Sanremo. Vince il Volo. Vince il nazionalpopolare.
Ogni tanto penso a cosa sia passato in mente ad un alterato Brian Molko quando, anni fa, sul palco dell’Ariston, tentó goffamente di sfasciare la chitarra contro il suo Marshall.
Il fatto è che quel palco non è affatto facile, è un cerchio infuocato dove ci si brucia molto facilmente.
Sanremo con i suoi riti, i suoi costumi e le sue polemiche è un po’ come quando gioca l’Italia: anche chi non ama il calcio la partita la guarda, la commenta, la giudica.
Specialmente su Twitter ho assistito a gruppi di ascolto di qualunque tipologia (addetti ai lavori, personaggi dello spettacolo, cultori più o meno solidi della musica italiana), tesi ad analizzare con tono sovente sarcastico la kermesse, talvolta sfociati in vere e proprie guerre virtuali fatte di frecciatine, messaggi al vetriolo, polemiche più o meno fondate che hanno riempito la timeline del famoso social.
Arrivando al dunque, dato che vanno di moda le pagelle, questa volta ho provato a stilarne una mia, ovviamente senza voti, poiché lungi da me fare il professore.
Io preferisco osservare e dare un parere modesto e personalissimo. Esaminerò la finale… Ovvero la serata clou.
Con ironia… Obviously.

Il Volo: mi sembra di essere tornato a quei festival condotti da Baudo, in quegli anni in cui i tre giovanotti erano infanti o poco più. Tecnicamente impeccabili, scafati da un successo mondiale che li ha sicuramente resi macchine da palco sicure ed affidabili. Volenti o nolenti, a livello globale, questo tipo di canzone italiana piace.
A me non molto, preferivo di gran lunga Pupo ed Emanuele Filiberto insieme al tenore. Il tutto mi sembrava più genuino e sanguigno, nella concezione bizzarra e surreale del trio avente un cantante improvvisato all’interno.
Poi ritengo il mio conterraneo Pupo uno degli artisti dalla vita privata più rock della storia musicale italiana, ma questo è un altro discorso.
Tirando le somme, complimenti a “il volo” per la vittoria e buon tour mondiale, state lontani dagli eccessi poiché siete giovani e avete molta più vita davanti rispetto a me per finire in rehab.

Nek: non ho mai ascoltato molto Nek, questione di gusti personali. Di lui ricordo quella canzone sui pop-corn e l’aborto, “Laura non c’è” e quella col ritornello simile ad una canzone dei Sum-41. Ciò non toglie che egli sia un pezzo di storia del pop italiano.
Nek è un bell’ uomo, ha un ottima estensione vocale ed è intonato. Il pezzo funziona, melodicamente e liricamente. Il contenuto del brano mi rimanda ad un’anatomia patologica romantica e delicata, dove l’amore vince sempre sull’odio e l’invidia (come diceva l’ex presidente del consiglio italiano ai suoi detrattori).
Credo che non avrebbe sfigurato come vincitore vista la connotazione di questo festival.

Malika Ayane: intensa, raffinata, unica. Il brano calza perfettamente sulla voce di questa eclettica ed inimitabile artista. Ricordo ancora il festival del 2013  a cui partecipai e che mi permise di conoscerla. Era seduta su un divanetto e mi avvicinai per complimentarmi con lei la quale mi allungò la mano come una giovane regina della musica italiana bisbigliando un grazie.
Confesso che mi sentii un po’ fuori luogo in quel momento, mi sentii un po’ rozzo, inadeguato, poco attinente anche a sfiorarle la pelle.
Poi, nell’estate di quell’anno, la vidi cantare alla “festa di S. Lucia a Cesa”, luogo a me caro poiché paese natio del mio chitarrista Riccardo e luogo dove (per l’appunto all’interno dell’abitazione di Ricky) abbiamo la sala prove. La festa di S. Lucia a Cesa regala sempre momenti di ilare e colorita toscanità, talvolta grossolana e picaresca; e sentire qualche avventore ebbro urlare: -Con la merda!!! Voglio un panino con la merda!!! Voglio un panino con la merda!!!- alla cassa della zona gastronomica, riuscendo io a percepire tale richiesta nei momenti di pausa tra una canzone di Malika ed un’altra, mi ha fatto sentire meno a disagio nell’assistere al suo spettacolo di quella volta che mi presentai a lei nei camerini dell’Ariston.

Marco Masini: esperienza, abilità e una capacità di tenere un palco prestigioso senza ansie e ripensamenti, il brano è un pezzo alla Masini in tutto e per tutto, sofferto, sentito e sentimentale. E’ sempre piacevole per me vedere una persona che come Masini in barba a finasteride, dutasteride e minoxidil un giorno è tornato sul palco coi capelli, anche se finti. Se mai l’ormone DHT un giorno vessasse i miei follicoli con l’intento di miniaturizzarli lasciando solo “vellus” dove un tempo c’erano robusti capelli in fase anagen, ecco… Magari anche io da un istante all’altro tornerei sul palco capellone, magari rasta… Un sogno proibito che mai ho realizzato nella vita, poiché i capelli lunghi vanno saputi gestire (quasi quanto il palco dell’Ariston).

Nina Zilli: per me potrebbe cantare anche l’elenco del telefono. Resterei lo stesso con gli occhi fissi verso lo schermo, le orecchie dritte e il cuore emozionato.

Chiara: aprire il Festival di Sanremo non è esattamente come aprire il Karaoke di ferragosto a Gatteo a Mare. Chiara lo ha fatto con una sicurezza ed una precisione canora notevole ed indiscutibile. Il brano è un buon brano pop che, a mio parere, valorizza parzialmente la bravura di questa artista. Le immagini cantate per come la vedo io non viaggiano parallelamente, a livello di intensità emotiva ed immaginifica, alla voce e alla melodia della canzone. Il rischio è che la poca forza lirica del brano lo faccia scivolare addosso all’ascoltatore. Chiara è molto brava, ma credo che ancora non abbia trovato la canzone della sua vita, quando la troverà ce ne accorgeremo tutti

Dear Jack: Robusti, Tenaci, Limpidi…

Annalisa: Annalisa è bella, è brava e sa cantare bene dal vivo. A volte infatti sembra troppo bella, troppo brava e troppo capace. E’ sicuramente un problema mio questo, un problema di gusti personali…Infatti se arrivasse un mago e mi dicesse: puoi scegliere due concerti del passato da vedere, preferisci i Queen a Wembley nel 1986 o un concerto qualsiasi dei Pogues con Shane MacGowan? Io sceglierei i Pogues ad occhi chiusi, perché amo gli artisti divelti, distrutti e frutto del loro caos. La canzone di Annalisa è un prodotto pop ben creato e ben composto, sono certo che anche radiofonicamente funzionerà alla grande, però da un’artista come lei prima o poi vorrei sentire un pezzo che mi prenda a pugni il cuore e l’anima, magari senza l’amore che trionfa sotto un cielo stellato.

Alex Britti: Alex Britti è un talentuoso chitarrista che ha scritto  ottime canzoni (basti pensare a quella “oggi sono io” con la quale trionfò nei giovani nel 1999).
Il brano che ha portato quest’anno al Festival non è il più bello della sua carriera, ma di sicuro su quel palco nel corso degli anni è passato molto di peggio.

Irene Grandi: a mio parere una bellissima canzone: emotiva, cruda e malinconica. Un arrangiamento scevro dei guizzi elettronici dell’ultima Irene, ma gravido di dolcezza e profondità. Un ottimo ritorno per un’artista vera e concreta.

Lorenzo Fragola: un pezzo pop che funziona per un artista che può diventare una nuova icona pop italiana. Si sentono le mani di Cogliati nell’arrangiamento e di Fedez nel testo. Credo che questo ragazzo farà grandi cose in futuro.

Bianca Atzei: Romantica, Tenera, Leale…

Moreno: Moreno è un rapper che viene da un talent, ma attenzione è un rapper, non un ragazzino a cui, in un anno di Amici, è stato insegnato a rappare (basta cercare la sua partecipazione a “tecniche perfette” sul tubo per capire di cosa sto parlando). Sta portando avanti uno stile musicale  in cui la musica pop si fonde col rap, a mio parere dal suo disco di esordio traspare un’evoluzione stilistica, artistica e lirica. A Sanremo mi è piaciuto anche se sono certo che ha cantato brani più adatti a quel palco nella sua carriera (ad esempio la hit “Sempre sarai”).

Gianluca Grignani: non dimenticherò mai quel “vota la voce” ad Arezzo che ha segnato la mia preadolescenza, in cui lui e Vasco (inspiegabilmente vestito con un giubbottone verde da cercatore di funghi) ne combinarono di cotte e di crude durante i fuori onda e non solo, mentre un Red Ronnie ed una Parietti sbigottiti cercavano di fare tornare la situazione a livelli umanamente dignitosi. Ne è passato di tempo da quel lontano evento degli anni novanta. Grignani ogni tanto ne combina una delle sue, ma continua a scrivere belle canzoni, quella di questo Sanremo non sarà la più bella della sua carriera ma su quel palco non stona.

Grazia di Michele e Mauro Coruzzi: ed è subito Broadway. Di certo raffinati e ricercati. Di certo non banali. Ma la mia domanda è: -perché scegliere loro in un festival dall’impronta nazionalpopolare e di massa?-
Per carità, bravissimi e densi di significato, ma non è come avere in gara Paolo Conte, non mi vendete per oro l’argento, grazie.

Nesli: non è facile scrollarsi dalle spalle l’etichetta di “fratello di Fabri Fibra”, non è facile passare dal rap alla canzone cantata, dove occorre avere un’intonazione, un’estensione, una respirazione adeguata. Non è facile scrivere canzoni canoniche dopo anni passati tra barrè e beat.
Nesli ci sta riuscendo e questo Sanremo ne è la conferma.

Insomma, un bel festival.
Una bella festa che una volta finita darà i suoi frutti per alcuni e tanta malinconia per altri.

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