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Agosto vuole leggerezza e, dopo un anno di notizie pesanti, niente di meglio che imbattersi in un personaggio come Gianluca Vacchi e osservarlo sui social in cui spopola.

Di per sé il soggetto non sarebbe degno di nota, se non fosse che mi ha colpito ciò che rappresenta in una società che ha da tempo invertito i suoi valori di riferimento, come dimostrano gli articoli e commenti che lo riguardano, che vanno dal disprezzo invidioso all’adorazione cieca. Entrambe posizioni sbagliate e regressive a mio parere.

Viene denigrato, infatti, perché ostenta il lusso in cui vive. Ed ecco l’errore principale della società che ha fatto della mediocrità politicamente corretta il suo valore primario e che ci sta portando alla regressione.

Non nego sia un cafone privo di classe, ma non dipende dalle barche, dagli orologi o dall’elicottero, quanto dalla mancanza di equilibrio tra egoismi che dimostra (cfr. In difesa dell’egoismo, Rubettino 2014). È evidente, infatti, la preponderanza dell’egoismo interiore psicologico, la soddisfazione dei desideri per dare piacere ai sensi, che il Vacchi ha curiosamente elevato a unica ragione per diventare famoso, tentando così di soddisfare anche quello esteriore psicologico dando immortalità al suo nome. Temo in modo effimero, ma tant’è.

Non dimentichiamo, però, che è grazie alla continua ricerca di questo benessere che nei millenni la nostra civiltà si è evoluta, ha creato arti e mestieri per soddisfare desideri sempre nuovi, ha fatto crescere l’economia, ha sviluppato il libero mercato che ha permesso di far uscire dalla povertà milioni di persone, altrimenti destinate ad essere schiave dei pochi possidenti terrieri o dei potenti di turno.

È dall’evoluzione di desideri sempre più raffinati e dell’abilità di soddisfarli dei creatori che è potuto emergere il lusso, la quintessenza del gusto, il prodotto riconosciuto migliore, più bello, di più pregiata qualità. È inevitabile che questi beni costino più dei mediocri. È ovvio che siano i più ambiti e pur di ottenerli, di appagare così i sensi, le persone siano disposte a spendere di più. Altrettanto inevitabile che non tutti se li possano permettere, però.

Ora, di fronte a un desiderio il singolo ha diverse alternative di reazione, che vanno dal furto fino alla negazione del desiderio, spesso derivante dall’invidia. La maggior parte degli esseri umani, tuttavia, ha imparato che il metodo più efficiente per appagare i desideri sia quello di lavorare .

Il bene di lusso diventa, allora, l’obiettivo a cui aspirare e che può indurci a impegnarci. Non importa se riusciamo a coronare il nostro desiderio o se ci accontentiamo di un bene di qualità inferiore, perché comunque ci saremo migliorati e con noi l’intera società. Se adoro gli abiti di Dolce&Gabbana, questo desiderio potrebbe indurmi a cercare un lavoro e così magari scoprire di avere una predisposizione per la falegnameria. Anche se non guadagnassi abbastanza, ma a sufficienza per comprarmi abiti leggermente inferiori sarei comunque soddisfatta e certo in una situazione migliore di una nullafacente, vestita di stracci, inutile a sé e agli altri.

Non è quindi dai desideri che si può valutare una persona, ma dai comportamenti conseguenti che attua per appagarli. Questa banale realtà è ciò che, invece, la società socialista, o politicamente corretta che dir si voglia, ha sempre voluto negare, mossa più dall’invidia degli inetti, usata per sottomettere i valenti, facendoli sentire colpevoli dei loro meritati successi, e indurli così ad accettare quel furto regressivo chiamato redistribuzione della ricchezza.

Perciò ritengo il pur ridicolo Vacchi, nella sua esaltazione del benessere, un modello migliore di un parassita come se ne vedono troppi in giro, a partire dal triste presidente in pettorina Di Maio. Non sarà certo il mio ideale, ma lo considero più utile alla società se induce così un giovane a darsi da fare, a superare i propri limiti per guadagnare a sufficienza per permettersi qualche lusso grazie ai meritati guadagni del suo lavoro produttivo, di quanto lo sia un grillino che vuole raggiungere il potere promettendo ai giovani di diventare parassiti grazie al reddito di cittadinanza.

Se, quindi, è sbagliato denigrarlo per il lusso in sé, allo stesso tempo ritengo che l’adorazione cieca di Vacchi sia sbagliata per un altro motivo. Pur non conoscendolo di persona, infatti, appare un prodotto fittizio di una società che si limita all’apparenza di breve periodo. Da quel che leggo non è poi un gran fenomeno di imprenditore, ha ottime entrate di famiglia, che certo non sono una colpa, ma sembra più ossessionato dal marketing di se stesso che dalla creazione di qualcosa di produttivo.

Sembra, insomma, ciò che definisco il tipico maschio Beta, la versione sperimentale del maschio Alpha, come un programma per pc buono solo ad attrarre investitori, è apparenza dove la versione Alpha è sostanza, sgargiante, carico di promesse, apparentemente funzionante, ma inevitabilmente destinato a bloccarsi quando le funzioni da svolgere si fanno più impegnative e complicate. E troppi ce ne sono come lui, purtroppo anche ai posti di comando.

Quando l’egoismo interiore psicologico ha la meglio sugli altri quattro, d’altronde, non può che trasformarsi in egocentrismo, di breve periodo per definizione, perché incapace di guardare oltre l’orizzonte temporale del piacere effimero e di costruire qualcosa di utile a se stesso e agli altri sul lungo periodo.

Allo stesso tempo, la mancanza di empatia tipica della superficialità e della scarsità di egoismo esteriore e sociale non può che far emergere uno spiccato individualismo, dannoso prima di tutto per lui.

Quando la fama è apparente, basata esclusivamente sull’opportunismo di chi ti circonda, anziché sulla sostanza di rapporti sociali basati sul rispetto, sull’aiuto reciproco e sulla stima per i reali meriti, è destinata a svanire con la stessa rapidità con cui un cerino attrae una falena e la vede volar via.

Quando una società come la nostra smette di premiare il merito, castra il talento, ostacola la libera impresa, sfrutta le persone produttive per avvantaggiare i parassiti e favorire così l’opportunismo come unica regola di vita, è purtroppo inevitabile che si regredisca all’individualismo e all’egocentrismo, dove i maschi Beta come Vacchi hanno la meglio e diventano famosi fino alla prossima moda.

Non è, quindi, il lusso in sé il problema, ma come ogni persona si comporta per ottenerlo, la sua reale sostanza, non l’apparenza, ciò che apporta alla società in cui vive, che la rende migliore, quella dignità del lavoro che le fa guadagnare sia il denaro che la meritata stima. Quella stima che ormai la nostra società elargisce alla persona più per ciò che appare o dice di politicamente corretto che per ciò che fa o che è realmente.

Per questo preferisco un altro esempio di lusso, mostrato ma non ostentato, in cui casualmente mi sono imbattuta in questi giorni su Facebook.

Osservate, se vi capita, il profilo di Antonio Della Gherardesca Montescudaio. Il cognome non ha bisogno di presentazioni e immagino faccia storcere il naso ai soliti pauperisti invidiosi, ma andate oltre. Troverete anche lì barche, orologi, ristoranti di lusso, di chi giustamente non si vergogna del suo benessere.

Neppure lui conosco, ma vedo già una differenza enorme nel saper coniugare il lusso con la concretezza di una persona che appare davvero solida e sicura di sé, che parla del suo lavoro con soddisfazione, ma senza ostentare successi effimeri. Leggerete una quantità incredibile di post con pensieri positivi, di bontà che non trascende nel finto buonismo, di ricerca di rapporti umani reali, fatti di sostanza, di sensibilità, di buona educazione, di attenzione per il prossimo, di avversione per la falsità e l’ipocrisia di cui inevitabilmente sarà circondato.

Certo, sono solo parole, non è detto che i comportamenti siano coerenti. Troppi se ne vedono di post melensi e banali usati per mero marketing, ma leggendo la sua bacheca non ho visto sbavature o cadute di stile che mi abbiano fatto cambiare idea o pensare che non creda veramente in ciò che scrive. D’altronde, istintivamente mi fido di più di chi è così sicuro di sé da non temere di mettere in mostra un po’ di pancetta da benessere rispetto a chi è terrorizzato dal pettorale calante o dal pelo sfuggito alla ceretta.

Ecco, se quindi è finalmente arrivato il momento di sdoganare e ammirare in modo sano e costruttivo il lusso, meglio scegliere un modello reale e solido così anziché una copertina patinata che domani non sarà buona neppure per incartare il pesce.

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