Non mi scandalizzo perché ci sono 10.000 posti per entrare nelle Università di medicina e 50.000 candidati non potranno iscriversi, ma perché le altre università, ben più inutili e a nostre spese, non adottano il numero chiuso.

Quelli che si scandalizzano, d’altronde, sono gli stessi che si lamentano della fuga di cervelli all’estero. Se non c’è lavoro in Italia non ha senso né illuderli né spendere per istruirli, semmai.

Già oggi i laureati in medicina, in media poco più della metà di quei 10.000, hanno prima enormi difficoltà ad entrare nei corsi di specializzazione, sempre a nostre spese, e poi di trovare lavoro negli ospedali pubblici, ancora a nostre spese, e nelle strutture private, a nostre spese comunque quando per disperazione da lista d’attesa dobbiamo sceglierle.

Il che significa che già oggi spendiamo cifre enormi per formare medici che poi andranno lavorare all’estero. Dall’estero ringraziano sentitamente per la nostra bontà d’animo, ma ridono per la nostra fesseria.

E magari il problema fosse solo medicina, perché di medici volendo se ne potrebbero far studiare pure di più se la mostruosa spesa per la sanità fosse più razionalizzata, così come quella per l’istruzione in genere. Per la maggior parte delle altre università la situazione dei laureati illusi, infatti, è anche peggiore perché non sanno che farsene neppure all’estero.

Il problema è, quindi, che di miliardi ne buttiamo ancora di più per mantenere università e scuole pubbliche non buone, ma fatte ad immagine e somiglianza dei docenti e non dei discenti, il tutto in quella logica cattocomunista tutta italiana di creare parassiti, anziché professionisti, che costituiscono il bacino elettorale ideale di qualsiasi politico che applica a modo suo una logica tipica del marketing: prima crei il bisogno e poi ti conquisti un cliente fedele a vita.

Anziché creare laureati disoccupati bisognosi, è bene chiedersi invece di quali laureati da occupare abbiamo bisogno.

 

Tag: , , , ,