{"id":520,"date":"2017-10-22T08:49:04","date_gmt":"2017-10-22T06:49:04","guid":{"rendered":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/?p=520"},"modified":"2017-10-22T08:49:04","modified_gmt":"2017-10-22T06:49:04","slug":"fine-della-politica-o-nuovo-inizio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/2017\/10\/22\/fine-della-politica-o-nuovo-inizio\/","title":{"rendered":"Fine della politica o nuovo inizio"},"content":{"rendered":"<p>La democrazia \u00e8 la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme sperimentate finora. Da mezzo secolo non riusciamo a smuoverci di un centimetro dalla massima di Churchill. Eppure si agita un inatteso malessere verso processi decisionali sempre meno rappresentativi grazie al fatto che la pericolosa china discendente ha avuto inizio ben prima di questa crisi economica apertasi nel 2007 e si sta radicando in ampi strati della popolazione. Di conseguenza, \u00e8 pura illusione ritenere che l\u2019incremento di qualche punto di Pil potr\u00e0 eliminare il discredito nei suoi confronti.<\/p>\n<p>Come scrive Giovanni Orsina nella introduzione de <em>La fine della politica<\/em> (Historica, p. 163), libro scritto da Lorenzo Castellani e Alessandro Rico, gli attuali processi di rappresentanza democratica sono infatti stretti nella morsa del capitalismo globale e di mercati finanziari che stanno contribuendo in maniera determinante alla mutazione della sovranit\u00e0 politica degli Stati nazionali e alla depoliticizzazione. E allora il punto \u00e8 capire quali possano essere i percorsi per dare nuova linfa ad un istituto che inizia a mostrare troppi deficit e che ormai, in maniera palese, trovandosi sballottato tra cerchie ristrette di potere (tecnocrazia) e il fenomeno del populismo con le sue rivendicazioni dal basso, tende a neutralizzare il \u2018politico\u2019.<\/p>\n<p>Per i due studiosi i punti di frattura sono profondi: 1) l\u2019aumento della domanda di partecipazione dell\u2019elettorato attraverso le nuove tecnologie alla vita pubblica; 2) l\u2019incremento della distanza tra le aspettative dei singoli cittadini e la capacit\u00e0 di soddisfarle da parte dei governi, e la messa in crisi dei sistemi di welfare; 3) la moltiplicazione dei centri di sovranit\u00e0 attraverso cui vengono prodotte decisioni; 4) la crescente influenza delle decisioni giudiziarie nella vita politica delle democrazie occidentali; 5) l\u2019importanza sempre maggiore del potere esecutivo rispetto agli altri poteri pubblici, in particolare rispetto al potere legislativo.<\/p>\n<p><em>La fine della politica<\/em> si interroga dunque sulle radici del malcontento e sulle insufficienze democratiche ma si muove, al contempo, alla ricerca di possibili soluzioni sul medio-periodo. Lo sguardo analitico adottato da Castellani e Rico \u00e8 per tanti aspetti condivisibile. Le soluzioni, invece, attengono pi\u00f9 alla speranza che alla tangibilit\u00e0 dei fatti. Ma ci\u00f2 vale per i due studiosi cos\u00ec come per tutti coloro che tentano di immaginare una chiave di volta che possa in un sol colpo cancellare deficit strutturali.<\/p>\n<p>Eppure, una base di partenza esiste e i due ritengono di averla individuata. L\u2019aver spinto all\u2019estreme conseguenze l\u2019idea che la societ\u00e0 contemporanea potesse fare a meno di un nucleo di tradizionali valori fondanti ha fatto s\u00ec che se ne creassero di nuovi, che assumessero per\u00f2 forme e sostanza del politicamente corretto in cui tutto far confluire. Questo \u00e8 un punto discriminante che Castellani e Rico identificano nella \u2018utopia della depoliticizzazione\u2019. Vale a dire nel fatto che il primato dell\u2019economico e la religione della globalizzazione connessi alla crescente influenza degli incarichi non elettivi sarebbero gli elementi pi\u00f9 pericolosi in grado di determinare l\u2019avversione dei singoli cittadini verso l\u2019istituto democratico: &lt;&lt;la dittatura della tecnica, dell\u2019economia e della burocrazia integra la pi\u00f9 subdola forma di snaturamento dell\u2019autonomia, il valore che pure dovrebbe stare a cuore a molti liberali contemporanei: dal regno dei fini, lo spazio della volont\u00e0 che risponde solo al dovere riconosciuto da leggi morali autoimposte, si scivola verso il regno della necessit\u00e0, dove non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 spazio per la decisione e bisogna solo ratificare provvedimenti dettati da criteri eteronomi, siano essi la crescita, il controllo della spesa, il rapporto deficit\/PIL&gt;&gt;.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una soluzione immediata ma non definitiva. Un utile compromesso tra il bisogno di un potere pubblico pi\u00f9 efficace e la salvaguardia delle libert\u00e0 che sono alla base dello sviluppo economico. Si tratta, insomma, di amalgamare logica dei mercati globali e logica della democrazia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2017\/10\/democrazia.gif\"><img loading=\"lazy\" class=\"alignright size-medium wp-image-521\" src=\"https:\/\/blog.ilgiornale.it\/iannone\/files\/2017\/10\/democrazia-300x145.gif\" alt=\"democrazia\" width=\"300\" height=\"145\" \/><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><p>La democrazia \u00e8 la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme sperimentate finora. Da mezzo secolo non riusciamo a smuoverci di un centimetro dalla massima di Churchill. 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