{"id":1338,"date":"2024-03-22T07:15:01","date_gmt":"2024-03-22T06:15:01","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/?p=1338"},"modified":"2024-03-22T07:15:01","modified_gmt":"2024-03-22T06:15:01","slug":"genealogie-del-populismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2024\/03\/22\/genealogie-del-populismo\/","title":{"rendered":"Genealogie del populismo"},"content":{"rendered":"<p style=\"padding-left: 40px\"><em>\u00c8 da qualche settimana in libreria <\/em><strong>Genealogie del populismo. Per la storia di un concetto paranoico<\/strong><em> (Mimesis, p.190), volume curato da Damiano Palano con contributi di Yannis Stavrakakis, Anton J\u00e4ger, Federico Tarragoni e Salvatore Cingari. Una ricognizione sulla genesi e sulla re-invenzione di questo concetto e sul ruolo giocato dalle scienze sociali. Di seguito, l\u2019introduzione del volume firmata da Palano.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">***<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">Anche se non \u00e8 probabilmente il film tecnicamente pi\u00f9 riuscito di Marco Tullio Giordana, <em>Maledetti vi amer\u00f2<\/em> (1980) \u2013 il primo lungometraggio del cineasta milanese \u2013 costituisce un documento a suo modo eccezionale sul mutamento che invest\u00ec la societ\u00e0 italiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Dopo essere partito dall\u2019Italia nel 1973 per l\u2019America Latina, il protagonista della pellicola \u2013 un trentenne di estrema sinistra interpretato da Flavio Bucci \u2013 tornava in una Milano ormai sulla soglia fatale del nuovo decennio. Incontrava i vecchi compagni, lasciati nei giorni febbrili dell\u2019impegno politico e ormai profondamente cambiati, in larga parte disillusi rispetto ai lontani ideali rivoluzionari, talvolta ripiegati mestamente sulle loro vicende sentimentali, soggiogati dalla droga, o gi\u00e0 proiettati verso l\u2019euforia della nascente \u201cMilano da bere\u201d. In una delle scene forse pi\u00f9 efficaci del film \u2013 che era in fondo un\u2019amara riflessione sul fallimento politico ed esistenziale della \u201cmeglio giovent\u00f9\u201d, oltre che sul mito della violenza in cui essa aveva almeno in parte creduto \u2013 il protagonista si trovava per\u00f2 a stilare una sorta di inventario della cultura della sinistra, \u201caggiornando\u201d la valutazione su filosofi e personaggi politici \u2013 come Enrico Berlinguer, Ugo Pecchioli, Antonello Trombadori, Umberto Terracini, ma anche come Friedrich Nietzsche e Karl Marx \u2013 a proposito dei quali, nell\u2019arco di pochi anni, il giudizio si era persino rovesciato. A questo lungo esercizio di catalogazione di ci\u00f2 che era di destra o di sinistra non sfuggiva il nome di Pier Paolo Pasolini, alla cui tragica scomparsa Giordana avrebbe peraltro dedicato molti anni dopo uno dei suoi film pi\u00f9 fortunati. E proprio riguardo al poeta di Casarsa, il protagonista doveva prendere atto di come la valutazione fosse radicalmente cambiata. Perch\u00e9, se al principio degli anni Settanta era stato considerato come un \u201cirrazionale populista di destra\u201d, dopo la morte era invece diventato un solido e indiscutibile pilastro della cultura di sinistra. L\u2019epiteto che qualificava Pasolini come un \u201cirrazionale populista di destra\u201d era solo in parte una forzatura diretta a enfatizzare lo scarto rispetto ai toni celerativi adottati dopo il 1975. Una valutazione molto simile (politica, pi\u00f9 che letteraria) era stata fissata da Alberto Asor Rosa, alla met\u00e0 degli anni Sessanta, nelle pagine di <em>Scrittori e popolo<\/em>, per molti versi uno dei pi\u00f9 originali testi di critica culturale prodotti dal marxismo radicale, dove l\u2019allora giovane studioso aveva individuato nel poeta, romanziere e regista friulano la cifra della crisi della visione populista caratteristica della tradizione progressista italiana.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">Alcuni anni dopo, nel momento pi\u00f9 intenso della contestazione, Pasolini \u2013 dopo aver scritto una famosa poesia in cui prendeva le parti di quei poliziotti contro cui gli studenti si scontravano dinanzi alle universit\u00e0 occupate \u2013 fu effettivamente accusato di adottare una prospettiva \u201cpopulista\u201d, incapace di cogliere la logica dei conflitti propri di una societ\u00e0 capitalistica. Dopo la pubblicazione della poesia, le critiche piovvero abbondanti sul capo di Pasolini. Alcuni commentatori conservatori, convenendo con lo scrittore e regista sull\u2019idea che la rivolta studentesca altro non fosse che un fenomeno deteriore, un segno dei tempi e il portato della dissoluzione dei costumi prodotta dal consumismo, intravidero in quella presa di posizione una reazione \u201ccontro l\u2019opportunismo intellettuale e la malafede delle troppe mosche cocchiere del movimento studentesco\u201d, come faceva ad esempio Guido Piovene, oppure, come scrisse Goffredo Parise, la positiva e sincera manifestazione di \u201cun artista rabbioso egomane e decadente\u201d. Altri intellettuali e politici, da posizioni pi\u00f9 radicali, rimproverarono invece al poeta \u2013 secondo le parole di Vittorio Foa \u2013 \u201cuna visione immobilistica della lotta di classe e del movimento operaio\u201d, un completo fraintendimento delle dinamiche sociali, e persino una vena scandalistica di cui sbarazzarsi come di una inutile \u201ccarta acchiappamosche\u201d, come suggeriva causticamente Franco Fortini. Se il politologo marxista Johannes Agnoli, tra i teorici del movimento berlinese, considerava Il Pci ai giovani!! come un \u201cclassico della reazione\u201d contro la rivolta universitaria, Jean-Fran\u00e7ois Revel scrisse che Pasolini dimostrava \u201cdi mancare dei primi rudimenti della cultura marxista\u201d. E proprio in quel contesto, in una prospettiva simile a quella di Asor Rosa, Claudio Petruccioli \u2013 allora segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana \u2013 accus\u00f2 il poeta friulano di vedere la classe operaia sempre e solo \u201cin chiave populista\u201d, senza cio\u00e8 comprendere le dinamiche del conflitto di classe in una societ\u00e0 capitalistica.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">Bench\u00e9 il nome dell\u2019autore delle <em>Ceneri di Gramsci<\/em> non figuri nelle genealogie dei movimenti populisti italiani, non sarebbe forse impossibile ritrovare soprattutto nella sua produzione giornalistica alcuni dei temi che oggi vengono considerati da molti ricercatori come tratti distintivi del populismo: la nostalgia per un passato idealizzato, la mitizzazione di un popolo virtuoso e contrapposto a \u00e9lite corrotte, o l\u2019immagine del \u201cPalazzo\u201d, che, per la sua indiscutibile forza evocativa, continua a rimanere un simbolo retoricamente efficace del \u201cPotere\u201d. Al di l\u00e0 del giudizio politico, rivedendo oggi il monologo del film di Giordana, risulta per\u00f2 piuttosto significativo soprattutto il fatto che il protagonista, per qualificare il poeta di Casarsa, ricorresse a un aggettivo come \u201cpopulista\u201d, per di pi\u00f9 accostato a un giudizio di irrazionalismo e a una netta collocazione sul versante di destra dello spettro politico. Se nel corso dei quarant\u2019anni trascorsi dall\u2019uscita di <em>Maledetti vi amer\u00f2<\/em> il processo di rilettura del ruolo di Pasolini nella cultura italiana del secondo dopoguerra ha attraversato numerose sequenze, un processo di mutamento altrettanto radicale ha infatti investito anche il termine \u201cpopulismo\u201d. Nel corso degli ultimi quattro decenni, questa parola non solo ha conosciuto una fortuna strabiliante, ma ha anche visto mutare piuttosto radicalmente il proprio significato e l\u2019ambito di applicazione. E un simile utilizzo, che ha condotto a qualificare come \u201cpopulisti\u201d leader, movimenti e stili politici tra loro estremamente eterogenei, ha finito col generare perplessit\u00e0 tutt\u2019altro che occasionali sull\u2019appropriatezza del concetto e sulla sua stessa utilit\u00e0 nell\u2019ambito delle scienze sociali. L\u2019inflazione del termine e la dilatazione del campo di applicazione hanno in effetti reso molto difficile capire \u201ccosa\u201d sia davvero il populismo. Se oggi ci si chiede \u201cchi\u201d siano i populisti, fornire una risposta non sembra molto complicato, per il semplice motivo che i giornali, la tv e il dibattito politico contribuiscono pressoch\u00e9 quotidianamente ad affollare la galleria dei leader e dei movimenti populisti. Per fare un elenco solo sommario, sono stati per esempio etichettati come \u201cpopulisti\u201d leader come Marine Le Pen, Donald Trump, Geert Wilders, Jean-Luc M\u00e9lenchon, Matteo Salvini, Beppe Grillo, Hugo Chavez e Jair Bolsonaro, o partiti come il Front National, la Lega, il Movimento 5 Stelle, Alternativ f\u00fcr Deutschland e Podemos.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">Ma se ci si pone invece la domanda su \u201ccosa\u201d sia il populismo, al di l\u00e0 delle sue manifestazioni quotidiane, la risposta si rivela ben pi\u00f9 ostica, perch\u00e9 ci si imbatte in una difficolt\u00e0 che nasce principalmente dall\u2019eterogeneit\u00e0 dei fenomeni che sono ricondotti a questa categoria. In altre parole, una definizione adeguata del \u201cpopulismo\u201d dovrebbe risultare appropriata per ciascuno dei singoli casi che vengono considerati (almeno dalla gran parte degli osservatori) come esempi di populismo, senza al tempo stesso risultare troppo generica. Ma il punto dolente di quasi tutti i tentativi definitori consiste nel fatto che, proprio per l\u2019ambizione di raggruppare casi tanto eterogenei, il concetto risulta alla fine talmente lasco da poter essere applicato anche a leader e movimenti che di solito vengono esclusi dal novero del populismo. Il problema di cogliere l\u2019\u201cessenza\u201d del populismo \u2013 o quanto[1]meno di fissarne una definizione condivisa dalla comunit\u00e0 degli studiosi \u2013 non \u00e8 nato con l\u2019esplosione dell\u2019\u201condata populista\u201d degli anni Dieci, ma ha radici ben pi\u00f9 profonde. Gi\u00e0 nel maggio 1967, commentando i lavori di un celebre convegno organizzato dalla rivista \u201cGovernment and Opposition\u201d presso la London School of Economics, Isaiah Berlin osserv\u00f2 che il dibattito sul populismo rischiava di rimanere vittima del \u201ccomplesso di Cenerentola\u201d. \u201cEsiste una scarpa \u2013 la parola populismo \u2013 per la quale da qualche parte esiste un piede\u201d, aveva osservato, ma anche se questa scarpa \u201cva bene per ogni tipo di piede, non bisogna lasciarsi ingannare da quelli che si adattano pi\u00f9 o meno bene\u201d, e cos\u00ec il principe azzurro \u00e8 destinato \u201ca vagare alla ricerca del piede giusto\u201d: perch\u00e9 \u201cda qualche parte, si pu\u00f2 esserne certi, ce n\u2019\u00e8 uno che aspetta, che si chiama il puro populismo\u201d.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">In altre parole, gli studiosi che tentavano di chiarire cosa fosse davvero il populismo parevano destinati a cercare all\u2019infinito un caso paradigmatico, una Cenerentola in grado di calzare perfettamente la scarpetta di una definizione teorica. E l\u2019annotazione di Berlin coglieva un punto davvero problematico di quella discussione. Perch\u00e9, a mezzo secolo di distanza, il populismo \u2013 di cui pure nel mondo sembrerebbero esistere tante varianti \u2013 appare oggi ancora pi\u00f9 inafferrabile. Cinquant\u2019anni fa, gli scienziati sociali occidentali potevano in effetti considerarlo come un fenomeno sostanzialmente \u201cextraeuropeo\u201d, caratteristico di societ\u00e0 ancora prevalentemente rurali o investite da un processo di rapida modernizzazione. Il termine \u201cpopulismo\u201d era cio\u00e8 adottato per indicare movimenti, partiti e leader che apparivano ben diversi \u2013 dal punto di vista ideologico e da quello organizzativo \u2013 dai protagonisti delle democrazie \u201cmature\u201d. Al contrario, oggi il populismo \u00e8 considerato sempre pi\u00f9 spesso un fenomeno \u201cglobale\u201d e tutt\u2019altro che estraneo alle democrazie occidentali. Ma n\u00e9 la fortuna politica dei populismi, n\u00e9 la crescita delle ricerche dedicate a questo fenomeno, sembrano aver sostanzialmente contribuito a risolvere il rompicapo di una definizione teorica. E cos\u00ec il dibattito continua a protrarsi, senza approdare a soluzioni condivise.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">Le difficolt\u00e0 di cogliere l\u2019\u201cessenza\u201d del populismo sono per molti versi comuni a quelle che contrassegnano la definizione di molti dei concetti utilizzati dalle scienze sociali. La questione nasce, in primo luogo, dalla complessa ricerca, nella definizione di un concetto, di un equilibrio tra intensione ed estensione, oltre che, in secondo luogo, dall\u2019individuazione di un punto di equilibrio tra l\u2019ancoraggio storico-etimologico e la precisazione del suo significato ai fini di un utilizzo empirico. Sotto il primo profilo, la costruzione di un concetto utilizzabile ai fini della ricerca empirica si colloca infatti sempre in un continuum ai cui estremi opposti si trovano, da un lato, un massimo di estensione (o denotazione), e, dall\u2019altro, un massimo di intensione (o connotazione). In altri ter[1]mini, se un concetto ha una notevole estensione significa che ha una portata pi\u00f9 generale: dunque pu\u00f2 essere applicato a un numero ampio di oggetti, ma, contestualmente, il numero di caratteristiche che lo contraddistinguono (l\u2019intensione) diminuisce. Al contrario, se aumenta l\u2019intensione, significa che gli attributi del concetto aumentano notevolmente, mentre si riduce l\u2019estensione, ossia l\u2019ampiezza dell\u2019insieme di referenti empirici a cui pu\u00f2 essere associato. L\u2019equilibrio pi\u00f9 appropriato dipende dalla scelta del ricercatore e soprattutto dalla valutazione del livello della scala di astrazione pi\u00f9 adeguato al tipo di indagine che si intende condurre. Gli studi sul populismo si trovano cos\u00ec innanzitutto alle prese con la difficolt\u00e0 di collocarsi al livello pi\u00f9 adeguato di una simile scala di astrazione. In sostanza, si pu\u00f2 decidere di conservare un alto livello di estensione, e dunque di considerare anche i casi storici di populismo; ma ci\u00f2 pu\u00f2 comportare un impoverimento del concetto sul lato dell\u2019intensione, col risultato che le propriet\u00e0 di connotazione si indeboliscono a tal punto da rendere il concetto evanescente e dunque inservibile.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">All\u2019opposto, si pu\u00f2 decidere di privilegiare il versante dell\u2019intensione, concentrandosi solo sui casi pi\u00f9 recenti e dunque arricchendo il concetto di elementi che si riscontrano solo nei movimenti populisti contemporanei (e dunque, per esempio, inserendo nella definizione riferimenti alla democrazia diretta online o alla protesta contro i flussi migratori); ma il rischio in questo caso \u00e8 di recidere ogni legame tra il \u201cneopopulismo\u201d e tutti quei leader e quei partiti che nel passato (remoto o recente) sono stati definiti populisti.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">Sotto il secondo profilo \u2013 relativo al rapporto di un concetto con il suo \u201cancoraggio storico\u201d \u2013 la definizione di \u201cpopulismo\u201d si imbatte in un ostacolo altrettanto insidioso. In generale, le scienze sociali si trovano sempre alle prese anche con una difficolt\u00e0 che discende dalla specifica natura dei fenomeni studiati. La gran parte dei concetti utilizzati dalle scienze sociali non si riferisce cio\u00e8 a oggetti \u201cmateriali\u201d (come quelli indagati dalle scienze naturali), ma a entit\u00e0 \u201cimmateriali\u201d, e cio\u00e8 a costruzioni culturali, come lo \u201cStato\u201d, il \u201csistema politico\u201d, la \u201cdemocrazia\u201d, l\u2019\u201cideologia socialista\u201d, il \u201cterrorismo\u201d. Dire che si tratta di entit\u00e0 \u201cimmateriali\u201d non significa certo che essi non abbiano alcuna connessione con la \u201crealt\u00e0 materiale\u201d, e che dunque non siano riconducibili a referenti empirici, ma vuol dire piuttosto che questi soggetti \u201cimmateriali\u201d \u2013 cui possiamo imputare delle azioni, oppure la causa di determinati fenomeni \u2013 non esistono indipendentemente dalle rappresentazioni che gli esseri umani ne danno storicamente. E proprio per questo, la definizione dei concetti empirici che utilizzano le scienze sociali si imbatte sempre in due ulteriori difficolt\u00e0: per un verso, l\u2019ambiguit\u00e0 dei concetti, dovuta al fatto che le parole nel linguaggio comune hanno molti significati, mentre il linguaggio scientifico richiede che vengano eliminati significati incerti; per l\u2019altro, la vaghezza di quei concetti che \u201cnon indicano con sufficiente chiarezza il proprio referente, le cose cui si riferiscono\u201d. Se per questo \u00e8 necessario definire chiaramente i concetti, e cio\u00e8 eliminare il pi\u00f9 possibile margini di ambiguit\u00e0 e vaghezza, \u00e8 per\u00f2 anche impossibile fare interamente a meno di un \u201cancoraggio storico\u201d: in altre parole, proprio dal momento che i concetti si riferiscono a oggetti immateriali \u2013 che sono cio\u00e8 l\u2019esito di processi di elaborazione culturale \u2013 non \u00e8 possibile trascurare completamente il significato che a un determinato termine viene assegnato dal senso comune, dal linguaggio quotidiano e dunque dagli attori politici e sociali. Per effetto dello scarto tra il significato ordinario di un termine e il significato ben pi\u00f9 definito che deve assumere il linguaggio scientifico, quasi inevitabilmente il significato dei concetti adoperati dai politologi e dagli scienziati sociali non coincide totalmente con quello che ai medesimi concetti \u00e8 attribuito dai diversi soggetti attivi sulla scena politica o dai comuni cittadini, e ci\u00f2 avviene per esempio in modo emblematico per concetti come \u201cdemocrazia\u201d, \u201cuguaglianza\u201d, \u201clibert\u00e0\u201d, \u201cgiustizia\u201d. E proprio nozioni di questo genere vengono di solito definite \u201cconcetti essenzialmente contestati\u201d, ossia concetti il cui nucleo valoriale \u00e8 destinato a essere sempre al centro di discussioni.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">Se le scienze sociali, quando costruiscono i loro concetti empirici, si trovano dunque sempre alle prese con la difficolt\u00e0 di rimanere in equilibrio sia tra intensione ed estensione, sia tra l\u2019esigenza di precisione definitoria e il rispetto di un ancoraggio storico-etimologico, questo compito \u00e8 particolarmente complicato per coloro che non intendono rinunciare al concetto di \u201cpopulismo\u201d. In questo caso, l\u2019ancoraggio storico-etimologico di cui gli studiosi dovrebbero tenere conto \u00e8 molto differente da quello proprio di altri ismi apparentemente analoghi. In primo luogo, a differenza di formule come \u201csocialismo\u201d, \u201ccomunismo\u201d, \u201cfascismo\u201d o \u201cliberalismo\u201d, l\u2019etichetta di \u201cpopulismo\u201d di solito non viene rivendicata come bandiera di identificazione da coloro che vengono fatti rientrare in questa famiglia, se non occasionalmente e per lo pi\u00f9 in termini provocatori, per ribaltare l\u2019accusa di utilizzare strumenti di propaganda demagogici. Molto pi\u00f9 di frequente, la formula viene invece adoperata in un\u2019accezione esplicitamente spregiativa da qualcuno che, qualificando come \u201cpopulista\u201d un determinato soggetto politico (spesso un avversario), intende biasimarne le modalit\u00e0 di comunicazione, gli stili organizzativi, le piattaforme programmatiche e metterne in questione la reale democraticit\u00e0. Nel linguaggio giornalistico e della polemica politica, definire il proprio avversario come \u201cpopulista\u201d equivale cio\u00e8 ad accusarlo di utilizzare una retorica demagogica, di blandire i cittadini con promesse irrealizzabili, di aizzare i pi\u00f9 biechi risentimenti per fini elettorali. In altre parole, la costruzione del concetto si trova di fronte a un ostacolo rappresentato da una marcata distorsione valoriale che, gi\u00e0 nel linguaggio comune, tende ad assegnare al populismo una connotazione negativa: una connotazione che non si rinviene, per esempio, in concetti \u2013 altrettanto difficili da definire con precisione \u2013 come \u201cdemocrazia\u201d, \u201clibert\u00e0\u201d e \u201csocialismo\u201d; pur avendo conosciuto nella loro storia potenti critiche e contestazioni frequenti sul loro significato, tali concetti hanno trovato per\u00f2 negli ultimi due secoli anche convinti alfieri, i quali hanno fatto di quelle idee i riferimenti cruciali di complessi sistemi dottrinari. In secondo luogo, \u00e8 utile tenere presente che il rompicapo del populismo \u00e8 legato anche a un altro tipo di distorsione valoriale, che non riguarda solo l\u2019uso che se ne fa nel linguaggio ordinario, o nella polemica politica. In modo meno evidente, nel concetto adottato dalle scienze sociali si annida una distorsione che riguarda le stesse modalit\u00e0 con cui storicamente quel concetto si \u00e8 formato. Come mostrano alcuni dei saggi compresi in questo volume, una connotazione polemica e un intento denigratorio possono essere infatti rinvenuti gi\u00e0 nella stessa costruzione del concetto di \u201cpopulismo\u201d un concetto che le scienze sociali iniziarono a elaborare tra gli anni Cinquanta e Sessanta, \u201cassemblando\u201d in un\u2019unica categoria teorica i tratti deteriori di movimenti eterogenei, del tutto privi di parentele ideologiche e accomunati solo da affinit\u00e0 molto generiche. Cos\u00ec, se per un verso gli studiosi devono tenere conto di un simile \u201cancoraggio storico\u201d, dall\u2019altro, proprio un simile ancoraggio, cos\u00ec fortemente connotato, imprime al concetto una distorsione tale da renderne molto problematico \u2013 se non addirittura impossibile \u2013 un utilizzo privo di incrostazioni valoriali. Questo volume non ha l\u2019ambizione di superare il \u201ccomplesso di Cenerentola\u201d, ma si propone pi\u00f9 semplicemente di portare alla luce alcune delle motivazioni che rendono complicato \u2013 seppur non impossibile \u2013 utilizzare il termine \u201cpopulismo\u201d nelle scienze sociali. Alcuni dei contributi \u2013 in particolare quelli di Damiano Palano, Yannis Stavrakakis, Anton J\u00e4ger e Federico Tarragoni \u2013 offrono elementi proprio per una \u201cgenealogia\u201d del concetto di \u201cpopulismo\u201d. La scelta del termine \u201cgenealogia\u201d non \u00e8 fortuita, ma si richiama direttamente alle ricerche genealogiche di Michel Foucault e in particolare al suo tentativo di portare alla luce come, nei processi di costruzione del sapere[1]scientifico, siano sempre all\u2019opera conflitti che hanno per oggetto la distinzione tra \u201cvero\u201d e \u201cfalso\u201d, oltre che la fissazione di una linea di confine tra \u201cnormale\u201d e \u201cpatologico\u201d. L\u2019obiettivo di questo volume \u2013 che raccoglie i contributi di studiosi accomunati da coordinate interpretative simili \u2013 \u00e8 dunque mettere in luce come la genesi del concetto di populismo \u2013 o, meglio, la sua \u201cre-invenzione\u201d \u2013 sia inestricabilmente connessa al ruolo giocato dalle scienze sociali e alla costruzione di una sorta di alterit\u00e0 \u201cpatologica\u201d rispetto alla norma della democrazia liberale. I primi quattro capitoli convergono nell\u2019individuare una svolta cruciale negli anni Cinquanta, quando \u2013 reagendo al clima della \u201ccaccia alle streghe\u201d \u2013 alcuni intellettuali liberal americani costruiscono, a partire dalla rilettura della vicenda storica del People\u2019s Party di fine Ottocento, una categoria generale di \u201cpopulismo\u201d (con la \u201cp\u201d minuscola): una categoria utilizzabile non solo per identificare una corrente sotterranea della cultura politica americana, ma anche per qualificare partiti, movimenti e leader politici che nulla avevano a che vedere con il People\u2019s Party e con gli Stati Uniti, e che nondimeno presentavano elementi comuni, in gran parte connessi con la loro ostilit\u00e0 ai principi di fondo della democrazia liberale, di cui dunque dovevano essere inevitabilmente dipinti come nemici pi\u00f9 o meno radicali. Arricchendo il discorso, ma guardando pi\u00f9 specificamente verso il contesto politico e culturale italiano, il capitolo di Salvatore Cingari ricostruisce invece l\u2019utilizzo dell\u2019espressione \u201cpopulismo\u201d da parte di Antonio Gramsci: il lavoro di Cingari \u2013 tenendo conto anche della discussione recente e, in special modo, dell\u2019utilizzo di concetti come \u201cpopulismo\u201d ed \u201cegemonia\u201d da parte di teorici post-marxisti come Ernesto Laclau e Chantal Mouffe \u2013 precisa innanzitutto il significato che il pensatore sardo attribuisce al termine, ma sottolinea anche i limiti dell\u2019interpretazione avanzata da Asor Rosa, che in Scrittori e popolo attribu\u00ec al pensatore sardo una concezione del \u201cpopolo\u201d in realt\u00e0 ben distante da quella che si pu\u00f2 riconoscere nelle pagine dei Quaderni.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 40px\">Se le circostanze della genesi costituiscono un problema per un utilizzo neutrale di \u201cpopulismo\u201d, non \u00e8 per\u00f2 detto che il concetto non possa essere utilizzato proficuamente e dunque liberato da quelle \u201cincrostazioni\u201d valoriali che ha ereditato da una storia tanto intricata. Ci\u00f2 probabilmente richiede per\u00f2 che venga messa in discussione la logica neo-positivista che, pi\u00f9 o meno esplicitamente, orienta gran parte della ricerca politologica contemporanea sul fenomeno. Gli alfieri dell\u2019approccio \u201cideazionale\u201d allo studio del populismo \u2013 che rimane indubbiamente l\u2019approccio prevalente nella comunit\u00e0 politologica europea \u2013 tendono infatti ad adottare pi\u00f9 o meno esplicitamente proprio una strategia definitoria neo-positivista, che si propone cio\u00e8 di costruire classificazioni esaustive, le cui classi siano inoltre mutuamente esclusive: per questo, il populismo viene concepito come un\u2019ideologia (o una pi\u00f9 generica visione del mondo) con tratti ben identificabili e soprattutto ben distinti da quelli propri di altre ideologie. In questa prospettiva, il populismo identifica una specifica casella di una pi\u00f9 ampia classificazione, nella quale i partiti, i leader e i movimenti possono rientrare o non rientrare (e da cui sono naturalmente esclusi i soggetti ricompresi in altre classi). Sono in effetti proprio i sostenitori di questo approccio ad adottare pi\u00f9 di frequente il concetto di populismo in modo poco consapevole del suo peculiare \u201cancoraggio storico\u201d. E la conseguenza pressoch\u00e9 inevitabile \u00e8 di concepire il populismo sempre come un\u2019ideologia minacciosa per il pluralismo e per le istituzioni liberal-democratiche. Questo approdo non \u00e8 per\u00f2 inevitabile. I ricercatori che adottano un approccio \u201cstrategico\u201d, o, in modo ancora pi\u00f9 netto, quelli che utilizzano un approccio \u201cdiscorsivo-performativo\u201d sono in grado di evitare il cortocircuito innescato dalla convinzione di poter vedere nel populismo una \u201ccosa\u201d o un\u2019ideologia chiaramente definita, e non una componente della pratica politica, in cui, oltre al ricorso all\u2019\u201cappello al popolo\u201d, sono rilevanti le modalit\u00e0 in cui il popolo stesso viene retoricamente raffigurato e costruito. Pi\u00f9 che proporsi di superare il \u201ccomplesso di Cenerentola\u201d, questo volume si propone perci\u00f2 di contribuire a sviluppare una discussione sulla possibilit\u00e0 di utilizzare la nozione di \u201cpopulismo\u201d, a dispetto di tutti i limiti che segnano il concetto e che ne contrassegnano l\u2019utilizzo. I testi che sono qui presentati devono essere dunque accolti al tempo stesso come una sorta di bilancio della discussione condotta soprattutto negli ultimi dieci anni e come un invito a raccogliere teoricamente la sfida che il \u201cmomento populista\u201d ha rappresentato anche per la comprensione delle trasformazioni politiche in atto. Bench\u00e9 sia probabile che l\u2019ondata populista vissuta da molte democrazie nel corso degli anni Dieci si sia conclusa, o abbia assunto ormai caratteristiche differenti, \u00e8 altrettanto probabile che quella stagione abbia comunque lasciato sulla fisionomia dei sistemi democratici (non solo occidentali) un\u2019impronta profonda e abbia reso indispensabile pressoch\u00e9 per tutti gli attori politici adottare quegli stili, quelle retoriche e quelle modalit\u00e0 operative che fino ad alcuni anni fa si ritenevano prerogative esclusive dei \u201cpopulisti\u201d. Ed \u00e8 forse anche per questo che, per comprendere davvero lo Zeitgeist populista, \u00e8 necessario superare quantomeno alcuni degli equivoci ereditati dalla tormentata genesi di un concetto paranoico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1339\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2024\/03\/sese-200x300.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2024\/03\/sese-200x300.jpg 200w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2024\/03\/sese.jpg 525w\" sizes=\"(max-width: 200px) 100vw, 200px\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>\u00c8 da qualche settimana in libreria Genealogie del populismo. Per la storia di un concetto paranoico (Mimesis, p.190), volume curato da Damiano Palano con contributi di Yannis Stavrakakis, Anton J\u00e4ger, Federico Tarragoni e Salvatore Cingari. Una ricognizione sulla genesi e sulla re-invenzione di questo concetto e sul ruolo giocato dalle scienze sociali. Di seguito, l\u2019introduzione del volume firmata da Palano. *** Anche se non \u00e8 probabilmente il film tecnicamente pi\u00f9 riuscito di Marco Tullio Giordana, Maledetti vi amer\u00f2 (1980) \u2013 il primo lungometraggio del cineasta milanese \u2013 costituisce un documento a suo modo eccezionale sul mutamento che invest\u00ec la societ\u00e0 [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2024\/03\/22\/genealogie-del-populismo\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1086,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[47],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1338"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1086"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1338"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1338\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1340,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1338\/revisions\/1340"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1338"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1338"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1338"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}