Sorride Luigi Di Maio. Fa cheese guardando il cellulare e sorride scattando il selfie. Non è da solo. “Una bella serata in compagnia di Andrea Scanzi e tanti altri amici a San Gavino in Sardegna – scrive sui social il ministro degli Esteri – ho avuto il piacere di assistere al suo spettacolo come sempre geniale e diretto, ve lo consiglio. Buona serata a tutti”. Dietro di lui, in mezzo all’allegra combriccola, c’è anche il giornalista del Fatto Quotidiano. Tutti belli assembrati. Senza mascherina, ovviamente. “La legge vale solo per gli altri?”, gli fanno notare. Io non sono certo un talebano delle misure anti Covid ma, se per mesi ci fai una testa tanta con l’obbligo della mascherina, il minimo è che tu dia il buon esempio. Tanto più se l’azionista di maggioranza del governo che ha imposto quelle regole.

Ormai lo sappiamo, i grillini sono allergici alle regole. O, perlomeno, le ribaltano a loro uso e consumo. Lo dimostra, per esempio, l’ultima piroetta sul doppio mandato, una regola assurda che si era dato il Movimento 5 Stelle ai tempi dei Vaffa Day per contrastare i “politici di professione”. Ebbene, questo vincolo non varrà per Virginia Raggi che nelle scorse ore ha fatto sapere che correrà nuovamente come sindaco di Roma. Sarebbe il terzo mandato, ma se ne infischia. E non lo fa soltanto lei. Beppe Grillo la sostiene. L’ha persino incoraggiata con un romanesco “daje!”. Anche Di Maio è al suo fianco – probabilmente perché, guardando al suo futuro, non vuole cader vittima di questo cavillo. Eppure il 31 dicembre del 2018 diceva: “La regola dei due mandati non è mai stata messa in discussione e non si tocca. Né quest’anno, né il prossimo, né mai. Questo è certo come l’alternanza delle stagioni e come il fatto che certi giornalisti continueranno a mentire scrivendo il contrario”. Già. Lo strappo ha scatenato malcontento tra la base dura e pura, ma non è certo la prima volta in cui i pentastellati rinnegano loro stessi. La storia del movimento è costellata da deroghe alle regole. Prendete le alleanze con altri partiti: ci sono passati sopra a tal punto da essere riusciti a stringere accordi quasi con tutti.

Le regole ci sono e talvolta vanno pure infrante. Ma è il moralismo che guasta. Perché le regole devono essere rispettate solo dagli altri? Lo “scandalo” del bonus Covid preso da un manipolo di politici la dice lunga su come i grillini siano sempre pronti a salire in cattedra e puntare il dito. Va detto subito per sgombrare ogni dubbio che, al di là delle motivazioni addotte, i “furbetti” non avrebbero dovuto fare richiesta dei 600 euro. È una questione di opportunità. Resta, tuttavia, il fatto che non hanno fatto nulla di illegale: moralmente inaccettabile, ma non hanno calpestato alcuna legge. A guardar bene, poi, la legge che stabilisce chi può prendere il bonus l’ha scritta lo stesso governo di cui Di Maio fa parte. Quest’ultimo, anziché ammettere l’errore, sta cavalcando la polemica in una crociata che sta generando non pochi sospetti. A che titolo, per esempio, l’Inps ha redatto la lista dei furbetti se questi non hanno infranto alcuna legge? Come mai quei nomi sono finiti nelle mani di Italia Viva? E perché ora e non tre mesi fa quando sono venuti a galla? E già che ci siamo ci spieghino anche perché non sono ancora arrivati i soldi ai cassaintegrati…

Probabilmente non avremo mai le risposte a tutte queste domande. Ancora una volta, però, appare chiaro il ruolo di Di Maio e compagni: loro, che sono sempre pronti a “riscrivere” le regole quando gli fa comodo, non perdono mai occasione per moralizzare il Paese e gli italiani.

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