{"id":1489,"date":"2025-11-28T15:34:51","date_gmt":"2025-11-28T14:34:51","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/?p=1489"},"modified":"2025-11-28T15:34:51","modified_gmt":"2025-11-28T14:34:51","slug":"angoscia-del-moderno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2025\/11\/28\/angoscia-del-moderno\/","title":{"rendered":"Angoscia del moderno"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-1490\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2025\/11\/9788833376523_0_0_424_0_75-198x300.jpg\" alt=\"\" width=\"198\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2025\/11\/9788833376523_0_0_424_0_75-198x300.jpg 198w, https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2025\/11\/9788833376523_0_0_424_0_75.jpg 424w\" sizes=\"(max-width: 198px) 100vw, 198px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">\n<p style=\"padding-left: 160px\"><em>A qualche mese dalla pubblicazione del mio <\/em>&#8220;<strong>Ernst J\u00fcnger. Vita e opere di un Anarca<\/strong>&#8221; <em>(Giubilei Regnani, p.355), ho deciso di condividere un estratto che, per tanti aspetti, offre uno scorcio della narrazione e dei vari temi che esploro nel volume<\/em>.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px;text-align: center\"><strong>***<\/strong><\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">\u00a0 \u00a0Nel novembre del 1933 si trasferisce con la famiglia a Goslar, e l\u2019anno successivo nasce il suo secondogenito, Alexander. Nel frattempo, pubblica il saggio <em>Sul dolore<\/em> (1934), in cui esplora le interrelazioni tra dolore lavoro e tecnica, chiarendo numerosi aspetti che erano rimasti inespressi ne <em>L\u2019Operaio<\/em> a partire dall\u2019estraneazione e anestetizzazione del corpo che caratterizzano proprio l\u2019era della tecnica, dove il dolore viene neutralizzato e ridotto a una variabile controllabile. La sopportazione appartiene al mondo eroico, dove il dolore \u00e8 vissuto come una prova da affrontare mentre l\u2019epoca borghese, invece, sarebbe frutto dell\u2019anestetizzazione, simboleggiata da quei Caf\u00e9 in cui i clienti non sperimentano pi\u00f9 solo la noia, ma l\u2019angoscia: \u201cCompresi allora che non era noia, quella che gli avventurieri provavano, ma angoscia\u201d. Di questa sorta di non-luoghi ne aveva gi\u00e0 scritto ne <em>Il cuore avventuroso<\/em>. Qui, per\u00f2, la percezione e la comprensione del dolore si intrecciano strettamente con l\u2019angoscia, poich\u00e9 la civilt\u00e0 tecnica e borghese, immersa in un benessere superficiale, mira a evitare il dolore, trasformando ogni aspetto della realt\u00e0, come appunto i grandi caff\u00e8, in luoghi rappresentativi di questa fuga: \u201cil simbolo del senso di benessere da sogno [\u2026] che satura l\u2019atmosfera come un narcotico\u201d. L\u2019imperativo dominante della nuova epoca \u00e8 quello del comfort e di una sicurezza effimera e i Caf\u00e8, come mille altri non-luoghi, si trasformerebbero in un narcotico, realt\u00e0 ovattata che allontana l\u2019uomo dalle forze primordiali, illudendolo di aver relegato il dolore ai margini dell\u2019esistenza.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">\u00a0 \u00a0Il corpo, strumento attraverso il quale l\u2019uomo partecipa al dolore, viene in epoca moderna trattato come un oggetto. Nel modello eroico e cultuale, il corpo era un avamposto (<em>Vorposten<\/em>), un\u2019entit\u00e0 disciplinata e formata da una vita preordinata alla resistenza. Era la condizione del guerriero, dell\u2019asceta, ma anche del martire cristiano che, nell\u2019ora della tortura, si faceva assente dalla carne. Nel tempo attuale dominato dalla tecnica, il corpo umano verrebbe invece ridotto a un mero strumento funzionale.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">Emblematico \u00e8 l\u2019esempio del proiettile umano della marina giapponese: confinato in uno spazio angusto, il kamikaze rappresenterebbe per J\u00fcnger l\u2019estremo punto d\u2019incontro tra uomo e macchina, simbolo di quell\u2019ibridazione che sancisce il passaggio dall\u2019individuo al Tipo-Lavoratore. Anche la guerra, da eroico conflitto fra esseri umani, si \u00e8 infatti trasformata in uno scontro tra macchine e materiali, segnando la perdita dell\u2019individualit\u00e0 e i soldati sono diventati semplici strumenti, distaccati dalla loro umanit\u00e0. Li aveva cos\u00ec descritti ne <em>L\u2019Operaio<\/em>, dove il volto del soldato veniva gi\u00e0 raffigurato privo di caratteristiche individuali, con una \u201cnitidezza\u201d che simboleggia un Tipo, ed emblema di una nuova era tecnologica.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">\u00a0 \u00a0Qui, la sensibilit\u00e0 \u00e8 completamente annullata, estirpata fino a svanire e la conclusione \u00e8 chiara e inequivocabile: la misura dell\u2019uomo non \u00e8 pi\u00f9 il valore, ma il dolore. Con la de-individualizzazione imposta dalla tecnica si stabilisce un nuovo rapporto tra l\u2019uomo e la sofferenza, poich\u00e9 \u201ccon il progredire dell\u2019oggettivazione cresce anche la quantit\u00e0 di dolore che pu\u00f2 essere sopportata\u201d. La tecnica accresce enormemente la capacit\u00e0 di sopportare il dolore, ma allo stesso tempo lo genera, provocando un numero di vittime persino superiore a quello delle guerre pi\u00f9 sanguinarie. Ne sono esempio le morti per incidenti stradali o in altri contesti affollati in cui si muovono le masse \u2013 elementi che colpiscono profondamente il suo immaginario. Ci\u00f2 che infatti un tempo era considerato normale, come magari perire in duello, oggi \u00e8 sostituito da fatalit\u00e0 diverse, rendendo ordinario perdere la vita precipitando con un aliante o durante uno sport invernale. Nel passaggio dall\u2019individuo al Tipo, la sensibilit\u00e0 viene dunque estirpata e il dolore viene anestetizzato, ridotto al silenzio. Ma il dolore seguirebbe una logica implacabile e astuta, capace di riconquistare i propri spazi perch\u00e9 ci\u00f2 che cambia, in realt\u00e0, non \u00e8 il dolore, ma il modo in cui l\u2019uomo lo percepisce e si relaziona ad esso.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">\u00a0 \u00a0J\u00fcnger concepisce il dolore come una \u201cmisura immutabile\u201d che, con il progresso tecnologico, viene rielaborato in chiave estetica ed etica. Questo processo avviene anche grazie a strumenti come la fotografia, la quale contribuisce a incrementare il distacco dello sguardo umano, trasformandolo in un atto sempre pi\u00f9 meccanico e separando l\u2019individuo dall\u2019esperienza diretta del dolore. In questo scenario, il corpo e il lavoro umano vengono progressivamente invasi dalla tecnica, la quale tende a minimizzare il malessere, facilitando cos\u00ec la reificazione dell\u2019individuo. Al contrario, per J\u00fcnger, il dolore rimane una misura naturale che collega l\u2019uomo alle sue radici esistenziali. La sofferenza, infatti, rappresenta la chiave per comprendere i misteri dell\u2019animo umano e del mondo, e il modo in cui viene affrontata rivela anche l\u2019alienazione crescente dell\u2019individuo, incapace di riconoscere pi\u00f9 se stesso. In un contesto globale e nichilistico, la ricerca di una libert\u00e0 dal dolore implica un distacco da esso, un processo che J\u00fcnger definisce \u201celusione\u201d. Cos\u00ec, il dolore appare come un ostacolo, mentre al contempo \u00e8 una via per svelare il significato profondo dell\u2019esistenza. Per essere superato, tuttavia, richiede una certa distanza.<\/p>\n<p style=\"padding-left: 160px\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; A qualche mese dalla pubblicazione del mio &#8220;Ernst J\u00fcnger. Vita e opere di un Anarca&#8221; (Giubilei Regnani, p.355), ho deciso di condividere un estratto che, per tanti aspetti, offre uno scorcio della narrazione e dei vari temi che esploro nel volume. *** \u00a0 \u00a0Nel novembre del 1933 si trasferisce con la famiglia a Goslar, e l\u2019anno successivo nasce il suo secondogenito, Alexander. Nel frattempo, pubblica il saggio Sul dolore (1934), in cui esplora le interrelazioni tra dolore lavoro e tecnica, chiarendo numerosi aspetti che erano rimasti inespressi ne L\u2019Operaio a partire dall\u2019estraneazione [&hellip;]<\/p>\n&nbsp;&nbsp;<div class=\"readmore\"><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2025\/11\/28\/angoscia-del-moderno\/\">Continua a leggere...<\/a><\/div><\/p>","protected":false},"author":1086,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[247],"tags":[99799],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1489"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1086"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1489"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1489\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1491,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1489\/revisions\/1491"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1489"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1489"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1489"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}