Un sedicenne compra e si prende dell’ecstasy, poi va al Cocoricò e muore. Fatto.

I giornali ne parlano e l’opinione pubblica si indigna. Emozione.

Il questore non trova lo spacciatore. Fatto.

Il questore chiude il Cocoricò. Fallimento.

Questa è la cronaca nuda e cruda, forse cinica, ma emblematica di uno Stato collettivista che fallisce in pieno ogni suo compito e certifica la sua impotenza con l’arroganza del potere.

Uno Stato che non è più di diritto, ma brancolante nel buio di una missione che nessuno gli ha dato, quella di privarci della libertà, anche di sbagliare e di farci del male, per renderci automi al suo servizio. Perché libertà e responsabilità personale sono due facce della stessa medaglia, dove ti privano di una non possono concepire l’altra ed allora i colpevoli sono sempre altrove, in chi non si sottomette.

Assumere ecstasy non è reato, per cui il ragazzo era libero di farsi del male ed è il primo responsabile della propria morte. Era minorenne, si obietta. E allora chi altro se non i genitori può essere corresponsabile? Non importa se sia un problema educativo, ma è un dato di fatto che chi ha la patria potestà debba vigilare su chi non si ritiene ancora in grado di decidere il meglio per sé. Dispiace, ma doveva restare un fatto privato, una famiglia doveva piangere in proprio la disgrazia, perché di questo si è trattato.

Ma lo Stato collettivista non può concepire il fatto privato, soprattutto quando diventa di dominio pubblico, perché non concepisce che meriti, torti o ragioni delle azioni individuali siano responsabilità dei singoli. Deve dimostrare che la società di automi che ha creato funziona, che grazie allo Stato siamo persone migliori, educate da scuole e istituzioni che ci rendono persone buone per decreto, che non fanno male né a se stesse né al prossimo.

Se qualcosa va storto, allora, la colpa non può essere del minore né della sua famiglia né dello Stato, ma di qualcuno che non si sottomette al sistema collettivista. Ed ecco che ti trovo il capro espiatorio: l’imprenditore che guadagna creando un luogo dove la gente si diverte.

Non importa se nessuna norma impone al gestore del Cocoricò di impedire ai clienti di assumere droghe, e sarebbe peraltro assurdo visto che assumere droghe non è reato. Non importa se i buttafuori non sono poliziotti e non hanno nessun potere di arrestare gli spacciatori, ma al limite, come peraltro fanno, di buttarli, appunto, fuori. Non importa se non avevano alcun obbligo né potere di fare nulla per impedire la tragedia. Non importa se ora rischiano il fallimento per una chiusura in piena stagione. Non importa se tutti quelli che ci lavorano finiscono in mezzo a una strada. Non importa se le forze dell’ordine possono, e dovrebbero semmai, entrare liberamente in borghese a controllare che non si commettano reati, ma evidentemente non l’hanno fatto. Non importa se la responsabilità di non essere in grado di impedire lo spaccio di droghe ricada sul questore e sulle autorità competenti.

Ciò che conta è che lo Stato, attraverso proprio quel questore, trovi un colpevole che sia altro da sé, che sia un soggetto libero, che sia un imprenditore, che sia, orrore, uno che guadagna sul mercato lavorando e dando lavoro, fuori dagli schemi collettivisti che certo mai e poi mai avrebbero permesso in una discoteca di Stato di far assumere droghe ad un sedicenne.

E la vicenda è emblematica anche perché certifica inequivocabilmente il fallimento dello Stato di diritto, proprio perché va ad applicare una norma ormai in disuso del 1931, e la data è significativa, per cui un questore può sospendere la licenza di un locale perché lui solo ritiene che costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini.

Qui siamo persino oltre la legge, oltre la burocrazia, qui siamo alla percezione del singolo burocrate che il locale sia un luogo di perdizione, invocando persino la pornografia delle cubiste.

Ed eccovi servito il fallimento dello Stato di diritto. Eccovi calpestata una delle poche norme buone della Costituzione che impedisce di punire chicchessia in assenza di una legge. Nessuna norma è stata violata, nessun obbligo non è stato rispettato, ma io Stato, incapace di far rispettare le leggi che vietano lo spaccio, impossibilitato ad accettare che un individuo non sia un automa e sia libero di farsi del male, ti punisco, ti distruggo l’attività, perché a qualcuno la colpa la dovrò pur dare.

E quel che mi rattrista di più, poi, è leggere la reazione dei genitori del ragazzo, contenti del provvedimento perché così giustizia è stata fatta, perché “hanno tanta rabbia dentro che rivolgono quasi più verso il locale che nei confronti dello spacciatore”. Perché pure loro sono forse incapaci di rivolgerla verso se stessi e verso il loro figlio? Perché forse davvero sono convinti che lo Stato collettivista, se avesse funzionato, li avrebbe protetti da questa perdita? Perché davvero non hanno idea di cosa significhi responsabilità individuale?

Poteva poi mancare l’indagine della guardia di finanza per evasione fiscale? Certo che no.

E dagli all’untore. Il capro espiatorio è trovato, l’opinione pubblica va serena in vacanza ché lo Stato ha risolto il problema, i loro figli sono al sicuro e via tutti al mare contenti. Fino alla prossima tragedia.

 

 

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