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Ciao, il mio nome è Barbara e da 14 mesi non controllo l’ultimo accesso su Whatsapp.

Non è stato facile all’inizio, prima ho provato a contingentarmi gli accessi, dandomi degli orari minimi, ma tendevo a ricascarci. Ogni scusa è buona, basta un messaggio di mamma per rientrare in chat a dare una sbirciatina promettendoti che sarà l’ultima, ma non era così, erano solo bugie che mi raccontavo.

La disintossicazione dall’ansia ha bisogno di una terapia d’urto: account/privacy/ultimo accesso/nessuno. Finalmente libera, emancipata, una sensazione bellissima. Ascoltavo sorridente i racconti di amiche distrutte da un ultimo accesso alle 3.39 (il disgraziato mi ha giurato che andava solo al calcetto), di amici che facevano scenate di gelosia apocalittiche per un ritardo di risposta superiore al minuto e mezzo (perché ti ho visto che eri online, maledetta, con chi stavi chattando?), e mi sentivo serena e libera nel mio non voler sapere.

Finché un anno fa è arrivata la malefica spunta blu. Infami! Si vede che il roscio gode a farci litigare, l’ansia aumenta gli accessi e lui se la ride, perché non si poteva eliminare, come su Facebook, era inevitabile sapere che il maleducato aveva letto, ma non si decideva a rispondere.

Come sono cambiati i rapporti umani ed i corteggiamenti da quando hanno inventato questi diabolici programmi. Asociali, altro che social network.

Già gli sms avevano modificato le abitudini, ma ci davano più libertà, anziché togliercela. Ci liberavano dal dovere di rispondere al telefono, si poteva ricevere un sms, leggerlo e prendersi il tempo di replicare, addirittura far finta di averlo ricevuto in ritardo o che si fosse perso nell’etere. La tecnologia ancora ci aiutava perché, per il 90% dei casi era una innocua bugia, ma poteva rimanere il dubbio perché capitava ancora a tutti.

Poi arriva Whatsapp e il mondo degli accoppiamenti cambia radicalmente, nasce tutta una filosofia di corteggiamento basato sull’ansia, anziché sulle attenzioni reciproche. Siamo diventati schiavi del controllo ossessivo-compulsivo, invochiamo la privacy a sproposito, ma siamo i primi a pretendere di sapere, sapere sempre quel che accade, illudendoci che il controllo possa salvarci dalle nostre insicurezze.

Nasce il mito che in amor vince chi visualizza e non risponde. Presumo nato tra adolescenti confusi, perché è di un infantile incredibile. È la fine. C’è una vera e propria letteratura sull’argomento, battute, post, screenshot con gli orari da campionato mondiale della cafonaggine.

Ragazzini, sia adulti che giovani, che ne fanno una vera filosofia di approccio. Chiedono il numero, gettano l’amo “ciao, come stai?” e poi al “bene, grazie. E tu?” partono di cronometro e interrompono le comunicazioni, che una giustamente si preoccupa perché si immagina che stessero attraversando la strada col telefono in mano e siano stati messi sotto. Ovvio che scatti l’impulso a guardare l’ultimo accesso, se dopo 2 ore si è connesso e continua a non rispondere o è il medico che gli ha preso il telefono e sta avvisando i familiari o è un idiota.

Ma niente, non mollano la presa, se per puro impulso da crocerossina ti azzardi a chiedergli se sono ancora vivi sono convinti di averti già conquistata ed allora si degnano di mandarti una perla di saggezza formato emoticon. Pensi sia stato un contrattempo, gli concedi il beneficio del dubbio e rispondi. Errore madornale. Praticamente è come se gliel’avessi già data, la fiducia, e ricomincia il gioco scemo. Sta scrivendo, online, ultimo accesso.

So di alcuni che si mettono la sveglia alle 3 di notte, accedono giusto per far credere di avere una vita vera oltre lo schermo. Patetici. Sadici che se ti vedono online ti illudono con continui sta scrivendo, senza mai schiacciare un invio, solo per farti credere di avere quasi paura della profondità di quel che vorrebbero esprimere, il nulla.

Ne faccio a meno, grazie. Ora finalmente Whatsapp si è deciso a darti la possibilità di eliminare anche la spunta blu della notifica di lettura. Altra liberazione.

Non lo voglio sapere se hai letto e non rispondi, è un problema tuo. Non che non mi interessi, ma sono libera e voglio lasciare la libertà a chiunque altro, anche di dirmi una bugia. Non posso essere schiava del controllo, né del mio né degli altri su di me. Non mi presto al tuo gioco adolescenziale.

Non rispondo? Posso non aver sentito, essere in riunione, lavorare, non avere tempo, avere le mani occupate in attività più piacevoli, avere sonno, non avere fantasia, non avere nulla da dire, volermi prendere il tempo per pensare a cosa scrivere o magari proprio non mi va di rispondere perché non mi interessa conversare con chi non ha una vita reale oltre a quella virtuale.

I motivi possono essere i più vari, alcuni nobili, altri validi, altri così stupidi che preferisco davvero non saperli. Lo faccio per il vostro bene, credetemi.

Perché Whatsapp ha questo di positivo, applica la reciprocità che il Papa non si sogna di chiedere ai musulmani: vuoi la libertà di nascondere il tuo ultimo accesso? Allora non ti faccio vedere quello degli altri. Fantastico. La libertà senza la reciprocità è arbitrio.

E allora preferisco riprendermi la libertà di scegliere con chi avere a che fare, non in base alle teorie virtuali di qualche adolescente insicuro, ma in base alla vita reale. Già il corteggiamento umano aveva perso tutto il fascino dell’istinto animale che non mi sembra il caso di renderlo pure virtuale.

Siamo tutti riviste in un’edicola, ormai online nella vetrina per antonomasia che è diventata Facebook, e tutti ci mettiamo in mostra per soddisfare principalmente due egoismi, quello interiore psicologico, che può essere sia il mero piacere fisico del sesso che il raddoppio dei sensi dato dall’empatia dell’innamoramento, e quello esteriore che ci induce a voler trovare la persona adatta con cui fare dei figli e trasmettere i nostri geni.

Dimmi cosa mostri e ti dirò chi cerchi. C’è chi punta sulla vista e mostra un bel paginone centrale da una botta e via, e quello otterrà. C’è chi punta sulla testata, il potere, e cerca vallette sottomesse di cui contornarsi per far credere di essere un capobranco. C’è chi mostra la cultura, chi la bontà d’animo, chi la compassione, chi l’animo poetico, chi la simpatia, chi la ricchezza, chi un finto pauperismo, chi un impegno sociale, che si esaurisce per lo più in un “mi piace”, ma quel che sono davvero non lo puoi capire solo dalla copertina, dalle immagini del profilo né dai gattini che condividono.

È nella vita reale, quotidiana, che capisci se una copertina attraente serviva solo a far comprare una rivista priva di contenuti oppure se una, apparentemente anonima e riservata, nascondeva un giornale pieno di articoli interessanti che non smetteresti mai di rileggere.

E allora un visualizza e non risponde già dice troppo di quella rivista, già svela una mancanza di educazione e di rispetto da cui non puoi certo aspettarti nulla più di un egocentrico serial killer della conquista virtuale.

Ecco perché mi sento più libera nel non conoscere il tuo ultimo accesso online, preferisco lasciarti la libertà di farmi vedere come accedi alla mia vita reale.

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