L’idrovora statale non la vuole smettere di drenare risorse, non le basta succhiare il 65% dei profitti alle aziende italiane, ne vuole sempre di più e pazienza se sta distruggendo l’economia italiana, deve allattare la sua schiera di parassiti, non lo vuole capire che ai produttivi non resta più nulla da farsi mungere.
Non stupisce, quindi, leggere i dati sul passivo complessivo delle imprese fallite, pari a oltre 25 miliardi, da cui emerge che circa 10 miliardi sono debiti verso lo Stato, pari al 39%, solo il 3% è dovuto ai dipendenti, mentre il resto sono debiti verso banche e fornitori. Non ci vuole un genio per capire che, se non avessero un carico fiscale così alto, tante imprese non fallirebbero, potrebbero pagare i fornitori, evitando che falliscano a loro volta, non licenzierebbero i dipendenti, farebbero girare l’economia. Il colmo poi è che alla fine chi ci guadagnerebbe sarebbe proprio lo Stato, aumentando il PIL e quindi le entrate, se solo imparasse il vecchio detto che chi troppo vuole nulla stringe. Tant’è vero che, di tutti questi debiti per cui si insinua al passivo delle imprese fallite, lo Stato, malgrado l’ingiusto privilegio, ne recupera circa l’1,6%. Quindi per pretendere 10 miliardi fa fallire le imprese e ne recupera al massimo 160 milioni. Lo capisce pure il contadino dello Yorkshire che qualcosa non torna.
Ma lo Stato no, non ci arriva, e che ti inventa? L’allerta per stato di crisi così, per quella profezia che si auto-avvera, chi è in momentanea difficoltà finirà ancora più rapidamente in fallimento.
È, infatti, all’esame della Camera un disegno di legge delega presentato dai ministri Orlando e Guidi, quel genio prestato alla politica da Confindustria, sulla riforma complessiva del fallimento e delle procedure concorsuali, che contiene tra le altre chicche questa bomba a orologeria.
Piccolo inciso: già che si discute di riforma della Costituzione e di potere esecutivo che si appropria impunemente del potere legislativo, con tutti i pericoli per la democrazia che ciò comporta, che due membri del governo scrivano e presentino al parlamento un disegno di legge – per dare al governo, di cui fanno parte, la delega per scrivere un decreto legislativo – è un abominio costituzionale da far ribaltare nella tomba Montesquieu, ma tant’è.
Venendo alla genialata, si prospetta di creare questa nuova macchinosa procedura. Nasce il concetto giuridico di “stato di crisi”, che dovrebbe sorgere in caso di “probabilità di insolvenza”, ossia probabilità di non riuscire a soddisfare regolarmente i creditori. Quanto probabile? Tanto? Poco? Il giusto? Basta un ritardo? Una crisi di liquidità? Problemi finanziari? Crisi patrimoniale? Non si sa perché è ancora tutto da definire, ma già la delega preoccupa per l’ampiezza e la discrezionalità insite nella non-definizione.
Una volta che si prospetta questo indefinito stato di crisi, chiunque, ci si augura che almeno sia un creditore, può segnalarla agli Organismi di composizione della crisi (OCC), anomali enti tra il privato e il pubblico nati per aiutare i debitori privati a ristrutturare il debito in caso di sovraindebitamento, a cui oggi verrebbe estesa la competenza anche in materia di società e imprese, e che dovrebbero quindi intervenire a gamba tesa in soccorso dell’imprenditore in crisi. Suo malgrado.
L’obiettivo ufficiale di tanta solerzia non richiesta dovrebbe essere quello di aiutare i poveri imprenditori a ristrutturare il debito per uscire dalla crisi, perché a quanto pare non se ne accorgono da soli di essere in difficoltà, si vergognano e allora insistono a lavorare sperando che arrivino tempi migliori, ma poi, visto che non sono capaci a fare soldi, falliscono. E allora, per evitare il fallimento, hanno pensato bene di appioppargli un professionista che gli spieghi come si fa impresa e come si pagano i creditori, scelto guarda caso all’interno dello stesso OCC, ma non ci sono conflitti di interessi, tranquilli.
Questa procedura si dice debba essere riservata e confidenziale ed il motivo è facilmente intuibile. Già oggi basta una segnalazione di troppo in centrale rischi per distruggere un’azienda, figuriamoci se si viene a sapere che è in stato di crisi, gli avvoltoi delle banche non ci metterebbero nulla a chiedere il rientro, i fornitori smetterebbero di lavorarci e il fallimento sarebbe assicurato, proprio per quella profezia che si auto-avvera, soprattutto in un momento di crisi vera come quella che sta vivendo l’economia italiana.
Quindi, in teoria, questo amministratore di sostegno, di fatto un commissario, dovrebbe aiutare l’imprenditore a uscire dalla crisi. Peccato che, in pratica, per come è congegnato rischi di fargli fare il botto. Prima di tutto salta all’occhio la contraddizione in termini: se la procedura è riservata come diavolo gli viene in mente di dare al professionista dell’OCC l’incarico di “addivenire a una soluzione della crisi concordata tra il debitore e i creditori”? Come lo presenti? Dici che è tuo cugino che ti vuole dare una mano?
E non solo. La procedura non è affatto volontaria, ma imposta dall’OCC a cui viene dato un potere enorme.
L’OCC può fornire i dati raccolti in fase istruttoria, quella che doveva essere confidenziale, per utilizzarli nell’eventuale giudizio contro l’imprenditore. Se l’imprenditore non accetta supinamente la procedura e quanto gli viene imposto dal commissario rischia una condanna per bancarotta. Se li manda a stendere e non si presenta all’OCC tutte le volte che lo chiamano per ogni segnalazione ricevuta, oppure non esegue alla lettera quel che gli viene imposto, l’OCC lo spedisce in tribunale dove il giudice gli impone di fare quel che ha deciso il professionista-commissario e se non lo fa si becca una bella segnalazione sul registro imprese, così smette di lavorare una volta per tutte.
E questa sarebbe la procedura riservata, confidenziale e tutta tesa ad aiutare il povero imprenditore ad uscire dalla crisi? Così lo distruggi definitivamente e i fallimenti li aumenti anziché ridurli.
Ma non è finita, perché non ci vuole un’aquila per capire che così favorisci il ricatto dei creditori. Ogni volta che qualcuno ritarda il pagamento o magari si rifiuta legittimamente di pagare perché contesta l’inadempimento, già che siamo in uno Stato di rovescio anziché di diritto, non serve più andare in tribunale per cercare di ottenere il dovuto, aspettarne i tempi biblici. Basta andare a fare la segnalazione all’OCC e il gioco è fatto, o meglio basta minacciare di andare all’OCC ed ecco che legittimiamo l’estorsione.
Dulcis in fundo: lo Stato diventa il primo ricattatore, anzi è obbligato a ricattare l’imprenditore che osa non pagare le assurde tasse o i contributi. Agenzia delle entrate, Equitalia, Inps e compagnia bella hanno l’obbligo “a pena di inefficacia dei privilegi accordati ai crediti di cui sono titolari, di segnalare immediatamente”.
E’ il classico cane che si morde la coda. L’imprenditore strozzato dal 65% di total tax rate ritarda i pagamenti allo Stato, proprio per cercare di far sopravvivere l’impresa pagando dipendenti e fornitori, oltre alle banche che altrimenti gli chiedono il rientro. Lo Stato che fa? Anziché mettersi in coda e attivare le famigerate procedure di recupero che ben conosciamo, è obbligato a mandare a gambe all’aria l’imprenditore attivando la procedura di stato di crisi. L’imprenditore quindi, per evitare la segnalazione e il commissariamento, è costretto a pagare prima lo Stato, così non paga più dipendenti, fornitori e banche, e ovviamente chiude. Ottimo lavoro!
Come se non bastasse, visto che già oggi gli strozzini statali pretendono somme che poi si rivelano non dovute, grazie a questo ricatto impediranno ogni opposizione alle cartelle esattoriali.
Ma quando lo capiranno che è meglio che un imprenditore in crisi o fallito paghi, oltre ai dipendenti, prima di tutto i fornitori? Solo in questo modo il denaro è rimesso in circolo nell’economia reale e può essere produttivo per favorire la crescita e il lavoro.
L’assurdo è, invece, che lo Stato sia tra i principali creditori privilegiati. La follia è che in ogni fallimento si buttino i soldi nel calderone statale e che restino solo le briciole da dare ai fornitori, che così andranno a loro volta in crisi creando un effetto recessivo e fallimentare a catena. L’abominio è che nel disegno di legge addirittura si vogliano aumentare le garanzie con il pegno senza spossessamento e l’abolizione del patto commissorio, a tutto vantaggio delle banche, che già così la fanno da padrone razziando tutto il razziabile dall’attivo fallimentare recuperato.
Semmai, se davvero si volesse aiutare l’economia italiana ad uscire dalla recessione, di cui la prima causa è proprio l’oppressione statale, già che nella legge delega è prevista la riforma di anacronistici privilegi, l’unica cosa sensata da fare sarebbe proprio eliminare tutti i privilegi in favore dello Stato e dei vari enti pubblici, riportando davvero la par condicio creditorum per cui è stato inventato il fallimento.
Perché deve essere preferito lo Stato che quei soldi li butta in una spesa pubblica improduttiva? Perché il principale colpevole dei fallimenti in Italia deve prendere più dei fornitori e farli a loro volta fallire a catena? Perché non creare semmai un privilegio a favore dei subfornitori dell’indotto, che sono i primi a saltare quando fallisce il committente solitamente unico, affinché sia data loro la possibilità e il tempo di riconvertirsi? Perché continuare a favorire solo le banche inventandosi garanzie-capestro che non fanno altro che strozzare gli imprenditori?
Ma non vi preoccupate per l’economia italiana, perché la trovata più geniale per impedire il fallimento è quella di abolirlo. Proprio così. No, non intendono abolire la procedura, le imprese continueranno a chiudere, ci sarà sempre un curatore che svende i beni per fare cassa e pagare una miseria i creditori.
Semplicemente la neolingua ha pensato bene di cancellare la parola fallimento perché non è carina, non fa fine, implica vergogna per l’imprenditore che non ce l’ha fatta, non è politicamente corretta.
D’ora in poi il fallimento lo chiameremo “liquidazione giudiziale”. Tutto risolto.

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