivista internazionale di storia delle idee)<\/strong><em>, in cui \u201cparlo\u201d del libro di Robert Gerwarth, <\/em>La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923.<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: center\">*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*\u00a0 \u00a0*<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Umiliazione, paura e sconcerto furono i sentimenti pi\u00f9 comuni che scaturirono dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale. Evento totalizzante ed eccezionale che spinse molti intellettuali a produrre romanzi eccelsi, commoventi memoriali, incantevoli e strazianti poesie nell\u2019intenzione di saldare le intuizioni della cronaca pi\u00f9 spicciola con uno scenario drammaticamente epico. I risultati furono di grandissimo valore sia sotto il profilo letterario che contenutistico, dei marchi a fuoco nei sentieri della storia. Da Erich Maria Remarque (<em>Niente di nuovo sul fronte occidentale<\/em>) a Carlo Emilio Gadda, da Emilio Lussu alle liriche di Giuseppe Ungaretti raccolte ne <em>Il porto sepolto<\/em> o all\u2019arcinoto <em>Addio alle armi<\/em> di Ernest Hemingway, una serie infinita di capolavori che intercettarono sentimenti e vigliaccherie, eroismi e resoconti narrativi, lirismo a carnalit\u00e0 cos\u00ec come si conviene all\u2019esperienza pi\u00f9 dilaniante per l\u2019umano.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Ma ad andare oltre, a scorgere l\u2019orizzonte che si approssimava, il futuro prossimo sotto gli occhi di tutti e quello lontano, visibile solo a chi avesse capacit\u00e0 profetiche, fu Ernst J\u00fcnger di cui spesso ricordiamo (per contrapporlo proprio a Remarque) <em>Nelle tempeste d\u2019acciaio<\/em>, uno dei suoi capolavori. Attraverso un originale lirismo che fondeva filosofia e letteratura, riusc\u00ec a descrivere la tragicit\u00e0 di quell\u2019evento e, al contempo, quanto attraverso di esso si incarnassero valori individuali e collettivi, si celebrasse lo scontro come una esperienza interiore, una emozione eccitante (e perci\u00f2 quegli assalti alla baionetta come furie di potente e liberatoria aggressivit\u00e0) e poi fosse anche veicolo divinatorio grazie al quale poter leggere la societ\u00e0 del futuro. Pochi, infatti, come J\u00fcnger intuirono e anticiparono i tempi. E non solo sul piano meta politico e filosofico ma anche su quello pratico e concreto della geopolitica e delle relazioni tra Stati. Lo scrittore tedesco preavvert\u00ec che quel conflitto mondiale chiudeva un\u2019epoca ma ne apriva una nuova con una serie interminabile di interrogativi e di questioni sociali, politiche, economiche irrisolte che tuttavia prendevano una piega non del tutto differente dal passato: \u00abQuesta guerra non \u00e8 la fine, bens\u00ec l\u2019inizio della violenza. \u00c8 la forgia nella quale verr\u00e0 plasmato un mondo con nuovi confini e nuove comunit\u00e0. Nuovi stampi richiedono di essere riempiti col sangue, e il potere sar\u00e0 esercitato con pugno di ferro\u00bb (<em>La battaglia come esperienza interiore<\/em>, 1928).<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Questo scriveva J\u00fcnger, ma \u00e8 anche ci\u00f2 che mette a mo\u2019 di esergo Robert Gerwarth nel suo libro <em>La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923<\/em> (Laterza, p.421). Non una scelta casuale. Gerwarth, direttore del Centre for War Studies di Dublino, attraversa con lucidit\u00e0 le vie svelate da J\u00fcnger, pur rimanendo ottimamente ancorato alla sua funzione di storico dell\u2019et\u00e0 contemporanea, e quindi di analista poco propenso a sconfinamenti in altri campi.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">La guerra fin\u00ec effettivamente nel novembre del 1918 e una lettura superficiale del contesto sociale spingerebbe a conclusioni ovvie: le trincee, i campi di battaglia, i milioni di morti, si sarebbero dovuti palesare come terribili moniti per le future generazioni; condizioni naturali e sufficienti per mettere la parola fine su un capitolo drammatico della vicenda umana. In realt\u00e0, siamo solo all\u2019inizio di nuovi sconvolgimenti. Le avvisaglie, e nemmeno di poco conto, gi\u00e0 si segnalano in quello stesso periodo e in molti luoghi. Le regioni orientali, per esempio, fino al 1923, vedranno conflitti su larga scala scatenati per le pi\u00f9 disparate motivazioni: scontri sociali legati alle condizioni di vita, rivolte causate dai confini territoriali, questioni connesse alle minoranze o alle fedi religiose. In un tale contesto geopolitico, vale a dire in una geografia continentale ridisegnata dopo il 1918 ma priva di qualunque equilibrio, non poche strutture statuali sembravano sfibrarsi e non resistere agli urti che da pi\u00f9 parti arrivavano. Regimi e classi dirigenti cos\u00ec come Imperi secolari assistevano al loro tramonto inesorabile e nuove \u00e9lite cercavano uno spazio vitale. Gerwarth va in profondit\u00e0 analizzando una ad una queste idiosincrasie che riesce a legare e a combinare con un certo acume in un quadro generale che preavvisa la catastrofe successiva che prender\u00e0 le forme di un conflitto mondiale a partire dal 1939.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Non a caso il sottotitolo <em>La guerra dopo la guerra<\/em> <em>1917-1923<\/em> fa innestare una serie di riflessioni su quel momento decisivo della vicenda europea quando termina ufficialmente il conflitto sul fronte occidentale, ma continua, con altre intensit\u00e0 e motivazioni, sul fronte orientale. La fine delle ostilit\u00e0 apre per\u00f2 una fase nuova che vede impegnati gli stessi Paesi dell\u2019Europa centrale, travolti da guerre civili, rivoluzioni, sollevazioni popolari, deportazioni, pogrom. Questa volta non pi\u00f9 truppe regolari a rappresentare gli Stati nazionali ma civili e membri di formazioni paramilitari. In un contesto del genere si inserisce anche la Rivoluzione d\u2019ottobre che prospetta ulteriori scenari sovversivi e vie di fuga per coloro che anelano lo scontro sociale e politico e non hanno minimamente intenzione di abbandonare le armi.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Ecco perch\u00e9, come ha sottolineato Emilio Gentile, il libro di Gerwarth si apre con due frasi, una di J\u00fcnger e l\u2019altra di Churchill. Facce dissimili della stessa medaglia. Ma lo statista inglese, a differenza dello scrittore tedesco che guarda sin da subito molto pi\u00f9 in l\u00e0, ci riporta alle comuni convinzioni del tempo: \u00abEntrambi le parti, vincitori e vinti, erano distrutte. Tutti gli imperatori e i loro successori erano stati deposti (&#8230;). Erano tutti sconfitti, tutti duramente colpiti; tutto quel che avevano dato, era stato vano. Nessuno aveva ottenuto nulla (&#8230;). I sopravvissuti, i veterani di tante battaglie, ritornarono alle loro case, portando l\u2019alloro della vittoria o la notizia del disastro e le trovarono gi\u00e0 travolte dalla catastrofe\u00bb (<em>The Unknown war<\/em>, 1931).<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">J\u00fcnger \u00e8 invece il profeta che indica la via e che sembra determinare anche la visione prospettica di Gerwarth il quale, giustamente, rimane ancorato al quadro dell\u2019analisi storica, perch\u00e9 appare condivisibile il tentativo di smontare, e in maniera pertinente, l\u2019idea allora condivisa da tanti di un mondo pacificato e pronto a cambiare radicalmente direzione di marcia. La guerra sanc\u00ec dei vincitori, Francia e Gran Bretagna, che grazie alla Conferenza di pace del 1919 riuscirono a imporre i loro diktat, ad estendere i possedimenti nelle colonie, ad imporre esorbitanti riparazioni di guerra ai vinti, come nel caso della Germania, il debito si ampli\u00f2 a livelli incommensurabili. Fu in quell\u2019anno che in molti si convinsero che la strada tracciata portasse verso una pacificazione non solo tra popoli ma anche ricollocando in maniera organica e definitiva i multiformi tasselli della geopolitica e quindi dei confini regionali e nazionali che trovavano ora una apparente saldatura, a sua volta ritenuta definitiva e chiave di volta per il progresso e la sicurezza (\u00abla creazione di un ordine mondiale sicuro, pacifico e duraturo\u00bb).<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Al contrario, sappiamo invece che furono proprio quelle scelte ad esacerbare i posizionamenti e a renderli radicali e non conciliabili, ricreando tensioni che si stavano sopendo solo all\u2019apparenza. Nonostante i proclami, fu la Conferenza di Parigi a far esplodere mille contraddizioni dato che in quella sede si dovettero accettare nuove realt\u00e0 \u00abche erano gi\u00e0 state create di fatto sul campo, limitandosi al ruolo di giudici fra le contrastanti ambizioni delle varie parti in casa\u00bb.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">In queste contraddizioni penetra Gerwarth giacch\u00e9, leggendo l\u2019intera vicenda a posteriori, si dice convinto che creare artificialmente un mondo pacifico fosse un proposito ingenuo e utopistico; men che meno sciogliere tutti i nodi di una pace imposta e non quale prodotto di un processo fondato su \u201calti compromessi\u201d. Lacerazioni che non si sanarono ma che anzi aggravarono le gi\u00e0 precarie condizioni sociali ed economiche di molti paesi ed esacerbarono gli animi a tal punto che scioperi e rivolte furono all\u2019ordine del giorno. Per molti popoli non cambi\u00f2 infatti assolutamente nulla ma \u00abvi fu solo una continua scia di violenze\u00bb. L\u2019Europa postbellica degli anni che vanno dalla conclusione ufficiale della Grande guerra nel 1918 al trattato di Losanna del luglio 1923, fu il luogo pi\u00f9 violento del pianeta.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Dunque Gerwarth abbraccia questa minuziosa operazione analitica e la persegue con una specifica linea interpretativa, fotografando le singole situazioni e, al contempo, un intero periodo che si dimostr\u00f2 pi\u00f9 sanguinoso del precedente. Se solo ricordiamo gli avvenimenti pi\u00f9 noti saltano infatti subito all\u2019occhio l\u2019inefficienza e i fallimenti in ogni possibile direzione delle prospettive di pace: vengono cos\u00ec in mente la nascita dell\u2019Unione Sovietica, le vicende legate alla Turchia repubblicana, e poi gli scontri sociali nel cuore dell\u2019Europa (Ungheria, Finlandia, Serbia, Irlanda, Polonia, Cecoslovacchia), i conflitti tra potenze statuali nell\u2019Europa orientale ed infine le questioni legate agli Stati arabi del Medio oriente.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Certo, gli eventi russi furono il paradigma di quanto accadde nell\u2019intera Europa, anche per l\u2019impatto concreto sulle popolazioni e l\u2019enorme viluppo di conseguenze sociali visto che \u00abl\u2019ostilit\u00e0 fra i sostenitori del colpo di Stato attuato dai bolscevichi di Lenin nel 1917 e i loro oppositori degener\u00f2 rapidamente in una guerra civile di proporzioni senza precedenti che alla fine avrebbe provocato ben pi\u00f9 di tre milioni di vittime\u00bb. Ma rivolte e violenze furono generalizzate.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Tutta questa distorsione interpretativa avvenne anche perch\u00e9 i Paesi europei \u00abspesso sono stati descritti o attraverso il prisma della propaganda o assumendo il punto di vista del 1918, quando la legittimazione dei nuovi Stati nazionali dell\u2019Europa centro-orientale esigeva la demonizzazione degli imperi dai quali si erano distaccati\u00bb. Cosicch\u00e9 non pochi storici occidentali ritennero giusto \u00abinterpretare la Prima guerra mondiale nei termini di un\u2019epica lotta tra gli Alleati democratici da una parte e gli Imperi centrali autocratici dall\u2019altra (tralasciando il fatto che l\u2019impero pi\u00f9 autocratico in assoluto, la Russia di Nicola II, aveva fatto parte della Triplice Intesa)\u00bb. Ed infatti, Gerwarth rilegge anche le nuove interpretazioni che mettono in discussione il fatto che gli Imperi centrali \u00aberano pi\u00f9 o meno degli Stati canaglia e delle anacronistiche prigioni dei popoli\u00bb e riportano il tutto \u00abin una luce molto pi\u00f9 benevola o quantomeno sfumata. (&#8230;) sarebbe difficile sostenere che l\u2019Europa postimperiale fosse un luogo migliore e pi\u00f9 sicuro rispetto a quella del 1914\u00bb. E invece dalla guerra dei Trent\u2019anni (1618-1648) non era accaduto nulla di simile e \u00absoprattutto guerre civili dai confini cos\u00ec indefiniti e dal carattere cos\u00ec cruento come quelle degli anni successivi al 1917-1918\u00bb.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Dal 1918 al 1923 le vittime furono \u00abpi\u00f9 delle perdite subite complessivamente dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dagli Stati uniti nel corso della Grande guerra\u00bb. Di questa che eufemisticamente definiamo disattenzione, Gerwarth d\u00e0 la colpa a coloro i quali si adeguarono al modello interpretativo di Churchill il quale defin\u00ec \u00abguerre di pigmei\u00bb questi conflitti, con considerazioni cos\u00ec boriose che rinviano a \u00abquell\u2019atteggiamento intriso di pregiudizi antiorientali (e d\u2019impronta implicitamente coloniale) nei confronti dell\u2019Europa dell\u2019Est che, dopo il 1918, prevalse per decenni nei libri di testo occidentali\u00bb. Una lettura forzatamente monolitica nonostante tutto fosse gi\u00e0 mutato con la Rivoluzione d\u2019ottobre. La stessa natura della Grande guerra assunse una natura diversa perch\u00e9 si trattava di \u00abconflitti per la vita o la morte, combattuti per annientare il nemico, etnico o di classe, secondo una logica genocida che in seguito sarebbe diventata dominante in gran parte dell\u2019Europa fra il 1939 e il 1945\u00bb.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Gewarth nota infatti che dal 1917 al 1920 vi furono ben ventisette mutamenti politici violenti e, per esempio, dopo gli Asburgo e la dissoluzione dell\u2019impero, nacquero tanti piccoli Stati caratterizzati \u00abdal capovolgimento delle gerarchie etniche\u00bb. E cos\u00ec va dritto al punto quando punta l\u2019indice contro la ricerca storica classica che avrebbe peccato di superficialit\u00e0 non riuscendo ad analizzare \u00abin una prospettiva d\u2019insieme le esperienze di tutti gli Stati europei sconfitti nella Grande guerra\u00bb.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">Esclusa l\u2019Italia, nei Paesi europei vincitori \u00abnon si registr\u00f2 un sostanziale aumento della violenza politica, anche perch\u00e9 la vittoria militare aveva giustificato i sacrifici degli anni di guerra e legittimato ulteriormente le istituzioni\u00bb. Ma la rimodulazione della geografia politica port\u00f2 alla disgregazione e al compattamento di nuove entit\u00e0 statuali, o modificate rispetto agli assetti prebellici, e milioni di persone si trovarono in una sorta di girone infernale da cui non sarebbero potuti uscire se non con ulteriore violenze. Se solo pensiamo alla Jugoslavia, quella sorta di impero in miniatura nel cuore del Vecchio continente, e \u00abal capovolgimento delle gerarchie etniche interne\u00bb, possiamo intravedere alcune delle cause che portarono al Secondo conflitto mondiale. Oltretutto, questi equilibri smantellati e posti malamente in ordine non potevano essere contenuti per lungo tempo. Ed \u00e8 a questo punto che Gewarth fa notare che nei territori degli ex imperi dove le strutture statali avevano funzionato efficacemente \u00abil ruolo degli eserciti nazionali venne assunto da milizie di vario orientamento politico e la linea di demarcazione fra amici e nemici, fra combattenti e civili, divenne terribilmente incerta\u00bb.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\"><a href=\"http:\/\/www.aracneeditrice.it\/index.php\/pubblicazione.html?item=9788825536201&amp;fbclid=IwAR0TtpvYJMdLrNIjeSLtTzc08Imm_yoDe8kK28pATSIf9rRdd86RqPU05x8\">http:\/\/www.aracneeditrice.it\/index.php\/pubblicazione.html?item=9788825536201&amp;fbclid=IwAR0TtpvYJMdLrNIjeSLtTzc08Imm_yoDe8kK28pATSIf9rRdd86RqPU05x8<\/a><\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1085\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2020\/08\/58ikdgyi-300x171.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"171\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2020\/08\/58ikdgyi-300x171.jpg 300w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2020\/08\/58ikdgyi-1024x585.jpg 1024w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2020\/08\/58ikdgyi-768x439.jpg 768w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2020\/08\/58ikdgyi-1536x878.jpg 1536w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2020\/08\/58ikdgyi.jpg 1895w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"padding-left: 200px\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Di seguito, l\u2019articolo integrale (pp.311-316) uscito sull\u2019ultimo numero de IL PENSIERO STORICO (Rivista internazionale di storia delle idee), in cui \u201cparlo\u201d del libro di Robert Gerwarth, La rabbia dei vinti. 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