A distanza di mesi da quando ho scritto Il libro nero sul coronavirus (Historica Edizioni) con Giuseppe De Lorenzo, ancora troppe domande restano senza risposta. Risulta innanzitutto impossibile ricostruire la catena epidemiologica che ha portato il Covid-19 a diffondersi tanto rapidamente in tutto il mondo. Allo stesso modo restano coperti da una coltre di mistero i grossolani errori che hanno portato ad accumulare ritardi su ritardi nella gestione dell’emergenza sanitaria. Tornando però indietro al 26 dicembre 2019, quando i medici cinesi si sono accorti delle prime “polmoniti di origine sconosciuta”, una certezza si corrobora: al netto dei silenzi della Cina e dei sotterfugi politici dell’Oms, il mondo intero si è fatto cogliere completamente impreparato. E adesso che la seconda ondata sta esplodendo, dimostra di esserlo ancora.

Tra le tante incertezze che abbiamo analizzato nel lirbo, un punto fermo siamo riusciti a metterlo. L’epidemia è arrivata in Europa molto prima di quanto sia stato comunicato al pubblico. Non lo ha fatto, per esempio, la Germania quando ha deciso di non portare in sede europea l’esistenza di un focolaio alle porte di Monaco. Nel frattempo gli infetti se ne andavano al mare delle Canarie o sulle piste da sci austriache. D’altra parte anche quando l’Italia era in ginocchio con le terapie intensive al collasso e il numero dei morti che continuava a crescere, nessuno a Bruxelles ha mosso un dito per aiutarci. Gli egoismi degli Stati europei sulle forniture dei materiali sanitari hanno mostrato, ancora una volta, la fragilità dell’Unione europea. E noi siamo trovati soli. Sicuramente il governo Conte ha dovuto gestire una situazione più grande di sé. Pd e Cinque Stelle non erano pronti a farlo. E così gli errori si sono sprecati. La mancanza di umiltà ha trasformato decisioni, che andavano prese per il bene del Paese, in una dialettica politica inutile.

Io e Giuseppe abbiamo ripercorso il dramma di quei giorni mentre ci trovavamo ancora in lockdown. Abbiamo sentito prima di tutto chi era impegnato in prima linea, negli ospedali, a sconfiggere il coronavirus. Poi ci siamo fatti raccontare da chi ha visto la morte in faccia il dramma di un’epidemia che non credevamo possibile. Infine abbiamo analizzato le principali tappe che hanno portato Conte a chiuderci, a poco a poco, in casa. È sul primo mese di pandemia in Italia che si concentra il nostro libro. Emerge un quadro a dir poco drammatico. Quando il Covid-19 ha lanciato il suo attacco all’Italia, il governo era impegnato a guardare altrove. Sin dall’inizio sono apparsi evidenti i limiti nella capacità di analisi, le debolezze del sistema sanitario e le fragilità del sistema economico. Nei mesi scorsi abbiamo sperato che i giallorossi avessero fatto tesoro dei propri errori. Purtroppo, guardando i pasticci che hanno accompagnato la stesura dell’ultimo Dpcm, appare evidente che così non è. E questo non ci fa certo ben sperare per il futuro.

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