{"id":1307,"date":"2023-04-21T19:19:05","date_gmt":"2023-04-21T17:19:05","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/?p=1307"},"modified":"2023-04-21T19:19:05","modified_gmt":"2023-04-21T17:19:05","slug":"corradini-e-lo-spirito-della-nazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2023\/04\/21\/corradini-e-lo-spirito-della-nazione\/","title":{"rendered":"Corradini e lo spirito della nazione"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1308\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2023\/04\/uuuuu-219x300.jpg\" alt=\"\" width=\"219\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2023\/04\/uuuuu-219x300.jpg 219w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2023\/04\/uuuuu.jpg 621w\" sizes=\"(max-width: 219px) 100vw, 219px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\"><em>Enrico Corradini (1865-1931) fu l\u2019esponente pi\u00f9 noto di quel nazionalismo che si pose, sin dagli albori, come elemento di rottura nei confronti dell\u2019establishment e coscienza integrale di tutte le forze anti-giolittiane.<\/em><\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\"><em>In pi\u00f9 occasioni, aveva dichiarato che le teorizzazioni si fossero strutturate nel tempo ma tuttavia gi\u00e0 per larghi tratti evidenti nel <\/em>Marzocc<em>o. In effetti, basta rileggere \u00abAbba Carima\u00bb (8 Marzo 1896), articolo uscito non firmato, appena dopo la sconfitta di Adua, per trarne le originarie correlazioni: \u00abIn un momento in cui ci sembrava che i nostri spiriti pi\u00f9 si fossero chiusi in s\u00e9 stessi, noi giovani che tante cose credevamo aver obliate, che tanto dubbio opprimeva, o tanto ardire di individuali aspirazioni, comunicammo ad un tratto con l\u2019anima del Paese violentemente. Dalla notizia della prima strage sino all\u2019ultima fu una continua rivelazione di nuovi esseri in noi; trepidanti, ansiosi, seguivamo col pensiero i nostri soldati che partivano, che varcavano il mare\u00bb.<\/em><\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\"><em>La casa editrice <\/em><strong>Altaforte<\/strong><em>, per la collana \u00abGli Indelebili\u00bb, ha di recente dato alle stampe <\/em><strong>L\u2019unit\u00e0 e la potenza delle nazioni <\/strong><em>(uscito la prima volta nel 1922) dove viene esposta in maniera organica la dottrina e indagati i singoli punti. Il volume \u00e8 corredato da un saggio introduttivo di Corrado Soldato e dalla postfazione di Valerio Benedetti che riporto integralmente di seguito<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>***<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">\u00c8 trascorso poco pi\u00f9 di un secolo dalla prima pubblicazione dell\u2019opus magnum di Enrico Corradini, <em>L\u2019unit\u00e0 e la potenza delle nazioni<\/em>. Rileggerlo oggi produce un effetto straniante. Perch\u00e9 cent\u2019anni fa era noto pi\u00f9 o meno a tutti come funziona la geopolitica, e scriverlo chiaro e tondo non destava scandalo alcuno. Nell\u2019Italia odierna, a spiegare che le relazioni internazionali si fondano sui rapporti di forza e la volont\u00e0 di dominio, si viene tacciati come minimo di guerrafondai, se non peggio. Questo ci fa capire quanto la propaganda cosmopolita, irenistica e zuccherosa dei progressisti abbia permeato tutte le nostre societ\u00e0, plasmando anche l\u2019opinione del cosiddetto uomo della strada. L\u2019uscita dalla storia ha sempre un prezzo: noi italiani lo abbiamo pagato altissimo.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Corradini parlava a un\u2019Italia che, sui campi di battaglia, aveva vinto una guerra mondiale, entrando finalmente nel novero delle grandi potenze, seppur in posizione defilata. Per il politico nazionalista, si trattava allora di educare e formare una nuova \u00abaristocrazia del comando\u00bb da sostituire alla classe dirigente liberale. Cio\u00e8 una classe vecchia, inetta, esangue, non all\u2019altezza di guidare una nazione risorgente e infine risorta nell\u2019agone della storia.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Oggi, invece, noi parliamo a un\u2019Italia che, persa una guerra, subisce ancora le conseguenze di quella disfatta. Anche se ci\u00f2 non \u00e8 immediatamente visibile, infatti, la catastrofe bellica \u00e8 l\u2019evento destinale che ha scavato un solco profondissimo nella nostra memoria di popolo. \u00c8, in definitiva, l\u2019evento che condiziona tirannicamente il nostro presente e il nostro avvenire, relegandoci in sempiterno a un ruolo da subalterni. Negarlo non sarebbe solo irrealistico e antistorico, ma anche sommamente sciocco.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">In realt\u00e0, la geopolitica obbedisce a un\u2019unica vera regola. Per conoscerla, \u00e8 sufficiente leggere il Dante citato da Corradini: \u00abUna gente impera e l\u2019altra langue\u00bb. Nella storia, nello scacchiere geopolitico mondiale, o si \u00e8 re o si \u00e8 pedoni. In certi casi, \u00e8 vero, si possono raccogliere le briciole che cadono dal desco del padrone. Ma sempre garzoni e ancelle si rimane. Ogni altra spiegazione \u00e8 sterile esercizio oratorio o pratica autoconsolatoria che rasenta l\u2019onanismo.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Rileggere Corradini oggi \u00e8 utile proprio per questo. Perch\u00e9 ci costringe a fare i conti con la realt\u00e0. A ricordarci quello che abbiamo sempre saputo, ma che abbiamo dimenticato. Innanzitutto, che l\u2019identit\u00e0 nazionale \u00e8 la dimensione decisiva del nostro essere-nel-mondo: quando la politica non \u00e8 amministrazione di condominio, ma si allarga oltre i nostri confini, noi contiamo in quanto italiani, francesi, tedeschi, cinesi e via dicendo. Tutto il resto \u00e8 fuffa, sovrastruttura, ornamento.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Scrive Corradini: \u00abLa nazione \u00e8 una societ\u00e0 naturale, istintiva. Non dipende da un atto di volont\u00e0 e di libert\u00e0 degli uomini; \u00e8 condizione del loro vivere\u00bb.\u00a0 Si tratta di un\u2019affermazione perentoria, nuda, forse eccessivamente cruda. La nazione non \u00e8 solo questo: non \u00e8 solo \u00abla terra e i morti\u00bb di cui parlava Barr\u00e8s, non vive solo nella dimensione del <em>Blut und Boden<\/em>, della schiatta che abita un territorio. La nazione non \u00e8 solo genetica, storia e geografia. Non \u00e8, anzi non deve essere \u2013 come disse Giovanni Gentile \u2013 un \u00abfatto bruto, che non pu\u00f2 essere per l\u2019individuo, conscio della libert\u00e0 essenziale al suo essere di spirito, se non quella catena che esso deve spezzare per essere uomo per davvero e vivere la libera vita dello spirito\u00bb.\u00a0 Se veramente la nazione fosse un dato acquisito e inequivoco, infatti, oggi non osserveremmo sbigottiti l\u2019oblio di s\u00e9 in cui sono sprofondati i popoli europei, incluso il nostro. Perch\u00e9 la nazione \u00e8 anche coscienza, etica, spirito, \u00abplebiscito di tutti i giorni\u00bb, come scrisse Ernest Renan.\u00a0 \u00c8 una realt\u00e0 morale che vive <em>in interiore homine<\/em>.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Tuttavia, il bersaglio polemico di Corradini era un altro e sarebbe ingeneroso \u2013 se non proprio scorretto \u2013 attribuirgli una concezione materialistica della nazione, che pure caratterizz\u00f2 certo nazionalismo ottocentesco. Il postulato corradiniano, in effetti, assume tutt\u2019altro significato se lo leggiamo in controluce rispetto alla teologia cosmopolita oggi imperante e trionfante. La postmodernit\u00e0, malattia senile dell\u2019egualitarismo, mira a creare individui postnazionali che \u2013 ritornati nel ventre della natura, ritornati cio\u00e8 \u00abnuda vita\u00bb \u2013 sono ormai monadi senza radici, atomi senza nucleo, uomini senza predicati. A ben vedere, \u00e8 proprio il cosmopolitismo odierno, e non certo il nazionalismo di matrice corradiniana, a proporre (e imporre) una concezione cattivamente naturalistica dell\u2019uomo e del suo essere-nel-mondo.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Corradini, peraltro, sa cogliere perfettamente la genesi ideologica del pacifismo e dell\u2019umanitarismo, ossia le dottrine che pi\u00f9 di tutte avversano le idee nazionaliste. Per lui, ogni nazione in salute \u00e8 geneticamente \u00abimperialista\u00bb, e cio\u00e8 tende all\u2019espansione e al dominio sulle altre genti. Quando l\u2019egemonia \u00e8 raggiunta, ecco per\u00f2 che le \u00e9lite imperiali tendono a cristallizzare lo status quo facendo leva sul valore della pace e della fratellanza tra i popoli. \u00abLa negazione dell\u2019imperialismo nasce dall\u2019affermazione dell\u2019imperialismo. Questa negazione dottrinale \u00e8 una difesa di pratici e particolari imperialismi\u00bb, scrive giustamente Corradini. Che poi spiega: \u00abGli imperi pervenuti al loro apogeo si difendono con il pacifismo e con la negazione dell\u2019imperialismo dal sorgere e crescere di altri imperi concorrenti e rivali\u00bb. Infatti, prosegue, \u00abal loro apogeo gli imperi, per meglio difendersi e conservarsi, si trasfigurano in custodi ed esecutori di una legge morale\u00bb, la quale si identifica, appunto, con il pacifismo e il cosmopolitismo.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Questa verit\u00e0 \u2013 oggi negata dai cantori della civilizzazione americana \u2013 viene esemplificata da Corradini facendo ricorso al caso dell\u2019impero inglese, che diventa pacifista e umanitario nel momento in cui stabilisce la sua egemonia sul globo terracqueo. E lo stesso si pu\u00f2 dire dell\u2019impero statunitense, che si \u00e8 proposto come supremo custode dell\u2019\u00abordine internazionale\u00bb solo una volta che ha imposto il suo dominio incontrastato e \u2013 si suppone \u2013 incontrastabile. Questa previsione di Corradini sar\u00e0 poi confermata da Carl Schmitt in un\u2019opera immortale.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Non \u00e8 un mistero che l\u2019ideologia globalista, che mira a fondare una cosmopoli terrena, stia tentando da anni di disfarsi una volta per tutte degli Stati-nazione, incolpati di fomentare guerre, massacri e genocidi. Per realizzare questa pace perpetua di kantiana memoria, le \u00e9lite progressiste usano come grimaldello istituzioni sovranazionali come l\u2019Onu, il Fmi, l\u2019Unione europea e cos\u00ec via. Tuttavia, liquidare comunit\u00e0 etnostoriche di consolidata tradizione si \u00e8 rivelato pi\u00f9 difficile del previsto, giacch\u00e9 non \u00e8 affatto semplice cancellare identit\u00e0 secolari, se non millenarie, attraverso improbabili colpi di spugna. Anzi, quanto pi\u00f9 si suonano le campane a morto per le nazioni, e tanto pi\u00f9 esse mostrano segni di eccezionale vitalit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Di fronte ai dissesti politici, sociali ed economici provocati dalla globalizzazione neoliberale \u2013 dove pochi sono i vincenti e innumerevoli gli sconfitti \u2013 non sono infatti mancate vigorose reazioni da parte di diversi popoli occidentali. Tanto che, negli ultimi anni, si \u00e8 pi\u00f9 volte parlato di un \u00abritorno del nazionalismo\u00bb.\u00a0 Ci\u00f2 nonostante, questo \u00abnazionalismo\u00bb che si pretende stia tornando non ha nulla a che vedere con quello di Corradini: si tratta perlopi\u00f9 di teorie \u00abdebolistiche\u00bb di matrice conservatrice, che non vanno oltre una concezione puramente difensiva delle identit\u00e0 nazionali. Il che, beninteso, non \u00e8 poco, soprattutto di questi tempi. Eppure, l\u2019impressione \u00e8 che si stia tentando solo di rinviare l\u2019inevitabile attraverso palliativi di dubbia efficacia.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">La debolezza principale di queste tesi, infatti, sta nella visione (antistorica) di nazioni pacifiche che, ognuna rinchiusa nel suo orticello, se ne vivono in tranquillit\u00e0 senza mai pestare i piedi ai vicini. E invece, come ci ricorda Corradini, questi bei quadretti idilliaci sono del tutto astratti. Perch\u00e9 la \u00abspecie\u00bb, ammonisce il nazionalista italiano, \u00e8 geneticamente portata ad affermare il proprio spirito vitale. Il che, in alcuni casi, pu\u00f2 anche sfociare nel cozzo di nazioni le une contro le altre armate. E, ovviamente, le cose non cambierebbero neanche se ci fosse uno Stato mondiale: il conflitto verrebbe soltanto spostato, non certo risolto. La storia, teoricamente chiusa dall\u2019ideologia globalista, resta praticamente ancora da chiudere.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Con la fine della guerra fredda, era convinzione diffusa che la storia fosse effettivamente finita. Caduto il comunismo sovietico, la marcia trionfale degli Stati Uniti non sembrava avere pi\u00f9 ostacoli sul suo cammino. La democrazia liberale a stelle e strisce era ormai la meta non pi\u00f9 trascendibile del genere umano. Tutti i popoli della Terra erano destinati, per amore o per forza, ad accedere a questo grande Eden post-storico. Nel 1992, poco dopo il collasso dell\u2019Unione Sovietica, Francis Fukuyama lo annunci\u00f2 in un libro che ha fatto epoca: la storia \u00e8 finita, siamo entrati nel regno dell\u2019ultimo uomo.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Senonch\u00e9, come spesso accade, le cose sono andate molto diversamente. Il cosiddetto Occidente, cio\u00e8 l\u2019impero americano, si trova davanti a nuove sfide: gli sconvolgimenti socio-economici causati dalla (sua) globalizzazione, la crisi del liberalismo, la nascita di numerosi movimenti populisti, il ritorno della Russia, la prepotente ascesa della Cina. In sostanza, Fukuyama aveva torto. Molto pi\u00f9 convincente si \u00e8 rivelata la nota tesi di Samuel Huntington, che aveva previsto una nuova era di conflitti tra nazioni e civilt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Ecco, in questo contesto, la posizione dell\u2019Italia \u00e8 quantomai desolante: periferia dell\u2019impero statunitense, siamo stato emarginati anche nell\u2019Europa matrigna di Bruxelles. Eppure, bench\u00e9 pensato e scritto per un\u2019Italia in ascesa, <em>L\u2019unit\u00e0 e la potenza delle nazioni<\/em> parla anche a noi italiani del XXI secolo, che stiamo sempre pi\u00f9 sprofondando nell\u2019irrilevanza. Checch\u00e9 ne dicano i fautori di un governo mondiale garante della \u00abpace perpetua\u00bb, a contendersi l\u2019egemonia globale ci sono sempre e comunque Stati nazionali, pi\u00f9 o meno estesi, pi\u00f9 o meno potenti. Anzich\u00e9 autocastrarsi e cedere al fatalismo, gli italiani dovrebbero finalmente convincersi che gli spazi di manovra \u2013 sebbene risicati \u2013 esistono. Tornare potenza \u00e8 ancora possibile.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">Per intraprendere questo percorso, occorrono soprattutto due cose: farla finita con l\u2019autorazzismo, ossia con la propaganda confezionata dai nemici di dentro e di fuori; abbandonare l\u2019economicismo e lo spirito bottegaio, mettendosi in testa che la potenza esige pesanti sacrifici e rinunce. La ruota della storia sta riprendendo a girare. Dobbiamo solo decidere se esserne protagonisti o spettatori. Se essere re o pedoni.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 120px\">\n<p style=\"padding-left: 120px\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; Enrico Corradini (1865-1931) fu l\u2019esponente pi\u00f9 noto di quel nazionalismo che si pose, sin dagli albori, come elemento di rottura nei confronti dell\u2019establishment e coscienza integrale di tutte le forze anti-giolittiane. In pi\u00f9 occasioni, aveva dichiarato che le teorizzazioni si fossero strutturate nel tempo ma tuttavia gi\u00e0 per larghi tratti evidenti nel Marzocco. In effetti, basta rileggere \u00abAbba Carima\u00bb (8 Marzo 1896), articolo uscito non firmato, appena dopo la sconfitta di Adua, per trarne le originarie correlazioni: \u00abIn un momento in cui ci sembrava che i nostri spiriti pi\u00f9 si [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2023\/04\/21\/corradini-e-lo-spirito-della-nazione\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1086,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[47],"tags":[262828,497681,497396,425744],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1307"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1086"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1307"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1307\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1309,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1307\/revisions\/1309"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1307"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1307"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1307"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}