{"id":1503,"date":"2026-01-21T11:44:49","date_gmt":"2026-01-21T10:44:49","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/?p=1503"},"modified":"2026-01-21T16:56:17","modified_gmt":"2026-01-21T15:56:17","slug":"il-circo-della-sofferenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2026\/01\/21\/il-circo-della-sofferenza\/","title":{"rendered":"Il circo della sofferenza"},"content":{"rendered":"<p>Da qualche anno, \u00e8 stato coniato il termine &#8220;pornografia del dolore&#8221; per descrivere un fenomeno ormai ubiquo nella cronaca nera, dove ogni dettaglio macabro diventa merce da consumare, alimentando una fascinazione morbosa che sfuma i confini tra informazione e spettacolo. Quello che un tempo veniva definito diritto di cronaca, oggi \u00e8 infatti diventato un\u2019industria che trasforma la miseria umana in uno spettacolo pubblico, riducendo ogni tragedia a un prodotto da vendere in tempo reale attraverso interviste a familiari di ogni ordine e grado, ai vicini, agli ex compagni di scuola e persino a passanti occasionali, mentre ogni parola, ogni lacrima, ogni gesto di chi \u00e8 colpito dalla tragedia diventa un contenuto giornalistico da esporre sul banco della mercanzia.<\/p>\n<p>Le immagini strazianti di madri devastate dalla notizia della morte di un figlio, incapaci di proferire parola, e che affondano nel nugolo di microfoni che sommergono il loro volto, trasformano un atto di dolore intimo in uno spettacolo quasi catartico. E poi, ancora&#8230; le immagini dei luoghi del ritrovamento di un cadavere, delle case, delle camere, dei garage, degli oggetti che, per quanto banali, acquisiscono un valore simbolico all&#8217;interno di una trama che &#8211; a loro dire &#8211; \u00e8 sempre sociologica e psicologica, cos\u00ec come l\u2019immancabile presenza di testimoni improvvisati, pronti a lucrare un minuto di notoriet\u00e0 sulla pelle della tragedia altrui. E tutto questo, con il pretesto di un\u2019informazione che serve da velo assolutorio per ogni contesto.<\/p>\n<p>Non \u00e8 altro, invece, che una spietata operazione mossa dal solo obiettivo di fare audience. Dettagli irrilevanti vengono gettati in pasto al pubblico, alimentando l\u2019illusione che ognuno di noi possa trasformarsi nel nuovo Maigret, in un esercizio perverso che si nutre del dolore altrui, giocando sulla curiosit\u00e0 morbosa e senza alcun rispetto per le vittime.<\/p>\n<p>Certo, il mondo \u00e8 cambiato, e con esso anche la nostra percezione di ci\u00f2 che \u00e8 volgare o insignificante. Se guardiamo indietro, a solo qualche generazione fa, ci rendiamo conto che il tema del dolore e della morte veniva trattato su piani ben diversi.<\/p>\n<p>Per chiarire il concetto, mi permetto di fare un esempio, forse elementare, ma che trovo particolarmente pertinente. Una volta, nelle botteghe dei barbieri, c\u2019erano tre cose che intrattenevano i clienti in attesa: fumetti porno, libricini profumati con immagini di donne nude, e un giornale che tutti \u2013 almeno quelli della mia et\u00e0 \u2013 conoscevano: <em>Cronaca Vera<\/em>. Questo periodico mescolava fatti reali a finzioni che talvolta sembravano uscite da un romanzo gotico, altre da un incrocio tra la commedia boccaccesca e il cinema trash: sesso, tradimenti, sangue e delitti esondavano in quantit\u00e0 industriali sin dalla copertina. Erano storie che, pur organizzate in un contesto narrativo che sapeva tanto di romanzo di bassa lega, affascinavano molti. Tuttavia, venivano considerati letture &#8220;sporche&#8221;, da evitare, destinate a una ristretta cerchia: ragazzini in piena esplosione ormonale, pensionati in cerca di brividi, e persone disinteressate alla politica e alle forme pi\u00f9 alte di vita pubblica, che invece relegavano il loro trasporto emotivo e razionale solo verso i fatti cruenti. La maggior parte delle altre persone, pur incuriosite, preferiva infatti mantenere le distanze, consapevoli che quella realt\u00e0 parallela non doveva mai venire alla luce del giorno, o perlomeno non doveva strabordare rispetto a ogni altro aspetto del reale e diventare trama dominante.<\/p>\n<p>Oggi, quella stessa fascinazione morbosa \u00e8 divenuta la norma. Siamo travolti da storie criminose che ci perseguitano ogni ora del giorno e della notte, per anni, talvolta decenni, peraltro senza mai giungere a una conclusione. La <em>Cronaca Vera<\/em> non \u00e8 pi\u00f9 un fenomeno di nicchia, ma una realt\u00e0 quotidiana che coinvolge tutti, senza via di fuga, e non si nasconde pi\u00f9 nei bui angoli di un mobile da barbiere perch\u00e9 \u00e8 disponibile a nostro piacimento su ogni device tecnologico .<\/p>\n<p>Vorrei aggiungere, a complemento di quanto detto finora, una riflessione di Ernst J\u00fcnger. Gi\u00e0 negli anni Settanta lo scrittore tedesco aveva compreso che non si trattava pi\u00f9 di semplice informazione e aveva intuito la direzione di marcia. In un&#8217;epoca in cui la comunicazione stava cominciando a prendere piede come nuova religione e la tecnologia si apprestava a diventare il nostro Dio, J\u00fcnger descriveva le citt\u00e0 moderne come luoghi in cui le antenne, che spuntano come capelli ritti di una terribile acconciatura (questa la metafora utilizzata!), diventano simbolo di un mondo dove ogni frammento di dolore \u00e8 amplificato in un\u2019eco demoniaca.<\/p>\n<p>Un quadro terrificante! Una crescente inquietudine collettiva, che ci consuma lentamente, di cui ne avvertiamo i pericoli ma di cui facciamo fatica a liberarci perch\u00e9, in fondo, alla sua fonte ci alimentiamo.\u00a0La comunicazione di massa \u00e8 infatti diventata un&#8217;arma potente, capace di penetrare nelle menti e nei sentimenti, alterando la realt\u00e0 che viviamo. Ogni tragedia, ogni sofferenza, non \u00e8 pi\u00f9 qualcosa che osserviamo da lontano, ma qualcosa che ci viene riproposto incessantemente, come un episodio di una serie televisiva infinita. Il dolore del mondo \u00e8 diventato il nostro pane quotidiano. Un pane amaro!<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>Da qualche anno, \u00e8 stato coniato il termine &#8220;pornografia del dolore&#8221; per descrivere un fenomeno ormai ubiquo nella cronaca nera, dove ogni dettaglio macabro diventa merce da consumare, alimentando una fascinazione morbosa che sfuma i confini tra informazione e spettacolo. 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