{"id":1119,"date":"2021-01-27T14:51:36","date_gmt":"2021-01-27T13:51:36","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/?p=1119"},"modified":"2021-01-28T09:00:51","modified_gmt":"2021-01-28T08:00:51","slug":"confessioni-sulla-pandemia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2021\/01\/27\/confessioni-sulla-pandemia\/","title":{"rendered":"Confessioni sulla pandemia"},"content":{"rendered":"<p style=\"padding-left: 320px;text-align: left\"><em>Da pochi giorni nelle librerie,<\/em> La vita quotidiana ai tempi del coronavirus <em>(Solfanelli editore, p. 175, euro 12),\u00a0 l&#8217;ultimo libro di Giuseppe De Ninno, saggista e traduttore che, in passato si era cimentato su lavori di taglio storico (<\/em>Risorgimento e Controrivoluzione<em>) e di critica cinematografica (<\/em>Piombo, sogni e celluloide<em>) e che, adesso, in un quadro pi\u00f9 intimistico, volge la sua attenzione a timori, aspettative, paure provocate da questo anno claustrofobico segnato dalla pandemia globale. <\/em><\/p>\n<p style=\"padding-left: 320px;text-align: left\"><em>Un racconto tra indignazioni e speranze, pubbliche e private, di cui &#8211; qui di seguito &#8211; anticipiamo le prime pagine.\u00a0<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-1120 alignright\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2021\/01\/9788833052793_0_0_626_75-185x300.jpg\" alt=\"\" width=\"185\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2021\/01\/9788833052793_0_0_626_75-185x300.jpg 185w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2021\/01\/9788833052793_0_0_626_75.jpg 385w\" sizes=\"(max-width: 185px) 100vw, 185px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h1><\/h1>\n<h1><\/h1>\n<h1 style=\"padding-left: 160px;text-align: center\">*\u00a0 \u00a0 *\u00a0 \u00a0 *<\/h1>\n<p style=\"padding-left: 160px;text-align: center\"><strong>Premessa<\/strong><\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Si pu\u00f2 \u201cfare storia\u201d a partire da un diario? Molti precedenti, ben pi\u00f9 illustri di questo, consentono di rispondere affermativamente, e qualche esempio si trover\u00e0 anche nelle pagine che seguono. Dunque, si pu\u00f2 scrivere la storia come testimonianza privata, specialmente quando ci si trova di fronte ad un avvenimento grandioso e imprevisto, come una guerra o, nel nostro caso, una pandemia.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Si pu\u00f2 \u201cfare letteratura\u201d, sempre adottando la forma narrativa del romanzo? Anche qui gli esempi si moltiplicano e anche di questo riporteremo qualche esempio nel libretto che, se non aureo, aspira ad essere \u201cargenteo\u201d (e speriamo non di bronzo, come le facce di certi personaggi che nel racconto incontreremo).<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Nel diario, si trover\u00e0 di tutto: sensazioni intime e pubbliche indignazioni, gusti e disgusti per questo o quel libro, questa o quella serie tv, questo o quel protagonista delle cronache. Ci saranno \u201cpensierini\u201d sulla politica e la religione, la famiglia e la scuola, lo sport e l\u2019amore, i giovani e i vecchi, le piante, gli animali e le stagioni; ci sar\u00e0 persino un accenno alla poesia, ma la protagonista in assoluto sar\u00e0 la casa, dimora eletta della quarantena, assurta a microcosmo protettivo, ma claustrofobico per molte settimane.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Parler\u00f2 dunque della mia casa, della mia famiglia e della mia citt\u00e0, perch\u00e9 fin dai banchi del liceo mi hanno insegnato che se vuoi essere universale, devi parlare delle cose che conosci bene, e quindi del tuo \u201cparticolare\u201d. Spero di esserci riuscito, aldil\u00e0 delle drammatiche circostanze che sono all\u2019origine di queste pagine.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\"><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px;text-align: center\"><strong>Prologo a Venezia, Febbraio 2020 <\/strong><\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Questo diario di una lunga limitazione della mobilit\u00e0 comincia, paradossalmente, con un viaggio: torniamo in una delle nostre citt\u00e0 del cuore, grazie a nostro figlio Alessandro, che riprende il suo insegnamento alla Ca\u2019 Foscari. La sua prima lezione \u00e8 fissata domani, in concomitanza con l\u2019inizio del Carnevale, e noi lo seguiamo ben volentieri. Non lo sappiamo ancora, ma proprio in questi giorni ci sar\u00e0 l\u2019avvio della pandemia da coronavirus, in particolare in Lombardia e Veneto. Usciamo dalla Stazione di S. Lucia in una classica serata veneziana, umida e affollata. Mentre aspettiamo d\u2019imbarcarci per l\u2019appuntamento con la ragazza dell\u2019agenzia, che dovr\u00e0 consegnarci le chiavi dell\u2019appartamento preso in affitto, ci assale l\u2019altrettanto classica nostalgia tipica di questa citt\u00e0 e di chi la visita; ma la nostra non si pu\u00f2 riferire agli \u201camori morti\u201d, come cantava Aznavour: piuttosto alle \u201camicizie morte\u201d, cio\u00e8 a quegli amici veneziani gi\u00e0 compagni di lontane avventure intellettuali e poi persi di vista da anni. E dunque, nostalgia di tempi andati.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Ben presto ci facciamo ammaliare dal fascino della sera veneziana, con lo sguardo che dal vaporetto vaga tra canali, ponti e luci a illuminare facciate aristocratiche, anonime dimore, il mercato del pesce. Poche fermate fino a Cannaregio, dove ci aspetta l\u2019addetta dell\u2019agenzia che ci mostrer\u00e0 la bella casetta su due livelli, dove alloggeremo per tre giorni, in una stretta calle che si apre sul campo, \u201cdrio la chiesa\u201d dei SS. Apostoli.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Qui per\u00f2, aldil\u00e0 degli spunti diaristici, vogliosoffermarmi sul mio primo carnevale nella citt\u00e0 delle acque e della Repubblica marinara. Ho sempre avuto del Carnevale l\u2019idea di una squallida coazione al divertimento, nel migliore dei casi di una festa per i bambini e solo in funzione loro sopportabile. So bene che vi \u00e8 tutta una cultura simbolica, che nella scelta di una maschera vede una dionisiaca assunzione degli stati di coscienza pi\u00f9 profondi e nascosti nonch\u00e9, in chiave sociologica, l\u2019eccezione ad una generale regola condivisa, magari con un rovesciamento dei ruoli sociali. E poi&#8230; <em>semel in anno licet insanire<\/em>&#8230; Tuttavia, nella mia personale interpretazione di questa festa, restavano e restano a spiegarne il mio infastidito distacco la trasandatezza di travestimenti arrangiati e l\u2019inconsapevole nevrosi del divertimento ad ogni costo (e \u2014 perch\u00e9 no? \u2014 una diffusa tendenza a prendersi troppo sul serio&#8230;).<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Qui non \u00e8 cos\u00ec. Fin dalla prima sera, eccoci in un flusso di maschere in movimento su ponti, campielli e calli; e tutti i costumi mi appaiono curati nei minimi dettagli e sono perlopi\u00f9 ispirati al Settecento, il secolo d\u2019oro della Repubblica dei Dogi, l\u2019ultimo dell\u2019eleganza maschile associata ad una sia pur superficiale sicurezza di s\u00e9 ed alla gioia di vivere. Veniamo quasi trascinati in un tripudio di ricami e spadini, tricorni e calzamaglie, fibbie, parrucche e alamari, in una festa di blu e di avori, di rossi e di verdi, dove perfino il nero colpisce per il suo insolito vigore cromatico, esaltato com\u2019\u00e8 da nastri e bordure d\u2019oro e d\u2019argento.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Qui poi ancor oggi la maschera appare, come tre secoli fa, come strumento di misteriosa seduzione, ma anche di gioco, di rimescolamento sociale e generazionale (molti dei volti intravisti sono probabilmente di maturi e agiati commercianti e professionisti, ma anche di giovani commesse e garzoni) e di sfida alle forze maligne della vita, sorriso beffardo in faccia all\u2019et\u00e0 che avanza e finanche alla morte, esorcizzata nei teschi di cartapesta e nelle maschere dei \u201cdottori della peste\u201d, quelle col naso lungo (nella memoria collettiva veneziana, \u00e8 rimasta la peste del 1700, quella che diede luogo, per la prima volta dopo quella evocata dal Manzoni, al lazzaretto).<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">E le dame? Le pi\u00f9 attempate non temono di mostrare maquillagee sorrisi, sotto ardite parrucche, e le vedi passeggiare, nei loro variopinti abiti di velluti e broccati, compiaciute e incuranti dei paragoni con le pi\u00f9 giovani e avvenenti, che sfoggiano gli stessi generosi d\u00e9collet\u00e9sdelle antenate, tutte pronte e disposte, con i loro cavalieri, a offrirsi all\u2019avido obiettivo dei mille telefonini (compresi i nostri).<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Soltanto a Venezia poi il carnevale assume anche le sembianze di un sorridente orgoglio identitario: si prende un po\u2019 in giro la storia, che conobbe delazioni e ingiustizie \u2014 come nel caso del famoso fornaretto \u2014 ma anche i trionfi dell\u2019abilit\u00e0 mercantile e della potenza marittima, che port\u00f2 il nome di Venezia in tutto il Mediterraneo, le cui coste sono ancora costellate delle sue architetture militari, civili e religiose.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Certo, il tono del carnevale era, e solo in parte \u00e8, dato dall\u2019esaltazione dell\u2019eros \u2014 praticato dal se- duttore principe,Casanova, e cantato dal suo con- temporaneo Giorgio Baffo, poeta licenzioso \u2014 e del corteggiamento, che vedeva in prima fila le figure del \u201ccavalier servente\u201d e degli abati cicisbei.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Ma quella Venezia conosceva pure atti di generosit\u00e0 pubblica verso i pi\u00f9 sfavoriti, legati alle gioiose solennit\u00e0 carnevalesche: ne rimangono tracce ancor oggi, sia nel linguaggio che nella salvaguardia di certe consuetudini. Una per tutte: il concorso delle \u201cMariette\u201d, cio\u00e8 delle fanciulle pi\u00f9 bisognose, per le quali il Doge offriva un lauto pasto alla cittadinanza (il \u201cbagordo\u201d), provvedendo alla necessaria dote per la vincitrice. A costei era poi riservato, l\u2019anno successivo, il volo dell\u2019Angelo o della Colombina, e cio\u00e8 l\u2019acrobatica discesa lungo un cavo dalla cima del campanile di S. Marco gi\u00f9 fino alla piazza (una cerimonia che anche ai nostri giorni apre le celebrazioni carnevalesche).<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Insomma, ancor oggi qui si avvertono gli echi del secolo di Goldoni e Mozart, Casanova e Cagliostro, felice con tutte le sue contraddizioni, almeno fino a quando questa felicit\u00e0 non fu soffocata nel sangue della ghigliottina e poi nel tradimento napoleonico. In questi giorni, tuttavia, si rievocano soltanto scherzi, feste e banchetti, e i sospiri non sono pi\u00f9 quelli dei condannati ai Piombi, ma quelli degli innamorati, di un giorno o di una vita.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Cos\u00ec anche noi ci abbandoniamo alla corrente dei cento affluenti che s\u2019infrangono contro le barriere dei \u201ctutori dell\u2019ordine\u201d, per poi sfociare nell\u2019unico accesso consentito nella piazza, sotto le cupole della basilica ispirata all\u2019Oriente e i merletti marmorei del Palazzo ducale: da un lato il mare, che fond\u00f2 la ricchezza e il potere di quella Repubblica, dall\u2019altro le possenti Procuratie, che delimitano la piazza, tutti col naso in su, a seguire il volo della Colombina.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">E alla nostra mente, di tanto in tanto, si affacciano le immagini di un\u2019altra basilica, che ci attende luned\u00ec a Roma: quella di Santa Teresa d\u2019Avila, teatro di tante cerimonie familiari, tristi e allegre, e che stavolta ospiter\u00e0 i funerali di Prisca, zia carissima di mia moglie, che abbiamo appreso averci lasciato proprio in nostra assenza. In fondo, dietro ogni maschera di Carnevale, c\u2019\u00e8 Lei, la Signora in nero con la falce, con la quale, per brevi momenti, si riesce anche a giocare, un po\u2019 come fece il Cavaliere del Settimo Sigillo nel capolavoro di Bergman.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Da pochi giorni nelle librerie, La vita quotidiana ai tempi del coronavirus (Solfanelli editore, p. 175, euro 12),\u00a0 l&#8217;ultimo libro di Giuseppe De Ninno, saggista e traduttore che, in passato si era cimentato su lavori di taglio storico (Risorgimento e Controrivoluzione) e di critica cinematografica (Piombo, sogni e celluloide) e che, adesso, in un quadro pi\u00f9 intimistico, volge la sua attenzione a timori, aspettative, paure provocate da questo anno claustrofobico segnato dalla pandemia globale. 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