Questo è il secolo dell’egoismo esteriore psicologico, di quel desiderio di dare un senso alla vita cercando di rendere immortali, pensieri, idee, cultura, tradizioni e di tramandare il proprio nome e gesta ai posteri. In una parola è il secolo dei memi, delle unità culturali di memoria che, similmente ai geni o ai byte, si trasmettono da un cervello all’altro, da una società all’altra, da una generazione all’altra.

È uno dei principali egoismi che ci distingue dagli animali e che ci ha fatto compiere le imprese più incredibili pur di far sopravvivere la nostra memoria, ma se nei millenni passati abbiamo più agito che parlato, più combattuto che promesso, più fatto che raccontato, oggi abbiamo affidato tutto alla comunicazione, senza aver ancora ben chiari i rischi che comporta.

La rivoluzione digitale ci ha cambiati radicalmente, da un lato donandoci capacità meravigliose e potenzialità enormi, ma dall’altro lato, come ogni rivoluzione, ancora non ha trovato il suo giusto equilibrio lasciandoci alla deriva di una presunzione di conoscenza.

Abbiamo apparentemente accesso a tutte le informazioni, possiamo trasmettere qualsiasi idea ci passi per la testa ad un pubblico pressoché infinito. La comunicazione non è più in mano a pochi media, scrittori o artisti e questo ci illude di poter essere tutti ugualmente ascoltati, di poter diventare immortali come Dante con una frase, un aforisma, un’immagine, una battuta ironica, solo basandoci sul numero di condivisioni o like.

Non è un caso allora se il mercato più redditizio sia quello dei colossi del web. Se Google ci ha permesso di avere accesso a tutte le informazioni del mondo, Facebook e Twitter ci hanno consentito di far sapere al resto del mondo che esistiamo, che abbiamo pensieri da condividere.

È vero che grazie a internet può emergere la genialità dove meno te l’aspetti, fuori dai soliti paludati ed autoreferenziali circuiti, ed il web è uno dei pochi ambiti in cui il merito di menti sopraffine è premiato dalla popolarità, tra il serio ed il faceto. Ma è davvero tutto così facile? O non è piuttosto un’illusione?

Persi nell’oceano di informazioni, stiamo facendo indigestione di pesci perdendo la capacità di distinguere balene, squali, aragoste e ciabatte. Tutte le notizie riversateci addosso finiscono sullo stesso piano impedendoci di percepirne importanza, attendibilità ed autorevolezza solo perché acquisiscono autorità dalla viralità.

Il nostro cervello non è ancora pronto ad immagazzinare tante informazioni ed è inevitabile che la memoria sia insufficiente a gestirle se non rendendoci superficiali, incapaci di approfondire, di capire se davvero quell’informazione sia utile per il nostro benessere.

Più avanza l’era digitale, poi, più i memi per essere trasmessi devono diventare sintetici, siamo passati dai libri ai giornali on line, ai blog, ai post di Facebook per ridurci ai 140 caratteri di Twitter, senza comprendere che ogni informazione, ogni idea ha bisogno del suo giusto spazio per essere efficace e comprensibile.

Se per una battuta basta un tweet, per una risata basta un’immagine, un pensiero più articolato, soprattutto quelli che possono avere conseguenze enormi sulle nostre vite, non sempre può essere sintetizzato in 140 caratteri, perché la superficialità di una condivisione rischia di far perdere di vista la sostanza.

Ci si ferma al titolo della notizia, all’annuncio, e non si percepiscono gli effetti che potrebbero avere se non quando ormai è troppo tardi per rimediare.

E la politica non può, non deve, ridursi a un tweet perché i danni della superficialità li paghiamo noi.

Obama è stato il capostipite di questa era di politica apparente, gli è bastato uno yes-we-can per stravolgere gli USA e il mondo intero con una politica scellerata di cui pagheremo le conseguenze per decenni.

Nel nostro piccolo a noi è toccato Renzi, con i disegni di legge via tweet approvati in consiglio dei ministri e scritti a distanza di settimane, dopo ripensamenti, reazioni, compromessi, in barba ad ogni più elementare norma costituzionale e democratica.

Ebbene, con altrettanta superficialità gli italiani lo hanno osannato per il tempo di un retweet, salvo poi rendersi conto che la sostanza dei loro interessi veniva danneggiata dai provvedimenti reali che si guarda bene dal postare.

Ma ancora insistiamo, ancora diamo retta agli annunci, i suoi o di altri, senza renderci conto che seppellirci sotto una valanga di informazioni fa solo il gioco di chi non ci vuole davvero informati, perché l’ignoranza è la migliore alleata di chi cerca il potere senza voler passare per la democrazia.

E allora no, internet non va spento, può essere prezioso, indispensabile, ma solo se usato con giudizio, sapendo distinguere l’autorevolezza dalla viralità, evitando di perdere tempo e spazi di memoria per informazioni inutili e dannose.

E’ più difficile, bisogna avere le basi di una conoscenza reale, approfondendo, tornando sui libri se l’argomento è complesso, perché non tutto il sapere può entrare in 140 caratteri, soprattutto quello che ci aiuta davvero.

Tutto è cultura, ogni idea, ogni meme trasmissibile è potenzialmente immortale, ma la memoria umana attua una selezione spietata e non possiamo illuderci che non esista scambiando la popolarità con la vera grandiosità, dimenticando che Dante scriveva per 300 lettori.

Perché per l’immortalità dei memi non bastano migliaia di condivisioni, perché nel tempo di un retweet ci saranno altre immagini, altre battute, altre perle di saggezza, altri gattini che li faranno dimenticare.

Perché dopo 20 anni di utilizzo massivo di internet, diciamoci la verità, ancora non siamo in grado di rispondere alla domanda di Guzzanti all’aborigeno.

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