Mi diverte e al tempo stesso mi sconvolge l’indignazione a comando della Rete. In questo mondo interconnesso non c’è giorno senza una notizia trasformata in una valanga di post, battute, articolesse, memi condivisi all’infinito in cui gli indignati da tastiera esprimono tutta la loro rabbia per chi abbia osato violare la morale virtuale.

Perché virtuale? Perché per lo più non è ragionata, purtroppo, non è coerente, non si basa su princìpi e valori, ma sulla mera rabbia repressa, troppo spesso sull’invidia.

Ed è un peccato, perché i bersagliati meritano tutto il disprezzo che ricevono, ma non da chi non ha neppure l’intelligenza di capire l’incoerenza delle posizioni che assume per casi simili che dovrebbero ricevere la stessa dose di indignazione.

In questi giorni vanno di moda vescovi e cardinali che utilizzano i soldi della beneficenza per farsi gli attici ed i festini. Giusto insultarli, ci mancherebbe, non si fa, è moralmente abominevole, ma siamo sicuri che siano solo loro a sprecare i soldi altrui?

Perché la base del problema sta tutta in quell’”altrui”. E che dire allora delle varie onlus, cooperative, comunità, organizzazioni delle nazioni unite (la minuscola è voluta)?

La beneficenza è diventato un business che smuove miliardi “altrui” nel mondo e solo un’infinitesima parte di questi soldi va effettivamente ad aiutare le persone a cui di facciata sarebbero destinate le risorse raccolte. O è forse meno riprovevole che questi soldi servano per lo più a pagare gli stipendi, i viaggi, le spese, gli eventi di una pletora di presunti operatori del bene che pensano soprattutto al proprio? E’ forse moralmente giusto che dei famigerati 35 euri all’immigrato ne vadano 2,5 al giorno? O non è altro che l’ennesimo lauto affare per i soliti amici di chi prende quei soldi dalle tasche di contribuenti o dei benefattori, non per aiutare chi ne avrebbe bisogno, ma solo per sfruttare la morale virtuale?

È un sistema nato per nobili motivi, ma ormai moralmente inquinato dall’inevitabile avidità di chi lo gestisce. Ed il motivo è molto semplice: i soldi sono “altrui” rispetto a chi li spende. Dai in mano a chiunque denaro che non si è guadagnato lavorando o che non deve restituire e lo sprecherà, lo userà per se stesso o i suoi amici. Matematico: lo sperpero di denaro è inversamente proporzionale alla fatica fatta per guadagnarlo.

Se poi a questo sommi l’assenza di responsabilità per la gestione efficiente di quel denaro e la totale assenza di rischio imprenditoriale, ecco che avrai la pubblica amministrazione. E ancora c’è qualcuno che pretende i servizi pubblici “gratuiti”, quando ormai dovrebbe essere evidente anche alle zecche che quello che alcuni chiamano gratis i lavoratori veri lo chiamano tasse.

Il meccanismo di base è sempre lo stesso ed è anche il motivo per cui non potrà mai funzionare un’economia, che la chiami keynesiana o sociale poco cambia, basata sui presunti soldi pubblici, semplicemente perché i soldi pubblici non esistono, sono solo “altrui” in mano a degli irresponsabili che li gestiscono senza averli guadagnati e senza rischiare nulla se l’azienda pubblica va in perdita.

Che questi soldi siano stati sottratti d’imperio con le tasse o con l’inganno della beneficenza, il risultato non cambia.

Perché il denaro non è altro che l’espressione tangibile dell’apprezzamento per ciò che diamo in cambio a chi ce lo dà. Che sia un bene che vendiamo o un servizio che forniamo, è frutto di uno scambio con una parte del nostro patrimonio di beni, risorse, fatica e tempo. Per questo chi si guadagna onestamente quel denaro, sa bene a cosa ha dovuto rinunciare per ottenerlo e gli dà il valore che merita nella propria personale scala delle priorità. Per questo lo utilizzerà per soddisfare i suoi egoismi, per darsi piacere e nessuno ha il diritto di mettere becco nel modo in cui lo spende, anche se si tratta di un attico faraonico, perché nessuno ha diritto di giudicare i suoi gusti.

Troppo spesso, invece, quegli stessi indignati virtuali non sono altro che invidiosi che equiparano i guadagni leciti di un lavoratore a quelli di un lestofante che usa soldi “altrui”. E guarda caso quegli invidiosi sono gli stessi che pretendono servizi pubblici gratuiti per ogni cosa, dalla sanità all’università fuori corso, reddito di cittadinanza, un posto pubblico, pensioni retributive, e danno il loro voto di scambio al lestofante che glieli promette.

E invece quello resta un lestofante sia che li abbia distratti dalla destinazione ufficiale per farsi un attico, sia che li abbia sottratti a chi li ha guadagnati con tasse esorbitanti, attuali o future aumentando il debito pubblico, e li usi per fornire presunti servizi pubblici non richiesti pagandoli 5 volte il valore di mercato, soffocare i cittadini di burocrazia, mantenere una macchina amministrativa fatta di inutili parassiti raccomandati o fannulloni, finanziare opere e manifestazioni inutili, assumere mogli e amici di amici ovunque capiti, e tutto questo senza neppure essere in grado di garantire quel minimo di servizi essenziali di giustizia e difesa per farci vivere tranquilli.

Sì, anche nel nostro attico, se ci va di comprarlo con i soldi che ci siamo guadagnati lavorando, almeno noi.

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