Quando nel maggio del 2014 sono arrivato a Londra per lasciarla subito e dirigermi in macchina verso il Cambridgeshire dove, in un teatro di Saint Ives, Nigel Farage avrebbe tenuto l’ultimo comizio di un lungo tour elettorale che lo aveva portato in giro per tutta la Gran Bretagna, le spinte euroscettiche avevano iniziato a farsi sentire sul serio. La maggior parte degli opinionisti radical chic e degli analisti vicini all’establishment cercava invano di far passare questa ondata, che ancora oggi travolge l’Unione europea delle élite, come bieco populismo che dal basso veniva e lì sarebbe rimasto. Eppure chiunque avesse battuto le campagne inglesi in quei mesi avrebbe subito capito che la Brexit non solo era imminente ma che prima o poi sarebbe stata realtà. Nonostante le bieche campagne degli ultrà europeisti.

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Oggi il cerchio si chiude. Incassata una vittoria schiacciante, che ora gli garantisce 365 seggi alla Camera dei Comuni, Boris Johnson si prepara a realizzare il sogno di Farage e di tutti quegli inglesi che non vogliono più avere niente a che fare con i burocrati di Bruxelles. La promessa è di portare a termine la Brexit il 31 gennaio dell’anno prossimo. “Chiedo a tutti di voltare pagina e iniziare a curare le ferite, dopo oltre tre anni di dolore dal referendum del 2016 in cui si è deciso per la Brexit”, ha dichiarato il leader dei Tory spiegando che dietro questo risultato netto c’è una “decisione inconfutabile, irresistibile e incontestabile”. Da quel 23 giugno, quando il partito del “leave” ha vinto con il 51,89% delle preferenze, i media hanno provato a venderci in tutti i modi la favola degli inglesi che si erano “ricreduti”, che avevano capito di aver preso un abbaglio e che volevano rimanere ancorati al carrozzone europeo. Tutte balle. Sono stati consumati studi, articoli e report per dire che l’addio all’Unione europea avrebbe messo in ginocchio la Gran Bretagna. Gli hanno sventolato in faccia le utopie dei ragazzi Erasmus e hanno nascosto regole, clausole e balzelli dietro alla favola del mercato unico. Gli inglesi non hanno voluto dargli retta: hanno tirato dritto per la loro strada e, a distanza di tre anni e mezzo, in un giovedì piovoso di metà dicembre, hanno votato Tory per ribadire il proprio “no” all’Unione europea. Liberi fino in fondo a non farsi dettare la propria agenda da Bruxelles. Anche se questo dovesse costargli economicamente.

Nel 2014, quando l’ho intervistato davanti a due boccali di birra appena presi al bar, Farage ha subito voluto mettere in chiaro di non essere anti europeista come, invece, i media lo hanno sempre dipinto. “Noi amiamo l’Europa formata da Nazioni differenti, con lingue differenti e culture differenti. Non amiamo, invece, l’Unione europea che altro non è che un’organizzazione criminale”. Più o meno le stesse parole me le aveva dette Matteo Salvini qualche settimana prima quando lo avevo incontrato nel quartier generale del Carroccio in via Bellerio, a Milano. Il reportage nell’Inghilterra euroscettica faceva, infatti, parte di un’inchiesta più ampia dal titolo Europa ribelle che, insieme a Gian Micalessin, avevo intrapreso per raccontare questo ribollire d’odio nei confronti di Bruxelles. Da allora la Lega si è ammorbidita. Non si parla più di Italexit, tanto per intenderci. Ma la battaglia contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), con cui il premier Giuseppe Conte ha svenduto l’Italia alle cancellerie europee, ci dice che non morirà mai europeista e che continuerà a combattere per cercare di cambiare la Ue.  A differenza degli inglesi, a cui viene accordato il diritto di votare quando un governo va gambe all’aria, nel nostro Paese la strada verso le elezioni è ancora lunga e lastricata di sgambetti.

La vittoria di Johnson segna un altro punto per i partiti eurocritici che lottano per rimettere al centro il bene per il proprio Paese. Non a caso lo slogan che ha contraddistinto tutta la sua campagna elettorale è stato “Get Brexit Done”. Uno slogan che, non so perché, mi suona come il “Make America great again” di Donald Trump. E proprio il tycoon vede nella vittoria di Boris “un segno di ciò che verrà” in America alla fine dell’anno prossimo. Già nel 2016 gli elettori britannici avevano sfidato l’establishment sostenendo la Brexit poco prima che gli elettori americani mandassero Trump alla Casa Bianca preferendolo alla “favorita” Hillary Clinton. Tutto questo rientra nel quadro di un mondo che, ormai da anni, sta lentamente cambiando e che i vertici dell’Europa radical chic non riescono a capire. Finché considereranno il sovranismo come un fattore “di pancia”, continueranno a sottovalutare la realtà che è sotto gli occhi di tutti ma non sotto in loro.

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